Lunedì, 17 Novembre 2008 01:00

17-11-2008 - Programmazione territoriale dei pubblici esercizi per la qualificazione delle attività e la tutela dei consumatori.

Programmazione territoriale dei pubblici esercizi per la qualificazione delle attività e la tutela dei consumatori.
L’esperienza Lombarda nel contesto nazionale a confronto con l’Europa
Milano, 17 novembre 2008

Intervento del Presidente F.I.P.E.: Lino Enrico Stoppani

Innanzitutto alcune considerazioni preliminari  che riguardano un saluto e un ringraziamento ai presenti, in particolare ai cortesi autorevoli relatori e alla Regione Lombardia, che ha suggerito e contribuito generosamente ad organizzare un Convegno che ha l’obiettivo di fare un focus su un settore importante per i numeri che sviluppa, ma anche per le caratteristiche sociali che lo valorizzano.

E subito dopo  il perché di un Convegno e perché in Lombardia.

La Regione Lombardia è tra quelle che, a nostro avviso, hanno legiferato bene nel settore, con la Legge 30/2003, tra l’altro già rivista e migliorata, che ha considerato e raccolto sia le esigenze di un mercato in continua evoluzione, che quelle degli operatori, portatori certamente di interessi economici, ma anche di una funzione sociale che la normativa regionale ha recepito, dove poteva ovviamente, che vorremmo, quindi, portare a buon esempio per il resto del Paese.

C’è però un altro motivo, ancora più importante, che riguarda la necessità di concentrare attenzione su una prossima sentenza nel merito da parte del Consiglio di Stato, su un ricorso promosso dalla stessa Regione Lombardia, e ad adiuvandum dal Comune di Milano e dalla stessa F.I.P.E., contro una sentenza del T.A.R. Lombardia che accoglieva il ricorso di un imprenditore al quale il Comune di Milano ha rifiutato una licenza per la mancanza di disponibilità nel  contingente numerico quantitativo del settore.

Il Consiglio di Stato, opportunamente, ha disposto in via d’urgenza la sospensiva all’efficacia del provvedimento del TAR Lombardia, riservandosi però il giudizio nel merito atteso per i prossimi mesi e che, evidentemente, vorremmo confermasse il diritto/dovere per le Amministrazioni Comunali di programmare l’insediamento di attività di Pubblico Esercizio secondo criteri e regole che considerino visioni più illuminate del ruolo sociale che noi rappresentiamo, coniugando al meglio interessi economici e interessi del cittadino consumatore.

Precisato inoltre che trovo insopportabile, in generale, il lamento e il vittimismo e che mi sforzo sempre di far fare passi costruttivi alla Federazione nell’affrontare temi politico-sindacali, considerando cioè anche i bisogni e le esigenze dei nostri interlocutori, cercherò di presentare l’argomento che mi è stato assegnato anche con la necessaria obiettività.

Stiamo subendo gli effetti di una crisi spaventosa e nel 2008 i consumi nel settore presenteranno un segno meno, fatto che non accadeva da quindici anni.

Non siamo i soli e quindi non è una novità, ma il dato serve per rimarcare che se c’era una offerta fortemente sovradimensionata rispetto alla domanda prima, questo rapporto si indebolisce ulteriormente sotto gli effetti di questa pesante crisi, che comporterà una accelerazione nel turn over nel settore (negli ultimi sette anni 80.000 imprese hanno chiuso bottega) e l’accentuazione del dato di produttività decrescente (- 10% nello stesso periodo).

Fatti soli nostri, secondi i nostri critici e secondo i fautori del libero mercato.

A parte che il mercato non è, o non sempre, il corretto regolatore di tutte le attività economiche e, senza disturbare Keynes, basta vedere i disastri provocati dalla deregulation a cui è stato lasciato per anni il sistema finanziario per capire che va rivista e affrontata seriamente l’ideologia e il culto irrazionale del sacro mercato.

Sono però anche fatti Vostri e basta vedere la situazione di molti centri urbani o montani, abbandonati da molte attività tradizionali, per la morte del profitto degli operatori, che hanno portato conseguenze devastanti sui territori e sul tessuto sociale di quei luoghi.

