Mercoledì, 18 Novembre 2020 17:53

Assemblea 2020 - Relazione del Presidente - “Il Pubblico Esercizio al tempo del Covid-19”

ASSEMBLEA 2020 - “Il Pubblico Esercizio al tempo del Covid-19”

 Relazione del Presidente - Lino Enrico Stoppani

L’Assemblea di quest’anno cade in un momento drammatico, nel pieno di una crisi generata dalla pandemia da Covid-19, che ci vede in stato di emergenza ormai da quasi un anno, testimoniata anche dalla modalità con cui ci ritroviamo oggi, a distanza.

Questa emergenza, prima sanitaria e poi economica, sta mettendo in difficoltà ogni livello del sistema sociale, mietendo vittime umane e accrescendo i rischi di tenuta del sistema economico delle imprese.

Il settore che FIPE rappresenta non è certamente l’unico ad aver subito perdite devastanti, tra chiusure forzate, contrazione del turismo e cambiamento nei consumi.

Il mondo dei Pubblici Esercizi è stato, però, fra i più esposti, psicologicamente ed economicamente, alle vicissitudini di questa pandemia: tra imputazioni di responsabilità, chiusure preventive, aperture a singhiozzo, regole a macchia di leopardo e l’impatto che inevitabilmente le nostre imprese hanno sulle vite delle persone e sulle vivibilità delle città.

Siamo passati dall’euforia post-Expo, che ha proiettato i suoi effetti positivi sull’economia del Paese, con un forte aumento tra l’altro dei flussi turistici, ad una situazione piena di criticità, che trasferisce preoccupazioni, paure, incertezze ed incognite sul domani.

I dati del nostro Centro Studi sono a dir poco drammatici.

Il dato consultivo relativo al 2° trimestre di quest’anno indica una perdita di fatturato del 64,2%, che equivale a circa 13miliardi di euro, che, cumulato con quello del 1° trimestre, porta il conto a 18,8miliardi di euro.

I danni aggiuntivi per il settore, conseguenti ai nuovi provvedimenti governativi, fanno stimare una probabile contrazione dell’attività nell’anno 2020 pari a circa 28miliardi di euro, su 96 complessivi.

Una caduta del PIL di dieci punti percentuali è un fatto storico. Per capirne la portata basta ricordare che quella del 2009 si attestò (solo) al -4,9%.

Quel che più preoccupa sono gli effetti esponenziali che questi primi numeri innescano.

Fipe stima che circa 50mila imprese del settore sono a rischio di chiusura, costrette -in molti casi- ad una procedura fallimentare dalle ben note conseguenze sulle famiglie, sulla rete dei fornitori, sui dipendenti e sulla reputazione degli stessi imprenditori. 300mila sono i posti di lavoro a rischio.

A questo si aggiunge un futuro incerto, segnato dal “fattore cicatrice”, che sta nel rischio di una paura diffusa, alimentata anche dal modo di comunicare di alcuni virologi, che può scardinare la fiducia nel futuro.

Nessuno dei nostri comparti appare risparmiato dagli eventi.

Penso ai bar e ristoranti, spenti per spegnere le città e scoraggiare la mobilità.

Penso alle catene della ristorazione commerciale che operano in concessione negli aeroporti, nelle stazioni o sulla rete autostradale, obbligate a garantire un servizio nonostante il crollo dei flussi di passeggeri e dei transiti sulle strade.

Penso alle discoteche e i locali da ballo -chiusi praticamente dal marzo scorso, salvo una breve parentesi estiva- e nonostante questo considerate il capro espiatorio per la seconda ondata dei contagi.

Penso alle aziende del catering e banqueting che risentono della pressoché totale assenza di eventi e manifestazioni.

Penso alle attività che lavorano con il turismo, stabilimenti balneari compresi, che hanno limitato i danni nei mesi estivi, ma hanno assistito al tracollo del turismo internazionale.

