“C’è ancora molto da fare per migliorare la gestione del cibo e rafforzare la sensibilità sul tema degli sprechi. E’ fondamentale puntare sulla prevenzione, promuovendo una maggiore consapevolezza nelle scelte quotidiane dei consumatori, dalla pianificazione degli acquisti alla corretta conservazione degli alimenti, fino alla gestione delle quantità delle confezioni, ponendo attenzione ai mutamenti sociali che riguardano le famiglie, sempre meno numerose”. Lo ha dichiarato il presidente FIPE Confcommercio, Lino Stoppani, intervenuto alla presentazione dell’Osservatorio internazionale Waste Watcher 2026. “L’attenzione deve riguardare anche i consumi fuori casa”, ha precisato Stoppani, nel ricordare l’impegno del sistema associativo di Confcommercio con iniziative concrete come il progetto di Fipe “Rimpiattino”, realizzato in collaborazione con Comieco, che promuove l’utilizzo della doggy bag nei ristoranti e permette ai clienti di portare a casa cibo e bevande non consumati. “A questo si aggiunge la campagna “Love Food, No Waste” – ha concluso – piattaforma di sensibilizzazione capillare su tutto il territorio nazionale che coinvolge gli operatori in percorsi formativi, valorizza le buone pratiche adottate dagli chef e promuove soluzioni come i menù flessibili. Sono azioni che possono contribuire concretamente a costruire una cultura più attenta e responsabile nella gestione degli alimenti”


Il rapporto Waste Watcher International 2026 evidenzia un’Italia merceologicamente e socialmente frammentata: le aree di riferimento si avvicinano alla media nazionale, con il Nord lievemente più virtuoso, a 472,2 grammi di cibo sprecato pro capite settimanalmente, il Centro a quota 510,0 grammi e il Sud a 507,9 grammi. L’evoluzione rispetto al 2025 mostra andamenti opposti: il Mezzogiorno realizza un recupero virtuoso, migliorando di ben 10 punti percentuali, il Centro subisce un netto peggioramento scivolando di 15 punti. Sul piano degli altrimenti sprecati, il Centro è penalizzato dal pane fresco e dai prodotti lattiero-caseari, mentre il Sud getta soprattutto le pietanze cucinate in eccedenza, a partire da pasta cotta e snack salati. Questo scenario si riflette nel paradosso sociale dei cittadini a basso potere d’acquisto, che fanno registrare un volume di cibo gettato superiore del 26% rispetto alla media nazionale, evidenziando un drammatico peggioramento di ben 24 punti percentuali rispetto all’agosto 2025: “colpevoli” sono soprattutto gli scarti di cibo di consumo “primario”, spesso acquistato in eccesso per cogliere le offerte. Di segno opposto è il comportamento dei nuclei familiari con figli, che si confermano i più virtuosi del Paese sprecando il 19% in meno della media nazionale grazie alla maggiore regolarità dei pasti, a fronte del +17% registrato dalle famiglie senza figli.

L’indagine Waste Watcher scava a fondo nelle ragioni reali che determinano lo spreco all’interno delle mura domestiche, mettendo in luce un quadro complesso in cui interagiscono cause logistiche, psicologiche e di mercato. In prima linea la rapidità di deterioramento dei prodotti freschi e le criticità di gestione quotidiana delle scorte: il 36% degli intervistati sottolinea che frutta e verdura vanno rapidamente a male una volta portate a casa, mentre il 33% confessa che il cibo viene semplicemente dimenticato in frigorifero o in dispensa fino a scadere, fare la muffa, marcire o deteriorarsi nell’odore e nel sapore. Inoltre, il 32% dei cittadini indica una responsabilità nella filiera commerciale, ritenendo che i cibi venduti nei negozi siano in realtà già vecchi. Accanto a questi fattori di natura deperibile, emergono potenti spinte psicologiche e comportamentali: il 28% degli italiani ammette di acquistare cibo in eccesso per la paura costante di non disporre a casa di scorte sufficienti, un altro 28% dichiara apertamente di non gradire il consumo degli avanzi delle giornate precedenti e il 26% riconosce in modo esplicito di comprare troppo durante la spesa. Le lusinghe del mercato e gli errori organizzativi completano la panoramica delle cause, con il 25% del campione che attribuisce lo scarto alla presenza di troppe offerte promozionali nei punti vendita, il 23% che calcola male le cose che servono realmente per i pasti e un ulteriore 23% che ammette di comprare confezioni troppo grandi. Ma c’è anche chi confessa di cucinare troppo cibo, 1 intervistato su 5 (il 21%), oppure incolpa i tempi troppo lunghi fra una spesa e l’altra, che causano il deterioramento degli alimenti, e chi ammette di non saper conservare correttamente i prodotti (15%) o di essere soggetto all’acquisto impulsivo di cibo che non piace realmente (11%).

Nel confronto evolutivo con l’anno precedente, le dinamiche psicologiche cambiano segno: aumenta la percentuale di chi attribuisce lo spreco alla scarsa freschezza originaria dei prodotti con un incremento di 3 punti, diminuisce sensibilmente l’impatto distorsivo delle offerte promozionali (- 4 punti percentuali), così come la paura di restare senza cibo in casa (- 3 punti) e l’eccesso di cibo cucinato che scende (- 2 punti). La compresenza simultanea di motivazioni esterne, legate alla qualità e ai formati dell’offerta commerciale, e di cause interne, connesse alle competenze di pianificazione e alle preferenze personali, dimostra che lo spreco non può essere ricondotto unicamente alla scarsa attenzione individuale.

Articolo di Spreco Zero