Quello che richiediamo alla Politica non sono privilegi o attenzioni particolari, ma una seria valutazione anche dei valori immateriali delle nostre attività, che non sono quantificabili, ma che pesano in termini di servizi alla comunità, di sicurezza, di pulizia e arredo, di presidio del territorio, di aggregazione e di socializzazione tra la gente, di aspetti di cultura, di storia, di tradizione, di educazione alimentare, etc.

Se sono aspetti secondari, rispetto al bisogno di calmierare l’offerta sul fattore prezzo, allora insistiamo sui progetti di liberalizzazione; basta saperlo e per questo basta parlar chiaro.

Se, invece, come noi sosteniamo, sono aspetti importanti, allora pensiamoci bene, perché indietro poi non si può più tornare e non lamentiamoci poi delle conseguenze (basta pensare alla scomparsa dei negozi di vicinato).

Quante cose, viste con il senno di poi, non sarebbero state fatte, a tutti i livelli e in tutti i campi, e nelle scelte, certamente bisogna fare affidamento sulla propria esperienza e capacità, ma anche dalla sensibilità che nasce dall’ascolto delle ragioni di tutte le componenti interessate.

Siamo ad un passaggio decisivo, non solo per la sentenza del Consiglio di Stato in itinere che ho citato, ma anche per un atteggiamento generale, spesso superficiale nel valutare i meriti di un settore che produce, offre lavoro, benessere e servizi allargati, che non possiamo permetterci di banalizzare, dequalificandolo con scelte che non rispettino i principi di equità nelle regole e di salvaguardia del patrimonio eno-gastronomico, una delle poche eccellenze rimaste al Paese.

Inoltre, registriamo due comportamenti contrastanti da parte della Politica nei confronti del Pubblico Esercizio.

Da un lato si assiste ad una preoccupante propensione a liberalizzare il settore, limitandone i vincoli normativi di accesso.

Dall’altro invece, si interviene, per esempio, sul fenomeno della “movida” serale con provvedimenti che pongono limiti e/o divieti alle nostre attività, giustificando queste limitazioni con la tardiva valutazione del loro impatto ambientale; oppure sul fenomeno sociale dell’alcol, individuando nel nostro settore la causa di tutti i mali, senza capire le debolezze di una gioventù che cresce impigrita nel benessere.
Oppure ancora si disserta in tema di sicurezza alimentare, che non significa solo aspetti igienico-sanitari, ma anche frodi alimentari e gli elementi della qualità della vita dei consumatori, quali il sovrappeso, la pressione alta, gli zuccheri nel sangue, le allergie, la giusta dieta, etc. e si pensa al ruolo educativo che il pubblico esercizio potrebbe sviluppare.

Tutto questo significa pensare ad una nuova capacità di governance del settore, nell’interesse  della categoria che ha bisogno di concorrenza leale sul mercato; ma anche degli amministratori pubblici per inseguire uno sviluppo sostenibile del settore, oltre che dei consumatori a cui garantire livelli adeguati di servizio e di qualità, dei territori stessi, anche come sbocco commerciale alle tante produzioni locali che spesso non trovano spazio nel canale della GDO che impone capacità produttive, organizzative e logistiche non semplici da attivare; e infine anche per il Paese perché il Pubblico Esercizio, e in particolare la Ristorazione, rimane uno degli strumenti promozionali più efficaci per lo sviluppo del “Food in Italy” nel mondo.

A partire da questi presupposti ritengo che il settore della somministrazione abbia bisogno di una serie di interventi pubblici che vadano in queste direzioni;

- Nuovi criteri di programmazione  del settore, con l’accantonamento del vecchio modello numerico-quantitativo basato si quote di mercato, che si ispirino ai principi di sostenibilità economica, sociale e ambientale delle attività.

- Valorizzazione e investimenti sui livelli di professionalità degli addetti, che comporta un accrescimento dei requisiti professionali e un diverso ruolo delle scuole professionali;

- Eliminazione delle asimmetrie generate dall’esistenza di regole diverse, per cui l’attività di Pubblico Esercizio deve essere esercitata con il rispetto di regole comuni, senza i privilegi e i vantaggi oggi riconosciuti ad altri operatori in campo fiscale e amministrativo (basti pensare agli agriturismo, ai circoli privati, alla somministrazione non assistita, etc.).

- Maggiore coordinamento delle legislazioni regionali.

