Giovedì, 26 Novembre 2009 01:00

26-11-2009 - 64° Assemblea Fipe

Relazione del Presidente
Lino Enrico Stoppani

26 novembre 2009
64° Assemblea  Generale FIPE
 
 

La situazione di crisi generale condiziona l’elaborazione di una relazione che, a mio avviso, deve offrire all’interlocuzione  istituzionale, all’opinione pubblica e ai nostri Associati, uno stato del settore, le sue aspettative, le sue problematiche, i suoi valori, oltre che essere un rendiconto della difficile attività sindacale sviluppata per rispondere ai bisogni e alle esigenze degli operatori che si rappresentano.

Il clima, quindi, che ha caratterizzato i terribili ultimi 12 mesi, con un andamento a picco dell’economia, in tutti i settori e in tutti i paesi, impone prudenza nelle posizioni, obiettività di giudizio, realismo nelle cose, rispetto verso le difficoltà dei nostri operatori e qualche iniezione di moderata fiducia per il futuro, prendendo  spunto anche dai segnali di ottimismo che fonti autorevoli, da qualche tempo, offrono alla riflessione del mondo economico e della opinione pubblica.

Le cause della crisi sono state ampiamente analizzate e offerte alla valutazione di tutti, spesso anche con un po’ di fastidiosa dietrologia da coloro che analizzano le cose da qualche comoda scrivania, attingendo facilmente dalla teoria, e dunque non è il caso di riprenderle.

Quello che è stato, va considerato soprattutto per evitare di ripetere gli errori e per far questo ci vuole l’impegno di tutti, perché gli errori sono stati di tutti!

Dello Stato che non ha vigilato a sufficienza e non ha anticipato i rischi con gli strumenti di politica economica; degli imprenditori che nei momenti di prosperità  non hanno rafforzato adeguatamente le proprie imprese, dal punto di vista patrimoniale e da quello economico produttivo; delle famiglie, che per tanto tempo, hanno vissuto sopra le proprie possibilità, tralasciando gli aspetti del risparmio, dell’educazione ai figli, del mancato rafforzamento in generale di tutti quei valori che trovano innanzitutto nella famiglia il terreno sul quale fertilizzare una società migliore.
Non è poi abitudine di questa Federazione presentare liste di proscrizione o addebitare superficialmente  mancanze o errori, individuandone i colpevoli.
Sarebbe troppo comodo, inutile e anche scorretto.

Ognuno fa il proprio mestiere e sta a noi, quindi, cercare di trasmettere nel confronto istituzionale le aspettative e i bisogni del settore, cercando di essere comprensibili, credibili e accreditabili, e poi, magari, anche ascoltati.

Lo abbiamo fatto, tante volte, anche nell’ultimo anno, a volte con scarsi risultati, per due motivi, essenzialmente:

• per vincoli di bilancio che impediscono alla Politica grandi spazi di manovra, soprattutto in una situazione di P.I.L., e conseguentemente, di gettito fiscale, in forte diminuzione, con un debito pubblico a livelli record;

• per una sottovalutazione cronica del nostro sistema, per effetto del quale, si considerano sempre prioritari interventi a favore dell’industria, sempre pronta a tenersi gli utili e a dividere le perdite, grazie ai vari sussidi, contributi e aiuti che generosamente lo Stato eroga in termini di finanziamenti alla C.I.G., di incentivi alla rottamazione e/o alla delocalizzazione, senza mai presentare il conto sui disastri ambientali in termini di inquinamento, sulle violenze al territorio, sui costi sociali e tante altre cose.

Non è vittimismo che, peraltro, detesto, ma una constatazione che penso non offenda nessuno, perché è la realtà.

Il nostro primo problema, quindi, è quello di recuperare un ruolo che ci aspetta di diritto, perché oggi il nostro Paese è molto cambiato e, quindi, se gli aiuti sempre concentrati sull’Industria, potevano  essere nel passato utili e accettati, visto il ruolo di moltiplicatore di benessere che essa ha rappresentato negli anni del dopoguerra e nei decenni successivi, ora il ruolo e il peso  che il Terziario offre all’economia nazionale è decisamente aumentato e, quindi, diversa deve essere anche la considerazione e l’attenzione che la Politica deve riservare ai nostri settori, che non vanno considerati marginali o comprimari, ma fondamentali nelle elaborazioni delle politiche economiche.