Senza dimenticare, poi, le aziende della Ristorazione Collettiva, sulle quali pesano la chiusura delle scuole e il cresciuto utilizzo dello smart-working, costrette a rivedere i propri modelli di servizio, con forte aggravio dei costi, ma escluse praticamente da tutti i benefici previsti dai provvedimenti governativi, se si eccettuano quelli sugli ammortizzatori sociali.

Di fronte a questo scenario, è stato da subito evidente che era necessario e urgente agire: innanzitutto agire per prevenire le chiusure, con gli indennizzi a fondo perduto, i cosiddetti ristori, e con altre misure in grado di tamponare l’emergenza: i crediti d’imposta sulle locazioni commerciali e gli affitti d’azienda, il prolungamento degli strumenti di protezione sociale, le moratorie fiscali, contributive e creditizie, la cancellazione della seconda rata IMU, la liquidità assicurata con l’utilizzo di garanzia pubblica.

Riconosciamo al Governo lo sforzo che sta producendo per sostenere il settore, di cui conosce perfettamente valori economici e sociali, non solo perché abbiamo avuto la possibilità di trasferirli direttamente al Premier Conte, che ci ha ricevuto a Palazzo Chigi lo scorso 15 ottobre, ma anche perché non abbiamo mai perso l’occasione per portarli all’attenzione dei media e della politica nel corso di interlocuzioni con molti Ministri, in numerose audizioni parlamentari e in costanti contatti con numerose direzioni ministeriali.

Recentemente il Premier Conte ha dichiarato che i problemi della Ristorazione sono anche una “questione politica”, dichiarazione impegnativa dalla quale ci attendiamo risposte conseguenti in termini di aiuti al settore.

Su questi provvedimenti, ogni imprenditore dà il proprio giudizio rapportato alle sensibilità, alle aspettative e soprattutto ai bisogni e ai danni lamentati e subiti. Giudizio che va rispettato, anche nella diffusa e comprensibile insoddisfazione che Fipe ha raccolto tra i propri Associati.

Da Presidente di questa categoria tengo però a dire con orgoglio che Fipe ha profuso tutto quello che aveva e poteva fare per aiutare le imprese che si onora di rappresentare, non risparmiando impegno, applicazione e determinazione negli obiettivi da perseguire, in questo potendo contare sulla qualificata struttura esecutiva guidata dal Dott. Calugi.

In questa fase drammatica, abbiamo investito le migliori energie nella complicata interlocuzione istituzionale, nello studio dei provvedimenti emanati, nella condivisione degli stessi con i nostri Soci, nell’ascolto delle proposte emendative ai decreti, nella costante presenza nei luoghi dove questa era richiesta o era ritenuta necessaria.

E’ stato un lavoro straordinario, da tutti i punti di vista, nottate e fine settimana compresi, condiviso in tutta Italia. Voglio ringraziare a proposito per le generosità, la passione e l’impegno tutti i Presidenti -e i loro collaboratori- che in ogni Regione, in ogni provincia, in ogni territorio si sono spesi per gli associati, si sono tenuti in contatto con i colleghi, si sono battuti per le ordinanze e hanno presidiato la stampa locale. Grazie a tutti voi. Non dirò che siete stati importanti per la FIPE, perché voi siete la FIPE.

La FIPE che non si è risparmiata mai e non abbasserà la guardia, attenta e rispettosa dei bisogni delle imprese che rappresenta.

Al riguardo, le nuove misure, entrate in vigore lo scorso 6 novembre e che esplicheranno la loro efficacia fino al 3 dicembre, con la distinzione tra Regioni “rosse, arancione e gialle”, hanno aggiunto nuovi problemi e altrettanti danni.

Per usare le parole rivolte alle Commissioni riunite Finanza e Bilancio del Senato dal nostro Direttore: “La situazione è drammatica, il settore è di fronte alla peggiore crisi dal secondo dopoguerra, una crisi che avrà conseguenze strutturali sul sistema di imprese che abbiamo l’onore di rappresentare”.

Conseguenze strutturali. Ecco perché siamo convinti che sia necessario un piano integrato di azioni, che intervengano sia nella fase emergenziale, per garantire la sopravvivenza del maggior numero possibile di imprese, sia con una visione prospettica.

