Lo scrittore Ugo Ojetti (1871-1946), noto per i suoi aforismi, scriveva che nella vita bisognerebbe evitare tre sciocchezze: “amare al buio, dormire al sole, mangiare in silenzio”.

Proprio l’ultimo suggerimento richiama ai valori della tavola, veicolo di relazioni umane, di convivialità e di comunità, come peraltro recita il dispositivo della Legge che ha istituito nel calendario italiano la “Giornata della Ristorazione”.

La cucina diventa, infatti, vera condivisione e un elemento valoriale di vita, quando il silenzio mentre si mangia è riempito dal dialogo, diventando momento centrale per alimentare relazioni, amicizie, coesione familiare o business.

C’è dunque un legame profondo tra cibo e ascolto -di parole o musica-, con una ragione più alta di questa connessione per la musica: cibo e musica, infatti, sono portatori di valori e interessi comuni, strumenti di cultura, testimoni delle tradizioni popolari, termometri della società che cambia.

Certa musica, però, a volte risulta indigesta, come alcuni testi violenti, aggressivi o volgari di artisti RAP che li cantano non perché convivano con questi disvalori, ma perché li osservano nella società.

Ogni epoca esprime la sua musica e se il confronto con quella classica sembra irriverente, questo filone musicale ha, da una parte, la responsabilità sui contenuti dei messaggi diseducativi che a volte trasmette e che arrivano alla testa e al cuore dei nostri ragazzi, dall’altra, ha anche una sua bellezza poetica, soprattutto quando riesce ad esprimere potentemente i disagi, le aspettative, le ingiustizie o i bisogni (anche di affetto) delle nuove generazioni, come ho ascoltato da un giovane autore caprese che canta della “… sua battaglia personale, dove se pensa al futuro gli cresce l’ansia … con le sere chiuso in camera a trovare il modo di rendere fiera la mamma … e cucire la cicatrice con il papà …”.

Parole di una profondità e sensibilità commovente, che raccontano in musica uno scorcio della “questione giovanile”.

Leggiamo che il 41% dei giovani soffre di ansia, senso di inadeguatezza e più del 30% si sente meglio compreso dall’intelligenza artificiale che dalle persone, per non parlare dei disturbi alimentari, che rappresentano la seconda causa di morte (dopo gli incidenti stradali) per gli adolescenti e riguardano in Italia circa 3 milioni di persone, emergendo in età sempre più precoce, dati che esprimono il malessere di una (splendida) gioventù, che prima andrebbe capita e poi sostenuta, anche nel prendere le giuste direzioni nella vita.

In un’epoca d’ansia perpetua, fra guerre, precarietà e inquietudini diffuse, bisogna essere capaci di offrire certezze, buoni esempi e insegnamenti ai giovani, offrendo loro gli strumenti per crescere ed orientarsi nelle turbolenze anche emotive in cui vivono.

Si discute da tempo della loro dipendenza da social, che si vorrebbe curare vietando l’uso dello smartphone, senza pensare, invece, a cosa dare loro in cambio per riempiere la loro vita: lo sport, il teatro, luoghi di socialità, occasioni per esperienze.

Pietrangelo Buttafuoco nel suo “Lupus in Fabula” radiofonico (RadioRai1 ore 06:50, ndr), ci ricorda un altro aforisma, stavolta di Calvino: “Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio”.

Richiamo che conferma l’importanza dell’ascolto, anche per comprendere le posizioni e le ragioni degli altri, da accompagnare con il rispetto per avere relazioni umane profonde e vere, anche con i nostri giovani.