Lo esprime il Presidente della FIPE che rappresenta, da sola, oltre 200.000 imprese, con circa 900.000 occupati, con un fatturato stimabile superiore  ai 65 miliardi di euro ma lo esprime, più autorevolmente e da tempo, anche il Presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, che richiede politiche di sostegno al tessuto delle PMI, avviando tagli alla spesa pubblica improduttiva, migliorando l’efficienza della Pubblica Amministrazione, concretizzando i progetti di semplificazione amministrativa, agendo sul tema della equità del prelievo fiscale, oggi appesantito da studi di settore, non sempre capaci di determinare un reddito imponibile giusto, sulle  riforme da fare, in campo sociale, del lavoro, della scuola, delle regole finanziarie e su tante altre cose, su cui ha l’appoggio forte, leale e incondizionato della Federazione tra le più rappresentative del sistema confederale.
Per fare questo passaggio epocale nella considerazione che ci è dovuta è necessario che, da parte nostra, si migliori su tre cose:

1. sulla crescita della qualità della nostra rappresentanza, che dipende certamente dalla qualità delle persone che si assumono il gravoso ruolo di caricarsi l’onere dell’impegno sindacale, ma anche da aspetti di razionalizzazione e di organizzazione del nostro sistema associativo;
2. sui temi della diligenza fiscale, amministrativa e, più in generale, dell’osservanza e rispetto delle leggi da parte dei nostri rappresentati;
3. su un miglioramento della nostra comunicazione, per crescere in autorevolezza e credibilità.

Per quanto riguarda il tema della rappresentanza,  speriamo di vedere presto i frutti della radicale revisione statutaria che Confcommercio ha responsabilmente realizzato, non senza difficoltà e qualche ostruzionismo.

Confermiamo il nostro consenso all’iniziativa che Confcommercio ha voluto, che porterà importanti cambiamenti, perché va nella giusta direzione, di rafforzare, cioè, il nostro sistema, razionalizzandone l’organizzazione, semplificandone i passaggi, raccogliendo le novità che arrivano dal maggior ruolo delle Regioni, imponendo costante ricambio nei ruoli e controllo negli aspetti economici delle componenti Associative.

Viene anche rilanciato il ruolo delle Federazioni di Settore, tra le quali la FIPE  continuerà a  rappresentare l’orgogliosa bandiera di tutto il “Fuoricasa”.  Tutti auspichiamo e vogliamo che questo passaggio rappresenti anche una crescita nell’autorevolezza nella credibilità e nella qualità dei dirigenti sindacali che si assumono  l’impegno sindacale, che deve essere valorizzato da competenza, passione, partecipazione, trasparenza, serietà, etc..

E’ sottinteso anche che alla F.I.P.E. dovrà essere ridato il ruolo e il peso che le spetta all’interno anche del sistema confederale, per i numeri che rappresenta, per la sua storia e anche per la serietà che oggi la caratterizzano, scaduto il periodo di volontario purgatorio che si è imposta, per etica associativa e per favorire il rilancio di Confcommercio, assumendosi le responsabilità di chi, espressione della nostra Federazione, ha guidato e messo in difficoltà nel recente passato il nostro sistema.

Le colpe sono sempre personali e chi mi ha preceduto rispondeva ad Organi incaricati anche di controllarne l’operato. Ma questa Federazione ha  ritenuto comunque corretto assumere un profilo defilato rispetto alle strategie confederali, per tante ragioni, anche di stile e di sensi di colpa, espressione della propria  coscienza, che vanno considerate come dimostrazione non di debolezze o di ammissione di colpe allargate, ma di atti di responsabilità associativa.

Terminata la penitenza, ci mettiamo a disposizione di Confcommercio, forti, strutturati, motivati e preparati, senza fastidiose pretese, ma con gli accrediti e i valori che ci devono essere riconosciuti.

Sul versante della diligenza fiscale e amministrativa e sulla negligenza che caratterizza qualche comportamento, vanno tenute presenti due ragioni: una,  collegata alle difficoltà di rispettare norme spesso complicate,  per le quali non c’è bisogno di fare esempi perché materia nota.

L’altra ragione, invece, fa parte delle caratteristiche di alcuni nostri imprenditori, orientate alla negligenza, che vanno corrette, con una paziente attività di informazione e formazione che spetta anche alle nostre Associazioni, ma soprattutto avviando un cambiamento da parte loro nell’approccio verso le Leggi che regolano le nostre attività, che non sono evidentemente optional, la cui osservanza è facoltativa, ma obblighi che,  se non osservati, lasciano spazio e campo libero alla giusta attività ispettiva.

Chi ha la responsabilità di rappresentare le categorie, non può difendere l’indifendibile e giustificare gli Associati, comunque e a prescindere da errori e inosservanze. Il ruolo dell’Associazione è anche quello di migliorare il rispetto delle Leggi da parte degli Associati, salvo poi intervenire per proporre, correggere e migliorare i provvedimenti in sede legislativa.
Su questi aspetti, quindi, certamente abbiamo debolezze,  che poi pesano nell’interlocuzione istituzionale, che vanno combattute, criticate, denunciate, anche perché la stragrande maggioranza dei nostri operatori hanno comportamenti corretti.

Contemporaneamente, però, chiediamo, in particolare alle Autorità interessate, una maggiore attenzione sui fenomeni dell’abusivismo, spesso denunciati dai nostri settori, sui quali interpretiamo anche comportamenti contradditori, nel senso che, da una parte, nei nostri confronti opera una giusta attività ispettiva, con la severità e rigorosità, che si traduce in verbali di contestazione per errori, irregolarità, inadempienze, a volte commessi anche in buonafede, dall’altra, invece, agisce un abusivismo, spesso anche alla luce del sole, con uno Stato distratto nel perseguirlo, che a volte lo accetta anche come  un male minore, atteggiamento che genera poi sensi di frustrazione e di ingiustizia nei nostri operatori e che non aiuta certamente a far crescere dovere civico, su cui costruire una Società più giusta.