E bisogna certo mettere in campo una strategia di gestione delle chiusure stesse, procedendo con l’istituzione di un fondo destinato a mitigare gli effetti dei fallimenti sull’indotto e sui lavoratori, ma anche attraverso la definizione di nuove regole sulle crisi d’impresa.

E’ infatti segno di civiltà -al netto delle situazioni patologiche che vanno monitorate ed evitate- permettere a tanti imprenditori di ripartire con altre attività, senza attendere in un purgatorio personale che aggiunge un prolungato stigma di inattività alla disperazione del momento.

Per preservare i livelli occupazionali, che costituiscono un patrimonio faticosamente costruito negli anni, serve poi il coinvolgimento delle Organizzazioni Sindacali, che abbiamo già interessato per rivedere e differire, anche solo temporaneamente, gli impegni economici previsti dal CCNL.

In tempi straordinari servono decisioni straordinarie.

Ma oltre la crisi c’è di più. Se la pandemia da Covid-19 era fatto non prevedibile, la fragilità di tante imprese del settore è cosa nota. E il momento che stiamo vivendo dovrebbe indurci non solo a trovare soluzioni per la sopravvivenza, ma anche altre a riordinare e riqualificare il settore.

Come si sa, il mondo della somministrazione e del fuoricasa italiano sta registrando da anni un’espansione quantitativa, non supportata da un proporzionale rafforzamento qualitativo.

Da anni Fipe denuncia di un rischio “bolla” dovuta all’eccesso di offerta, che con 4,6 imprese per 1.000 abitanti mette l’Italia in Europa tra i paesi a maggior densità di Pubblici Esercizi.

Le liberalizzazioni, a partire dalle lenzuolate di Bersani, sono andate oltre la “semplificazione” auspicata e hanno finito per incoraggiare un “semplicismo” che affondava le radici in una mancanza di solidi requisiti professionali indispensabili per fare impresa.

Sia chiaro: è- e rimane- un orgoglio essere un settore scelto da tanti giovani o aspiranti imprenditori; questo porta innovazione nel comparto, dinamica nel mercato e testimonia un valore del settore in termini di immagine e ruolo.

Tuttavia, l’improvvisazione imprenditoriale rischia di essere un boomerang sociale, che va oltre il vantaggio dell’autoimpiego.

L’improvvisazione e la carenza di adeguate competenze, con la mancanza di buone regole, generano infatti almeno tre effetti distorsivi sul mercato: eccesso di offerta, ridotte garanzie per il consumatore e alti tassi di mortalità nel settore. E le conseguenze le vediamo crudamente oggi.

Vanno così rivisti e rafforzati i requisiti professionali per l’accesso al settore, per accrescere indispensabili competenze trasversali necessarie per la gestione di complesse attività.

A ciò va poi abbinata una programmazione qualitativa per uno sviluppo ordinato della rete dei Pubblici Esercizi, che consideri, cioè, il loro impatto socio-ambientale, al fine di contrastare il fenomeno della mala-movida e la patologia dell’alcolismo. Quest’ultimo aspetto meriterebbe anche un ripensamento sulla incontrollata diffusione dei luoghi di consumo e vendita di alcol.

Per garantire una permanenza qualificata nel mercato, vanno poi migliorati gli operatori -imprenditori e dipendenti- con un investimento sulla formazione continua.

Per sopravvivere oggi bisogna ripensare il proprio modello di business, adattare i propri asset, imparare a pensarsi in modo più ampio e integrato con filiere affini. Oggi più che mai bisogna fare affidamento e rafforzare la componente imprenditoriale della propria scelta professionale: perché le caratteristiche del buon imprenditore sono tante, ma quella che ha sempre fatto la differenza è la determinazione nel ricercare soluzioni ai problemi.

Infine, per gestire l’uscita, o meglio, per evitare l’uscita prematura delle imprese dal mercato, va incentivato, anche con politiche fiscali, il rafforzamento patrimoniale di aziende che costituiscono un motore importante dell’economia e della società italiana.

La riqualificazione imprenditoriale però non può poggiare sulla debolezza sistemica.

