Tra le 7 tracce proposte agli studenti per la loro “Maturità” dal Ministero dell’Istruzione (e del Merito!), quella più scelta (per il 23,20%) dai 500 mila studenti è stata quella che parla di fatica, presa dal libro “Alzarsi all’alba” dello scrittore-giornalista Mario Calabresi.
La fatica è una parola che il Novecento ha cercato di cancellare, investendo sull’automazione e la tecnologia che molto hanno aiutato per mitigarla, ma l’obiettivo del tema era quello di richiamare gli studenti a riflettere sul valore educativo e formativo che l’impegno, la dedizione, la costanza, la pazienza, la tenacia e il sacrificio hanno per forgiare personalità e caratteri, concetti che sembrerebbero passati di moda.
Ecco perché questo plebiscito per la traccia dedicata alla fatica è una scelta che ha colpito, perché proviene da una generazione nativa-digitale, investita all’ingresso dell’adolescenza, dal Covid -e dalla DAD-, spesso coinvolta nel dibattito su competenze e merito e spesso tacciata di generazione incapace di proiettarsi nel futuro, in un’epoca in cui si giustifica tutto, anche i gravi fenomeni di bullismo che le recenti cronache scolastiche hanno documentato, portando peraltro all’attenzione un’altra parola andata in disuso: la (giusta) severità.
Ripristinare e riconoscere i valori della fatica non significa elogiare il dolore, giustificare il lavoro alienante, accettare la privazione come destino o elevare il sacrificio a virtù, ma richiamare la (consapevole) importanza di un’idea diversa di fatica, quella che aiuta a non saltare obbligati percorsi di crescita umana, senza i quali si perseguono le scorciatoie -e le tentazioni delle corsie preferenziali- che nascondo purtroppo pericolosi inganni.
Le scorciatoie esistono, eccome. Esistono nella scuola, nel lavoro e nella vita: sono le sirene di un successo rapido, di denaro facile, di titoli senza merito, di falsi miti che guardano l’apparenza e distraggono dal vero senso delle cose. Le scorciatoie sono facili da imboccare, ma rendono il ritorno, se non impossibile, certamente doloroso e portano sempre verso un vicolo cieco.
Alla fatica, invece, non c’è sostituto e non può essere mai delegata. E’ faticoso imparare, perché implica la necessità di capire, a volte di sbagliare e molto spesso di riprovare.
Questo sforzo, visto a volte nel solo significato negativo, ha sempre un risvolto positivo, perché stimola la capacità di generare conoscenze, competenze, interessi, ambizioni e passioni, superando l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese, senza impegno, applicazione e sacrificio.
La fatica va rivalutata e considerata nel suo giusto valore, distinguendo tra quella che opprime e quella che, invece, costruisce valori e che da senso anche ai sacrifici e questa capacità di saper distinguere andrebbe trasmessa ai nostri giovani.
Basti pensare al mondo dello sport, dove il solo talento non è mai sufficiente per costruire successi senza il quotidiano sudore dell’allenamento.
“La fatica la devi adorare” ha dichiarato Veronica Yoko, l’atleta paraolimpica che ha ispirato Calabresi; sembra un’esagerazione, soprattutto in quest’epoca delle comodità, ma contiene la sintesi del senso del dovere, della responsabilità e del piacere, che ci deve insegnare a riscoprire i valori del lavoro, dello studio, del sacrificio e della costanza, sui quali provare a coltivare le nostre speranze, a realizzare i nostri sogni e a costruire il nostro futuro.