Quante volte, però, per errori di pochi, o a causa di grossolane approssimazioni,  siamo stati messi in difficoltà, per esempio, sui temi del fisco, con la pubblicazione di statistiche, riferite alle medie di reddito del settore, che non considerano le attività stagionali e temporanee o la ripartizione del reddito all’interno dell’impresa familiare.

Con la pubblicazione, quindi, di dati non omogenei o non correttamente presentati, che proiettano l’immagine di un settore pieno di illegalità, che invece meriterebbe ben altra considerazione.

Oppure sugli aspetti igienico-sanitari, su quelli della sicurezza sul lavoro, sulla trasparenza dei prezzi, sul lavoro irregolare, sull’alcol. Su quest’ultimo aspetto, in particolare,  le colpe di qualcuno pesano come un macigno su quanti, faticosamente, cercano di rappresentare i valori di un settore fatto di operatori che pagano le tasse, osservano gli obblighi di legge, aprono ogni giorno il loro esercizio offrendosi con professionalità, serietà e simpatia al servizio della clientela, e che pretendono rispetto, considerazione e non accettano generalizzazioni e fastidiose ironie.

E’ per questi operatori, che sono la stragrande maggioranza, che lo Stato, anche con il nostro sostegno, deve intensificare la lotta a qualsiasi irregolarità, con la sensazione finale che l’evasione fiscale, spesso attribuita ai nostri settori, si trovi da un’altra parte.

Infatti, tra i commenti che si leggono sulle operazioni di Scudo Fiscale per il rientro dei capitali, oppure i provvedimenti emessi per contrastare paradisi fiscali, o residenze estere fittizie, nessuno mai ha riguardato un operatore del nostro settore, esempio emblematico di una categoria che ha evidentemente ben altri problemi.

Raccomandiamo, quindi, ai nostri imprenditori sempre maggiore diligenza e correttezza, e contemporaneamente, alle Istituzioni e ai Media una diversa considerazione, anche sulla valutazione e pubblicazione di dati che ci riguardano.

Per quanto riguarda, infine, la comunicazione, noi non abbiamo  grandi giornali o televisioni a disposizione e in un mondo dove è più importante apparire che fare, lavoriamo sindacalmente con un grande handicap.

E’ un aspetto complicato, che tocca aspetti economici, capacità di dialogo con i media, interesse sui temi che caratterizzano il nostro impegno sindacale, ma questo è certamente un argomento che merita una riflessione importante, perché decisivo per il raggiungimento di risultati ancora più importanti e che possiamo solo migliorare.

Alcuni spunti sindacali sono già stati richiamati, ma l’occasione dell’Assemblea merita qualche considerazione aggiuntiva.
Per esempio, sugli studi di settore.

Nati come simbolo di una nuova politica fiscale improntata alla collaborazione tra fisco e contribuente, gli studi hanno perso nel tempo lo slancio iniziale, finendo per somigliare ad uno strumento, sebbene più raffinato dei precedenti, di catastizzazione dei ricavi e dei redditi.

Persino i recenti correttivi , tesi a riportare gli studi nell’alveo delle presunzioni semplici, non sono sufficienti a ricreare quelle condizioni di fiducia ed entusiasmo che ne avevano caratterizzato l’avvio oltre dieci anni fa.

C’è un punto intorno al quale si continua a girare a vuoto: riguarda la dimensione territoriale nella quale l’impresa è collocata.

Per un’impresa come la nostra la differenza non la fa l’area territoriale, la regione, la provincia o il comune. La  differenza la fa una strada, una piazza, la vicinanza ad un punto di interesse della città. Oggi, invece, è indifferente che un bar sia a Piazza di Spagna o a alla Garbatella.

Gli strumenti per rafforzare la territorialità esistono: vengono utilizzati ogni giorno da migliaia di imprese per valutare il posizionamento di mercato, per lo start up, per arrivare alla clientela potenziale.

Pur riconoscendo lo sforzo metodologico compiuto, gli studi continuano ad essere eccessivamente freddi rispetto  alla dinamica della congiuntura economica. Per i nostri settori ciò è particolarmente evidente. E allora perché non provare  a innovare?  Ci aspettiamo che l’Amministrazione finanziaria faccia un ulteriore salto di qualità su territorialità e congiuntura, magari anche ascoltandoci direttamente.

Passiamo ora ai temi del Turismo, dove registriamo i dati di una stagione piena di segni meno, sulle presenze, sui fatturati, sugli occupati, etc..

Le cause stanno certamente nella crisi che ci ha impoverito tutti, ma anche in un sistema che va migliorato, per farlo ritornare al livello di gradimento che lo ha sempre valorizzato.