Vanno rafforzati non solo i Pubblici Esercizi, va rafforzato il sistema dei Pubblici Esercizi nel suo complesso, da tre punti di vista: istituzionale, sociale e infine associativo.

Dal punto di vista istituzionale, basti pensare che oggi le aree di competenza del settore sono frazionate tra tre dicasteri (MiSE, Agricoltura e Turismo), con la conseguente mancanza di un efficace coordinamento di filiera.

La rete dei Pubblici Esercizi italiani -qualificata e diffusa- è elemento strategico per la filiera agro-alimentare del Paese e fattore primario di quella turistica; eppure -come il cane con due padroni che rischia di morire di fame- al di là delle generiche attestazioni di stima, finisce troppo spesso per non rappresentare nei fatti una priorità nelle linee di intervento di alcun dicastero.

Invece, i Pubblici Esercizi sono una priorità, non solo per i numeri che rappresentano, ma per il valore aggiunto che riportano al Paese.

Dal punto di vista sociale, il Coronavirus ha rivelato uno sconfortante pregiudizio: il fatto cioè di essere classificati come attività “non essenziali” ogni volta in cui la situazione si complica; attività, cioè, che si possono chiudere o limitare nella loro attività, nonostante i rigorosi ed onerosi Protocolli Sanitari che abbiamo accettato, vidimati dal CTS (Comitato Tecnico Scientifico) e dall’INAIL.

Eppure, tutte le attività economiche sono essenziali quando producono ricchezza, occupazione, servizi. E tutte le attività sono sicurese garantiscono le giuste regole e attuano i protocolli sanitari loro assegnati. E noi li abbiamo applicati, accollandoci spesso costi importanti e responsabilità spinose. Tanto più che le regole, prima di inasprirle, andrebbero fatte rispettare, anche con la necessaria severità.

E’ un messaggio che non abbiamo smesso di trasmettere in questi mesi. Perché è vero che gli antichi dicevano: primum vivere, deinde philosophari, ma -l’abbiamo visto bene- i pregiudizi hanno costi altissimi sulla vita concreta delle persone.

E qui vengo al rafforzamento del sistema dei Pubblici Esercizi per il tramite del sistema associativo, terzo punto.

Di fronte alla gravità dei problemi è emersa anche l’importanza delle Associazioni di categoria. Il Presidente Sangalli l’ha definita giustamente tempo fa “la rivincita dei corpi intermedi”.

Certo, sono nate anche nuove forme di aggregazione, a volte un po’ posticce, che hanno incrociato la disperazione di tanti con il timore che il settore non fosse adeguatamente rappresentato e qualche voglia di protagonismo individuale. E’ fenomeno fisiologico in un momento di forte disagio.

Il “movimentismo” però rischia di creare dispersione e confusione, a partire dall’indebolimento di un’interlocuzione istituzionale che privilegia la sintesi. Dal gruppo di opinione alla rappresentanza associativa il passo non è affatto breve, né scontato.

Associazioni di categoria forti, strutturate e utili necessitano, infatti, di tempo per maturare competenze e organizzazione, di processi lunghi per qualificarsi nelle relazioni e di grandi numeri per contare nei fatti.

Non nascono dall’emergenza, ma proprio nell’emergenza possono dispiegare alcune tra le loro migliori qualità.

Parlare ad una voce sola, per un comparto economico vasto e articolato com’è quello dei Pubblici Esercizi, non significa certo “ridurre ad uno” sensibilità e identità, finendo con il pensare con una sola testa.

Significa, invece, che molte intelligenze, risorse e capacità imprenditoriali sanno mettersi insieme, facendo sintesi e sistema, per dare più forza, visibilità e possibilità di crescita ad una parte della nostra economia, che è una parte non secondaria del nostro modo di vivere quotidiano, ma, soprattutto, è parte fondamentale del benessere del Paese.

Questa crisi cambierà tante cose e tante le ha già cambiate: mi auguro possa portare anche ad una nuova consapevolezza generale e ad un rispetto più profondo circa il valore della Rappresentanza e dell’Associazionismo.