Sono necessarie correzioni, che spettano a Governo, Regioni e Comuni.

Al Governo eliminando le “regole-non regole” e i privilegi di chi esercita attività di Pubblico Esercizio sotto mentite spoglie, o alzando le regole a questi soggetti, o abbassando le nostre, partendo dalle responsabilità penali riconosciuteci dal TULPS.

Alle Regioni risolvendo le contraddizioni attuali, come per  esempio, il fatto che in sette regioni del centro-sud vale ancora la Legge 287/91, o che i requisiti morali e professionali per avviare una attività  sono profondamente diversi da una Regione all’altra e in alcuni casi non è persino previsto il reciproco riconoscimento dei corsi professionali abilitanti, oppure che la programmazione è fatta da qualcuna di tipo quantitativo (contingenti), da altre di tipo qualitativo, o ancora di regimi diversi di deroghe rispetto ai criteri programmatori scelti, etc. Tutti aspetti che richiedono un coordinamento almeno su alcuni aspetti di base.

Infine ai Comuni, che rappresentano l’Istituzione a diretto contatto con le imprese di pubblico esercizio, con poteri di controllo, ma anche di governance reale del settore, che potrebbero meglio fare coniugando concretamente gli interessi delle imprese con quelli dei cittadini, affrontando insieme i problemi legati ad una migliore vivibilità della città.

Infine un passaggio che tocca il rapporto con i consumatori, parte in causa importante in questo approfondimento.

I rapporti con le Associazioni dei consumatori sono quasi sempre conflittuali e questo è un grave errore, reciproco.

Noi con i nostri clienti dialoghiamo volentieri, li rispettiamo, li serviamo per le loro necessità, sono il vero patrimonio delle nostre attività, parte essenziale del cosiddetto “avviamento commerciale”.

Dobbiamo imparare a fare altrettanto con le loro Associazioni di rappresentanza e vediamo che quando questo accade, come è successo con la nostra Campagna di contenimento dei prezzi al bar “Prezzo da Amico”, si ottengono risultati importanti.

Ci sarebbero molte cose da fare insieme, confrontandosi costruttivamente su tanti aspetti che ci vedono  spesso in conflitto (la dinamica dei prezzi, l’educazione alimentare, l’igiene e sicurezza, gli orari di apertura, l’inquinamento acustico, i rifiuti, etc.).

L’occasione di questo Convegno  quindi deve essere sfruttata per mandare un segnale di distensione al consumatore, che soprattutto oggi ha bisogno di fiducia, di rispetto, di segnali di qualità in tutti i sensi e momenti di difficoltà come l’attuale possono favorire il dialogo.

Da questa crisi si esce insieme e ognuno si deve caricare la Sua parte, seriamente e responsabilmente.

Ho quindi rappresentato la posizione della Federazione sulle politiche di intervento nel settore, che devono rispondere a tre obiettivi fondamentali:

- migliorare il livello di servizio al consumatore;
- stimolare giusta concorrenza tra le imprese;
- garantire la sostenibilità sociale e/o ambientale, sia che si tratti di contenere il consumo di alcol, sia di controllare la pressione antropica e le evidenti conseguenze sia negative (traffico, inquinamento ambientale, sicurezza, etc.) che positive (relazioni sociali con il luogo e i suoi abitanti).

In definitiva occorre adottare un modello di intervento programmatorio che dia risposta ai diversi interessi,
- quelli economici di chi intende sviluppare una attività
- quelli sociali di chi vuole vivere in un territorio con servizi adeguati
anche per evitare squilibri territoriali e funzionali che si registrano all’interno del tessuto urbano, con le contraddizioni tra aree servite e altre meno o niente, tra le esigenze del tempo libero e quelle del riposo, tra gli interessi dei residenti e quelle del pendolarismo commerciale.

Infine un auspicio, spesso maltrattato; non ci piace la Politica urlata e non condividiamo l’antagonismo strumentale nelle posizioni.

Per questo vorremmo che le scelte di indirizzo del settore, nel rispetto dei ruoli, non fossero calate con atti d’imperio, ma preventivamente condivise e confrontate con chi rappresenta istituzionalmente una categoria importante come la nostra, con quella corretta prassi di cui la Regione Lombardia e altre Regioni hanno dato buon esempio.

Grazie.
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