Per ora registriamo tanti buoni propositi e poche iniziative, queste castigate non tanto dalla mancanza di volontà del Ministro Michela Vittoria Brambilla, ma da fondi inadeguati a favorire una svolta nella direzione di incidere strutturalmente sui nostri mali (promozione, informazione, infrastrutture, prezzi, qualità, servizi, etc.).

Tra le cause dei mali del nostro turismo c’è la stagionalità, per migliorare la quale si sono sentite tante proposte (cambiare il calendario scolastico, riprogrammare le ferie delle aziende, incentivare il turismo fuori stagione, etc.).

A mio avviso, non si esce da questo circolo vizioso, se non si prendono, preliminarmente, due semplici provvedimenti:
1. dare contributi a chi rimane aperto oltre la stagione canonica, magari perdendo soldi, ma con la volontà di garantire comunque un servizio, consolidare una squadra qualificata di collaboratori, che altrimenti deve reinventarsi ad ogni stagione, con la speranza di trovarsi pronto nel caso di un cambio nel modo di concepire la vacanza sui 12 mesi.;
2. intervenire sul sistema delle indennità di disoccupazione, che appiattiscono gli operatori e dequalificano il settore.

Pur con tutte le prudenze e le garanzie del caso, ritengo sbagliato il sistema attuale che offre generose indennità di disoccupazione ai collaboratori cosiddetti stagionali, che per un periodo godono di un reddito di lavoro subordinato e, per l’altro, sfruttano gli indennizzi a disposizione, situazione che rende non conveniente la ricerca di un’altra occupazione, che avrebbe il grande vantaggio di far crescere professionalmente i nostri operatori, oltre che far risparmiare lo Stato.

Una volta si alternava stagione estiva a quella invernale, magari in rinomate località, anche all’estero, che davano maggiori redditi, motivazioni e competenze professionali, oggi difficili da trovare, in cambio evidentemente di qualche sacrificio.

Andrebbe riformato il sistema, con protezioni non generalizzate, anche per uscire dalla comoda pigrizia che sta dequalificando il settore e che riguarda tutti, i pubblici esercizi, gli amici albergatori, e tutto l’indotto collegato.

Qualcuno, e a ragione, sponsorizza anche un intervento sull’IVA di Settore, prendendo facile spunto dal provvedimento francese che ha ridotto l’aliquota nella ristorazione dal 19,6% al 5,5%, con benefici in termini di probabile crescita dei consumi.

Perché non fare la stessa cosa?

Ogni volta che si pone l’argomento, si trova forte resistenza, perché le argomentazioni di difesa non mancano (vincoli comunitari, punti di partenza molto diversi -  IVA italiana è al 10% - complicazioni amministrative sulla doppia aliquota, contropartite da garantire in termini di proporzionale riduzione di prezzi e di aumenti occupazionali, ma soprattutto il tema del deficit del bilancio pubblico che non offre spazi).

La crisi però sta facendo emergere tutte le difficoltà del settore, impegnato, tra l’altro, nelle trattative per il rinnovo del CCNL del settore, che pone molti interrogativi sulle capacità del settore a mantenere gli attuali livelli di occupazione.

C’è un rischio reale di nuova disoccupazione, che lo Stato deve valutare, considerando una ipotesi di lavoro sull’IVA del settore, più volte riproposta e mai neppure considerata, perché altre e più lobbisticamente sostenute, le emergenze da assecondare.

Una revisione dell’IVA di settore, anche di quella del 20 % sulle prestazioni degli stabilimenti balneari e delle discoteche,  sarebbe un primo importante segnale di vera attenzione verso il Turismo, da tutti considerato il Petrolio italiano nelle dichiarazioni, ma non appoggiato, promosso, valorizzato, difeso e sostenuto con interventi di vero contenuto.

A proposito di IVA,  è stato risolto il problema dell’inserimento della attività di Ristorazione tra quelle meritevoli di aliquota ridotta, nel progetto di armonizzazione fiscale in itinere presso il Parlamento Europeo.
L’ipotesi iniziale prevedeva l’applicazione di aliquota piena,  situazione che è stata recuperata, con una pronta iniziativa, ben conclusa grazie anche all’appoggio dei parlamentari italiani europei, che ci hanno sostenuto, oltre che all’assistenza di Confcommercio International.

Il provvedimento è stato licenziato dall’Ecofin con questa impostazione che ci permetterà il mantenimento dell’aliquota ridotta almeno al 10 %.

Sul Turismo poi è necessario un richiamo alle problematiche di quello balneare, che interessa oltre 13.000 imprese, che non riesce a trovare una giusta soluzione a due suoi grandi problemi aperti.

I nuovi criteri di calcolo dei canoni disposti dalla finanziaria 2007 da un lato, e  il procedimento di infrazione avviato dall’Unione Europea in ordine al rinnovo dei titoli dall’altro, creano una condizione di precarietà e mettono in serio pericolo la sopravvivenza del settore.

Nessuno mette in discussione la necessità di rivedere i canoni delle concessioni o di rivedere il diritto di insistenza degli operatori, ma queste operazioni vanno fatte con gradualità e passaggi intermedi, da valutare preventivamente sui tavoli tecnici di confronto istituzionale che il S.I.B. richiede.

