Interventi del Presidente

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IN PRIMA FILA PER LA LEGALITÀ
stoppaniRecentemente il settore dei Pubblici Esercizi è stato oggetto di cronaca nera, con le notizie che riguardavano l’infiltrazione della criminalità, che trova nel nostro comparto terreno fertile per investire, o meglio per riciclare denaro di illecita provenienza o comunque per avviare attività che lo danneggiano (usura, taglieggiamenti, imposizione di fornitori, etc.).
La Magistratura sull’argomento è vigile e quando riesce, agisce di conseguenza, con
sequestri, arresti e chiusure di esercizi, lasciando esterefatti chi, come me, non solo ha la responsabilità di rappresentare il settore, ma ha la conoscenza della parte sana del comparto, prevalente per fortuna, fatta cioè di operatori che si dannano, soprattutto in questo periodo di grande crisi, costruendo il loro percorso imprenditoriale sull’onestà e sulla legalità. Le notizie a cui mi riferivo, quindi, da una parte mi feriscono, perché proiettano brutta immagine sulla categoria, dall’altra mi confortano per l’efficacia dell’attività giudiziaria, capace di intercettare, nonostante gli artifici amministrativi che li sostengono, finti progetti imprenditoriali, che fanno un doppio danno. Il primo è il danno che fanno alla Società in generale, perché sviluppano business allargando un raggio d’azione che indebolisce i valori sani sui quali si consolida una comunità, rispettosa dei sentimenti e dei principì, diseducando e minando alla base il lavoro, la passione, la dignità, l’orgoglio, il rispetto, che sono i pre-requisiti che, chi lavora onestamente, conosce bene.

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Alfredo Zini - Il valore del turismo

Marcello Fiore - Il salario è ancora una variabile indipendente?

Stoppani/Mangia - Dialogo sulle scelte estreme

Silvio Moretti - Nel dedalo della riforma

Luciano Sbraga - Diventare grandi rimanendo piccoli

 

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AVREMO IL SOLE DOPO LA TEMPESTA?
stoppaniCome saremo dopo questa crisi? È una domanda che spesso viene posta e alla quale non è facile dare una risposta per le caratteristiche epocali di questa crisi uniche nella loro gravità, complessità, durata, ampiezza e conseguentemente sui danni che sta causando.
Innanzitutto non faccio parte della schiera di quanti attribuiscono effetti salutari alle crisi, perché suggerirebbero cambiamenti, riforme, ristrutturazioni, riflessioni sui nostri comportamenti sui quali avviare migliorie che solo le difficoltà sarebbero in grado di imporre. I cultori di questa dottrina, probabilmente, non hanno mai gestito aziende e hanno studiato i momenti economici in comodi osservatori dove manca l’elemento essenziale, cioè il rischio che sta dietro ad ogni decisione imprenditoriale. Un buon imprenditore non ha bisogno di momenti di crisi per capirei limiti, le debolezze e le fragilità della propria impresa, sulle quali ha l’obbligo di operare soprattutto nei momenti di benessere se non vuole percorrere la strada del declino che la crisi può solo accelerare.
Esistono le eccezioni, da ammirare, ma le crisi normalmente lasciano soprattutto morti e feriti, imprenditorialmente parlando. Questa poi vale una rivoluzione, poiché ha demolito sicurezze, convincimenti, ricchezze, e il mondo che ci ritroveremo sarà certamente molto diverso rispetto a quello di prima. …..

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Alfredo Zini  - Terremoti e terremoto

Marcello Fiore - E la chiamano liberalizzazione…

Luciano Sbraga - Verità e bugie sugli studi di settore

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COME CONCILIARE FAMIGLIA E LAVORO
stoppani