Con questa responsabilità di essere e sentirsi una grande parte sociale, non solo nei numeri, lo scorso 28 ottobre siamo scesi in piazza, con lo slogan “#siamoaterra”, apparecchiando 24 piazze delle principali città italiane, superando la tradizionale indole degli imprenditori, più portati a fare che a protestare.

Scendere in piazza è stato senza dubbio un gesto inedito per la nostra Associazione, che si trova oggi a pensarsi e ripensarsi ogni giorno. Non abbiamo però mancato di lealtà alla nostra identità profonda. Siamo scesi in piazza con serietà nei toni, con rispetto verso le Istituzioni, con responsabilità verso le misure di sicurezza, addirittura dando atto dello sforzo che il governo sta facendo per aiutare il settore.

Era nondimeno necessario dimostrare con un gesto collettivo il disagio, la preoccupazione, l’amarezza, spesso anche la disperazione solitaria che in tanti stanno vivendo.

Tutto questo oggi costa caro a noi, ma il conto lo pagherà anche tutto il Paese, perché i nostri esercizi sono la vera “rete distributiva della socialità, perché con la loro presenza popolano paesi, città, metropoli, vie e piazze, dando a questi luoghi, vita, luce, sicurezza, decoro, animazione e vivibilità.

A questo proposito, mi permetto una considerazione conclusiva. Tante cose cambieranno dentro e dopo questa crisi. Ed è una sfida che siamo pronti ad accettare. Ma dobbiamo anche sapere che cosa vale la pena difendere: per noi, l’ultimo baluardo è quello della socialità.

E’ chiaro a tutti che in una fase emergenziale sia prevalsa la giusta preoccupazione di non favorire la diffusione del contagio. Al di là dei lockdown e delle zone rosse, arancioni e gialle, da mesi la chiusura degli uffici e il massiccio utilizzo dello smart-working stanno spopolando le città.

Mantenere questo modello produce una serie di controindicazioni, riassunte da dichiarazioni autorevoli, come quelle del Prof. Pietro Ichino e del Sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Laddove il giuslavorista pone un problema di produttività del lavoro, soprattutto nella Pubblica Amministrazione che rischia di allungare i tempi della nostra burocrazia, mentre il Sindaco di Milano ha manifestato una preoccupazione per il rischio di un deterioramento della coesione sociale, a causa della mancanza delle frequentazioni nelle quotidiane occasioni di incontro tra le persone indotte dal lavoro.

Difendere le tradizionali modalità di lavoro non significa peraltro tornare indietro.

Significa invece trovare i modi di vivere i luoghi in sicurezza, ridefinendo gli orari e la vivibilità cittadina.

Essere “smart” significa guardare avanti, dando il giusto valore al lavoro, al buon lavoro, di tutti.

Il sociologo Giuseppe De Rita, in un recente intervento sul Corriere della Sera, ha scritto: “non potevamo sapere quello che ci sarebbe accaduto, possiamo, però, decidere come affrontare quello che è accaduto.

               

Ed è qui il punto fondamentale. Tra “sicurezza e sviluppo” -per riprendere il titolo della nostra Assemblea- noi non vogliamo scegliere.

Una è infatti una condizione abilitante dell’altra, poiché la sicurezza abilita la fiducia e un mercato sano e lo sviluppo aumenta la capacità delle imprese di operare dentro standard elevati.

               

Sappiamo che il ripensamento profondo del nostro modo di operare sarà difficile, in alcuni casi doloroso.

Sappiamo che la ripresa sarà lenta e cauta e che la disperazione cresce.

Sappiamo che il futuro incerto crea nuovi problemi e aggrava vecchie lacune del nostro settore.

Lo sappiamo, ma non smettiamo di lottare, non smettiamo di lavorare, non smettiamo di credere nella capacità di ripresa del mondo dei Pubblici Esercizi italiani.

Tra “sicurezza e sviluppo” -lo ripeto - noi non vogliamo scegliere. Noi le vogliamo rappresentare.

Grazie a tutti.

Roma, 18 Novembre 2020

 

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