Si rischia di ritrovarsi con litorali deserti e abbandonati, con conseguenze sulla sicurezza in mare, sull’ordine pubblico, sull’ambiente, sui servizi e l’immagine turistica del Paese e, quindi, con dei passi indietro rispetto all’obiettivo.

Nel Turismo poi, la componente eno-gastronomica che noi rappresentiamo, sta manifestando continui cambiamenti, orientati purtroppo verso il peggio.

Le prospettive del settore, oggetto del convegno nazionale a Milano del novembre 2008, che aveva l’obbiettivo di tutelare, promuovere e valorizzare il modello del Pubblico Esercizio italiano, sono state drasticamente stravolte dalla sentenza del Consiglio di Stato che ha, di fatto, liberalizzato il settore.

Siamo, in questa fase, nelle mani della sensibilità degli amministratori locali, chiamati ad intervenire nelle politiche del settore, che non dovrebbero sacrificare al principio del libero mercato, di cui la crisi ne ha dimostrato i limiti, l’esigenza di una programmazione di sostenibilità del settore.
Gli effetti della dequalificazione si incominciano a vedere in molti contesti urbani, dove l’uso indiscriminato del prodotto industriale, semilavorato e/o precotto, somministrato in condizioni igienico-sanitarie precarie, tra passanti curiosi e piccioni in agguato, sta sostituendo storiche trattorie, osterie, ristoranti che avevano un altro modo di concepire la cucina italiana.

Certamente anche questi sono Pubblici Esercizi da difendere, ma è questo il modello a cui rapportarci in futuro, dove limando sulla qualità, sul servizio, sui costi del lavoro, abbattuti dall’utilizzo crescente di piatti pronti, si riesce ad affrontare una concorrenza selvaggia che fa del prezzo il fattore di successo?

Che futuro possono avere i tanti Pubblici Esercizi, magari decentrati rispetto ai luoghi di grande passaggio, che fanno qualità, che inizia al mattino presto con gli acquisti di materia prima ai Mercati, che dedicano tempo e passione alla cucina, che investono sul servizio e sulla professionalità e che trovano sempre maggiore concorrenza in attività spesso improvvisate, che dequalificano l’offerta, diseducano il consumatore, ma che però sono competitive nei prezzi e anche apprezzate da una clientela, sempre più spesso incapace di distinguere tra i livelli di offerta?

La tendenza peggiorativa è confermata anche dai risultati dell’attività ispettiva condotta dagli organi di Vigilanza sugli aspetti igienico-sanitari, che trova spiegazione anche nella facilità con la quale oggi, chiunque, può aprire una attività di Pubblico Esercizio.

La strada per arginare l’abbassamento del livello qualitativo è quello di ricominciare a richiedere adeguate competenze certificate a chi apre una attività all’interno della filiera alimentare.

Anche la procedura introdotta dalla sostituzione dell’autorizzazione sanitaria con la “denuncia d’inizio attività” ( la DIA ), che ha spostato i controlli dell’ASL a un momento successivo rispetto all’inizio dell’attività, andrebbe rivista, non tanto per frapporre ostacoli, ma per garantire maggiore sicurezza alimentare, alla luce anche del sempre più crescente ingresso nel nostro settore di operatori stranieri (4 su 10 sub-ingressi interessano operatori stranieri), che propongono una cucina etnica, anche apprezzata, ma che oggi è fonte ancora di molte criticità in tema di igiene.

C’è nel settore un senso di frustrazione nel vedere la facilità con la quale si consente a chiunque (benzinai, agricoltori, supermercati, panettieri, artigiani, negozi di moda, etc.) di improvvisarsi ristoratori e di avviare una attività per la quale c’è chi ha speso una vita per migliorarla, con facilitazioni, regole, vincoli e costi molto meno onerosi rispetto ai nostri e che dequalificano poi anche il nostro lavoro.

Sul tema: “piove sul bagnato”. Incombe, infatti,  l’incognita Bolkestein, la “Direttiva Servizi”, che impone l’obbligo agli Stati Europei di comunicare alla Commissione, entro il prossimo 29/12, quali regimi di autorizzazione per le attività di servizio essi intendano mantenere, con il rischio di ricevere quindi il colpo di grazia sugli aspetti di tutela, valorizzazione e promozione del settore che noi rappresentiamo.

Quindi le direttive, che devono partire dalla conferenza Stato/Regioni, devono essere recepite dalle Regioni, in modo coordinato e preciso, sia per frenare la fantasia normativa delle Amministrazioni Provinciali e Comunali, che per evitare le distorsioni che già si intravedono sulle modalità di somministrazione, sull’impatto ambientale, sulla presenza di requisiti (morali e professionali), sui rischi igienico-sanitari e sulle ingiustizie che arrivano dagli Agriturismo, circoli privati, sagre e di un  abusivismo che non può più essere accettato.

Se le cose non cambieranno, credo che ci ritroveremo presto di fronte allo spauracchio di una nuova “lenzuolata di liberalizzazioni”.