Il VII° Incontro Mondiale delle Famiglie     a Milano, promosso dal S. Padre, con Fipe sostenitrice dell’evento, è spunto di riflessione sulla conciliazione Famiglia e Lavoro: un tema che interessa la qualità della vita anche dei nostri imprenditori. Non vorrei banalizzare l’argomento di grande spessore teologico-culturale, ma portare la mia (modesta) esperienza di persona che nasce in una famiglia patriarcale (genitori, sette fratelli, nonni e zii), di amministratore di azienda con tante persone e altrettante loro competenze, sensibilità e problemi da capire e sostenere, e infine di rappresentante di categoria che ha certamente qualche responsabilità sull’esasperato consumismo che ha distratto da certi valori e cambiato le abitudini.
Oggi la famiglia è in crisi per tanti motivi: il lavoro  manca e con esso manca il necessario per la famiglia; altre volte può essere molto impegnativo e togliere occasioni di dialogo, ascolto, rispetto e reciproco aiuto. La famiglia, però, è in crisi anche perché è cambiato tutto il suo contorno. Il benessere generalizzato ha portato a nuovi bisogni veri o presunti. Ma più del lavoro a destabilizzare la famiglia è stato l’avvento di nuovi mass media, l’informatica, la globalizzazione, un continuo progresso che ha cambiato le teste e i riferimenti delle persone.
All’origine del decadimento c’è certamente anche un problema di quantità di tempo e soprattutto della qualità da dedicare alla famiglia e su questo aspetto andrebbero approfonditi gli aspetti educativi e formativi che caratterizzano oggi la funzione di genitori...

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LIBERALIZZAZIONI: RISCHIO BA(ZA)R
stoppaniLa crisi in corso, i provvedimenti sulle liberalizzazioni e semplificazioni del Governo Monti, un mondo che cambia vorticosamente e altre situazioni contingenti stanno ponendo un interrogativo sul futuro del Pubblico Esercizio nel senso storico del termine.
Per storico intendo il Pubblico Esercizio con una sua precisa identità (ristorante, pizzeria, osteria, trattoria, bar, caffetteria, gelateria, locale serale, discoteca, night, etc.) con declinazioni condizionate dalle competenze e dalle professionalità del titolare,ma anche dal tipo di clientela, da orari di apertura, ubicazione, dimensioni, oltre che dai regolamenti d’igiene, ma con una offerta precisa e circoscritta agliambiti della somministrazione di cibo e bevande o dell’intrattenimento.
Su queste caratteristiche Fipe ha da sempre impostato la sua linea sindacale,difendendo tipicità, identità, professionalità,tradizione e valore sociale del Pubblico Esercizio, di fronte all’aggressione che veniva dal mercato post-lenzuolate Bersani, sostenendo il principio di base “stesso mercato – stesse regole”, combattendo le invasioni e gli abusi/abusivismi. Nel frattempo la somministrazione è stata estesa abbondantemente e spesso è statala comoda contropartita offerta a categorie in sofferenza commerciale.

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Giovedì, 08 Marzo 2012 13:44

aprile 2012 - Evasione e Disperazione

EVASIONE E DISPERAZIONE
foto_presidenteLe difficoltà del momento si manifestano in tanti modi, anche nella frequenza con la quale imprenditori del settore mi confidano i loro problemi, chiedendomi aiuto, consigli, conforto. Sono momenti di grande tristezza, sia per chi confessa i suoi problemi, sia per chi li riceve.

Martedì, 25 Ottobre 2011 16:12

25-10-2011 Stati Generali Confcommercio

Intervento del Presidente

Stati Generali Confcommercio "Anzitutto Italia"

Milano, 25 ottobre 2011

Le crisi colpiscono in genere tutti indistintamente, confermando quindi la teoria dei vasi comunicanti che vale per la fisica  ma anche per l’economia.
Una crisi come questa ha fatto vittime e danni dovunque, anche nel settore dei Pubblici Esercizi.

Premesso che non ci piace la cultura della lamentela, inconcludente e inopportuna vista la gravità del momento, siamo consapevoli che dalla crisi si esce innanzitutto recuperando le migliori energie, che ognuno per le proprie responsabilità deve ricercare.

Senza  le motivazioni, la passione, la determinazione, oltre che le competenza che ogni imprenditore deve raccogliere,  non esiste futuro  per qualsiasi impresa.

La prima medicina quindi sta nel combattere la depressione e il senso d’impotenza che a volte caratterizza i  comportamenti degli imprenditori, magari stimolando con più energia una migliore attenzione delle Istituzioni ai bisogni delle aziende e interventi di politica economica che tamponino le emergenze e rilancino lo sviluppo del Paese.