Il sistema delle licenze sarà scardinato dalle DIA, facendo di fatto perdere all’impresa di pubblico esercizio l’unico valore che riesce a  costruire negli anni : l’avviamento.

Alla fine del 2009 registreremo che in un anno avranno chiuso i battenti 20.000 imprese (50-60 al giorno in media), parte delle quali verrano sostituite.

Se questo trend continuerà, in cinque anni usciranno dal mercato 100.000 tra bar e ristoranti, lasciando sulla strada intere famiglie. Il settore cambierà profondamente volto perché, chi subentrerà, lo potrà fare con estrema disinvoltura, con semplici autodichiarazioni , senza che gli Enti Locali abbiano tempo e risorse per fare i necessari controlli.

In un momento delicato per l’economia e per la politica c’è chi, forse, ha interesse a fare sfoggio di attivismo riformatore sulle spalle di imprese e lavoratori.

Troppo facile fare le riforme a costo zero per le casse dello Stato.

I pubblici esercizi stanno per pagare conti insostenibili per il settore. Se sommiamo i danni delle imprese balneari appena accennati , a quelli delle discoteche con i divieti dell’alcol,  a quelli delle licenze, ci troviamo di fronte ad uno scenario apocalittico: un intero settore che rischia di perdere  la propria identità per fare spazio ad un’offerta eno-gastronomica  e di intrattenimento di basso livello, non professionalizzata e soprattutto incapace di gestire la competizione internazionale.
Le nostre imprese hanno bisogno almeno di una compensazione.

Se si riescono a trovare risorse per rottamare i settori dell’automotive ( 500 milioni)  e per altre varie categorie come le macchine undustriali, gli elevatori, le cisterne speciali, i mobili e gli elettrodomestici ( altri 500 milioni), perché non si destinano risorse adeguate anche per la rottamazione delle licenze di pubblico esercizio?

La buona tavola rappresenta la storia di questo Paese e va posto un blocco alla deriva qualitativa del settore, favorendo la ristorazione con politiche che siamo ancora in tempo a recuperare.

Il Ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi,  considera la cucina parte integrante della cultura del nostro Paese. Il Ministro della Turismo, Vittoria Michela Brambilla sta coinvolgendo la ristorazione per la promozione dell’Italia nel mondo. Il Ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia,  grintosamente difende i prodotti italiani in tutti i modi e vede nella ristorazione importante sbocco commerciale ed elemento di valorizzazione di molte piccole produzioni locali. Il Ministro dell’Welfare, Maurizio Sacconi, ci considera settore importante per l’occupazione. Il Ministro degli Interni,  Roberto Maroni, ci assegna un ruolo importante nelle integrazioni degli immigrati e nella collaborazione per interventi di attenzione ai fenomeni sociali di devianza sull’alcol e sulle droghe. Il Vice Ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ci assegna capacità di educazione per corretti stili di vita, con adeguate competenze sugli aspetti della dieta, sui valori nutrizionali, sulla prevenzione di malattie alimentari originate dalle allergie, dalle intossicazioni, dalla presenza nei cibi di additivi, conservanti,  coloranti, etc.

Con tutti questi sponsor, è mai possibile che non si riesca a capire il valore di un settore, che è certamente portatore di interessi, ma anche di altri valori, che non può essere maltrattato con provvedimenti non condivisi, miopi e lesionisti anche per il Paese?

Non chiediamo privilegi, ma di fare, insieme, percorsi di apertura verso un mercato e un consumatore che cambia, che ha altre esigenze e anche altre possibilità economiche, intervenendo però con provvedimenti non improvvisati o imposti, perché altrimenti si rischia di fare danni e di non ottenere i risultati attesi.

A proposito poi di situazioni che richiedono attenzione,  l’inasprirsi dei provvedimenti sull’alcol merita un passaggio specifico, da fare con la prudenza e la responsabilità che l’argomento merita.

E’ un fenomeno sociale vero e grave, che va affrontato con responsabilità, perché tocca soprattutto la parte più importante della Società, rappresentata dai giovani, patrimonio del nostro futuro.

La nostra posizione contraria ai divieti è sempre e solo tradotta come espressione di un interesse di parte.

E’ vero, almeno in parte, e quindi, comprendiamo anche la posizione di quanti non danno il giusto valore al nostro parere contrario.

Però, nella misura in cui noi stiamo facendo uno sforzo per far crescere responsabilità sociale nella nostra categoria, che non deve prosperare sulle devianze, ma contribuire a correggere comportamenti scorretti, anche rinunciando a qualcosa, perché anche noi siamo padri di famiglia, con il dovere cioè di far crescere una gioventù sana, forte e affidabile, dall’altra, ci aspettiamo un atteggiamento meno emotivo e superficiale nella gestione del problema.

I divieti non servono! Lo diciamo noi, ma anche altri più autorevoli e neutrali esponenti della società civile (scienziati, medici, psicologi, magistrati, etc.), che invitano a percorrere le strade di approfondimento dei veri motivi del disagio giovanile, che non nasce al bar, ma cresce nelle famiglie, nell’educazione, nei cattivi esempi che arrivano dalla TV, nel modo di vivere la parte più bella della vita, con una gioventù spesso impigrita e appiattita nel benessere, senza ideali, passioni, obiettivi e vere relazioni sociali.

Vietando l’alcol, si alimentano ancora di più i comportamenti trasgressivi, si alimenta un incontrollabile commercio parallelo e un crescente abusivismo, fuori dai nostri locali, che  da spazio ad altre degradazioni, di cui i “Rave-Party” ne sono l’espressione più conosciuta.

Incominciamo ad educare i giovani, responsabilizzandoli da subito, coinvolgendo tutti i protagonisti del problema (famiglie, scuola, educatori, istituzioni pubbliche, anche noi), rafforzando il sistema dei controlli e solo allora, valutati i risultati, interveniamo anche con i divieti, che solo allora avrebbero un significato.

L’argomento gestito solo con i divieti, invece, dà l’impressione di molta improvvisazione, di disimpegno su un problema vero e l’individuazione di un facile bersaglio nel nostro settore.

Un altro problema sul quale, ormai da anni, ci stiamo concentrando, con scarsi risultati, è quello dei Buoni Pasto, con una situazione giunta al limite di sopportazione per 3 attori su 4 tra quelli che alimentano il settore.
• I Pubblici Esercizi continuano a subire, anche senza tanti scrupoli, aumenti dei tassi di convenzionamento, che viaggiano ormai sulla doppia cifra e, soprattutto, l’incremento delle vessazioni contrattuali per ritardi nei pagamenti, per la gestione dei buoni scaduti, per note di variazioni emesse d’iniziativa con le più fantasiose motivazioni, con le complicazioni nella consegna, etc.;
• gli emettitori rappresentati in Anseb, a loro volta, registrano pressioni sul fronte della concorrenza, che li porta ad aggiudicarsi gare d’appalto a condizioni suicide, che poi scaricano sul Pubblico Esercizio;
• gli utilizzatori dei buoni pasto si trovano, inevitabilmente, prezzi in aumento e un’offerta dequalificata, scontando a loro volta i mali del sistema;
• le aziende richiedenti, e lo Stato con la CONSIP, invece, godono da sole tutti i benefici, ottenendo ribassi sulle gare di appalto che migliorano il loro costo del servizio sostitutivo di mensa.

Noi richiediamo che la Legge 168/2005, collegata al DPCM del 4/10/2005, in parte depotenziato da sentenze di TAR e Consiglio di Stato, possa essere ripresa, per dare equità ed efficienza al sistema, riportando anche all’interno del settore (e dintorni) la spendibilità del buono pasto, oggi utilizzato con forma di pagamento generalizzata, con illeciti anche fiscali evidenti.

Inoltre, ribadiamo la necessità di aggiornare ad almeno € 7,00, la quota defiscalizzata, ferma da sempre a €. 5,29, anche per dare ossigeno ad un settore in affanno.

E pensare che proprio il min. Scaiola, appena insediatosi, aveva trovato le risorse necessarie per far fronte ai costi della defiscalizzazione e della decontribuzione del buono pasto. Sapete che fine hanno fatto ? Sono stati “prelevati” dal min. Tremonti per finanziare la Social Card, un progetto che, mi pare, non riesca a sortire risultati soddisfacenti.

E a proposito di Mense, non possono essere dimenticati il problemi che i gestori giustamente lamentano, sulle procedure delle gare di appalto sistematicamente al ribasso, che dequalificano il settore, sul mancato rispetto delle linee guida emanate dalla Comunità Europea, che pongono attenzione al concetto di offerta economicamente più vantaggiosa, che rivaluta gli elementi di qualità del servizio e,  infine, sui ritardi nei pagamenti, soprattutto delle Pubbliche Amministrazioni, che stanno affossando il settore, anche perché la possibilità di compensazione dei crediti con debiti fiscali ci sembrano, per ora, solo teoriche.

Se alcuni problemi si trascinano, come quello dei buoni pasto, altri, invece, siamo stati in grado di risolvere, con notevoli vantaggi per gli associati, come quello relativo ai diritti connessi ai diritti d’autore, con la sottoscrizione di un accordo con SCF che ha previsto condizioni di favore per i nostri Associati.

Con questo accordo gli associati F.I.P.E. risparmiano fino al 30%, rispetto ai non associati, in caso di diffusione di musica registrata su CD o altro supporto e addirittura del 65% in caso di diffusione di musica tramite la radio.

Con SCF siamo poi in dirittura d’arrivo per quanto riguarda la sottoscrizione dell’accordo che riguarda  le attività di lucro (discoteche), mentre un capitolo a parte sarà necessario avviare per il locali serali.

Un appello, poi, ai Consumatori, con i quali abbiamo avviato rapporti leali e sistematici e di cui anche oggi abbiamo dato dimostrazione.

Abbiamo trascorso l’estate registrando e commentando alcuni episodi sui prezzi, subito registrati dalla stampa sotto la voce “Scandali” e che riguardavano conti esageratamente alti, differenziazione di listini con maggiorazione a carico di turisti stranieri oppure di altri addebiti impropri sui conti.

Ribadiamo che una cosa sono le furberie e i comportamenti sgradevolmente approfittatori di alcuni esercenti, che condanniamo e che fanno male a tutti, non solo cioè ai danneggiati, ma anche all’immagine del nostro Paese e alla categoria stessa; un’altra cosa, invece, sono i conti alti, lamentati, a posteriori, da alcuni avventori
La pubblicità dei prezzi è un obbligo di legge e quindi il consumatore ha la possibilità di valutare preventivamente un’offerta, che può approfondire in tanti altri modi.

Inoltre nella valutazione di un conto, ci aspettiamo più maturità da parte del consumatore, che deve essere capace di comprendere i costi indiretti di un servizio, in termini di professionalità del personale, dell’ambiente in cui si svolge il servizio, con l’insieme di arredi, spazi pertinenziali compresi, la strumentistica di servizio (posateria, piatti di servizio, bicchieri, tovagliato).

Un conto non può essere giudicato, a prescindere dal contesto in cui il servizio è fornito.

Spesso abbiamo la sensazione di un consumatore distratto, superficiale, esigente, che sceglie con approssimazione, salvo poi trasferire il suo malumore a chi lo rappresenta o ai Media.

Una cosa sono, quindi, le truffe e le furberie, che siamo i primi a biasimare, un’altra, invece, prezzi alti, giustificati da eccellenze sui fattori del servizio che il consumatore deve saper comprendere.

I cliente è il patrimonio più importante di ogni azienda e non ci vuole molta scuola per capire che un cliente imbrogliato è un cliente perso.

Infine, qualche considerazione per gli aspetti sindacali in senso stretto che riguardano il rinnovo CCNL del turismo, per il quale abbiamo avviato il confronto con le controparti sindacali.

Preciso che qualsiasi buon imprenditore ha l’interesse ad avere un rapporto importante con il suo Personale, dal quale pretendere il rispetto dei doveri contrattuali, garantendo però il giusto salario e il rispetto alla persona, principi sui quali consolidare un rapporto che rafforza sia l’impresa che il lavoratore e chi lo rappresenta.

Il rinnovo del contratto, però, si inserisce in un momento di difficoltà epocale,  e si colloca in un mutato scenario di relazioni sindacali per effetto della riforma degli assetti contrattuali, peraltro non sottoscritta da una organizzazione sindacale, la CGIL, ma che ha ridisegnato il nuovo ruolo del Contratto Nazionale  e gettato le basi per il definitivo sviluppo della contrattazione di secondo livello.

Lo affrontiamo con questi obiettivi:

- contenere i costi, perché la situazione è difficile, soprattutto in un settore al alto impiego di mano d’opera come il nostro;

- migliorare la produttività del settore, attraverso una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle prestazioni lavorative;

- ricercare adeguati livelli di professionalità, funzionali al miglioramento qualitativo dell’offerta;

- incrementare l’appeal del settore, al fine di attrarre le migliori risorse presenti sul mercato;

- investire sul Welfare settoriale, anche per accrescere l’attrattività del settore, migliorando i meccanismi degli Enti cogestiti dalle Parti Sociali, costituiti soprattutto con questo obiettivo;

- avviare un processo di semplificazione normativa del CCNL, come strumento di diffusione e di generalizzazione della disciplina contrattuale per avere  un contratto più vicino alle imprese ed ai lavoratori.

La nostra preoccupazione non è rivolta unicamente al dato congiunturale, che  è particolarmente grave, ma anche alla necessità di agire sulla zavorra che strutturalmente appesantisce la dinamica competitiva del settore.

Ciò premesso, l’augurio è che le trattative per il rinnovo del CCNL possano svilupparsi in un clima di responsabile collaborazione, certamente fatto di tatticismi e interessi contrapposti, che porti alla sottoscrizione di un CCNL che possa raccogliere le aspettative delle parti, considerando cioè le difficoltà e il mantenimento del livello di occupazione nel settore, che impone un approccio nuovo nel valutare le esigenze che  rappresenteremo rispettosamente alle OO.SS.

L’ultimo passaggio, infine, è per i nostri Associati, che vivono momenti di grande preoccupazione, con gestioni sempre più complicate e dimagrite dal punto di vista economico, con le ansie, i timori, le insonnie e le difficoltà che tutti conosciamo, sui temi del fisco, della burocrazia, del credito, con il personale da retribuire, i fornitori da pagare, le famiglie da mantenere, che chiedono solo di poter lavorare con alcune certezze in più e maggior considerazione per il loro lavoro.

Il nostro impegno deve saper raccogliere i loro segnali e trasformarli in linee di politica sindacale.

Abbiamo una grande responsabilità che sta nel mandato che abbiamo volontariamente accettato, da onorare  con tutte le migliori energie e da non deludere nelle attese.

Non è facile, non dipende solo da noi, ma questa Federazione sa come e cosa fare.

Grazie.

Lino Enrico Stoppani
 



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