Ecco, la Politica, che da sempre ha il compito di creare le migliori condizioni di contesto per consentire alle imprese di crescere, di creare valore, di distribuire ricchezza, oggi sembra aver dimenticato questa funzione fondamentale.

La Politica,  a nostro avviso,  deve invece fare la sua parte per evitare di distruggere un patrimonio di saperi e di sapori, un attrattore formidabile per il nostro turismo, un sistema di servizi (ristorazione, intrattenimento, balneazione) quale è il Pubblico Esercizio.

Le cose vanno male  non  solo per colpa della crisi generale dei consumi.

Giocano un ruolo nefasto per la categoria  anche le politiche di settore, sempre più orientate verso un “liberismo” che  la sta dequalificando, abbruttendo, impoverendo, banalizzando e sulle quali è indifferibile una assunzione  di responsabilità piena da parte della Politica, che deve trovare con urgenza i rimedi.

In Cina, paese simbolo del nuovo che corre, per avviare una attività che abbia per oggetto il cibo, ci vogliono almeno 10 mesi per ottenere la licenza, perché ritengono l’attività sensibile per gli aspetti di tutela della salute pubblica.

In Italia, che ha fatto sulla buona tavola la sua storia e la sua cultura di vita, basta pochissimo e il nostro Premier,  e non una volta sola, ha portato come cattivo esempio di burocrazia, i passaggi previsti per l’apertura di una Pizzeria.

Questa posizione sta portando a consentire a tutti di fare tutto, male, diseducando e disorientando il consumatore, abbassando il livello qualitativo dell’offerta, portando il settore verso un lento declino che va contrastato.

Inoltre   il diffondersi di una inaccettabile cultura della “tolleranza amministrativa”,  che in questi anni ha generato un’offerta parallela di somministrazione (agriturismi, circoli privati,  sagre, artigiani somministratori) che sviluppa concorrenza sleale, danno erariale e rischi igienico-sanitari, sta deprimendo gli esercenti alle prese con doveri nuovi e impegnativi, come quelli connessi alla responsabilità sociale dell’impresa.

Su quest’ultimo delicato aspetto di grande attualità, vi sarebbe certo un atteggiamento più professionale verso i temi dell'alcol e delle devianze giovanili,  se non vi fossero periodicamente  campagne che alimentano spesso e solo comportamenti ancora peggiori e più trasgressivi.

Il settore del Pubblico Esercizio, poi, gode o soffre degli andamenti turistici che interessano il Paese, sui quali registriamo una domanda interna, prevalente, che segna il passo e una domanda estera che cresce ma in una  misura insufficiente rispetto alla diminuzione di quella interna.

Un’altra  proposta quindi è quella di rafforzare gli interventi sul turismo, sul quale qualcosa si sta muovendo, ma ancora in misura troppo debole rispetto alle potenzialità che il settore offre, anche senza bisogno di grandi risorse economiche, intervenendo magari sull’ indennità di disoccupazione che produce effetti distorti sulla stagionalità e livello di professionalità del settore.

A cominciare dall’ intervenire con urgenza ed equità su un comparto strategico per l’economia del settore quale è quello della balneazione , per troppo tempo costretto ad una precarietà pericolosa. Oltre 20.000 imprese aspettano da anni  una regolamentazione giusta dei canoni demaniali, con l'obiettivo condivisibile di ripianare privilegi o canoni inadeguati, ma senza accanimenti e con più giusti equilibri nella nuova disciplina, che rischia di stravolgere un sistema di servizi unico al mondo con l’ormai prossima introduzione delle gare pubbliche per il rilascio delle concessioni demaniali.

Bisogna che il Governo accolga la richiesta di tutti gli stabilimenti balneari italiani e estrapoli dalla Direttiva Servizi l’intero settore.

E, sempre in tema di gare d’appalto, quando si tratta di servizi alimentari  (mense o buoni pasto) non si può continuare ad assimilare queste gare con quelle per acquisti di matite o di computer, privilegiando solo ed esclusivamente le offerte al massimo ribasso e poi anche ritardare  il pagamento del servizio anche di 18/24 mesi.

Mangiare fuori casa deve sempre trovare garanzie di qualità,  perché ne va di mezzo la salute dei cittadini, soprattutto quando lo si fa per necessità , come avviene in mensa scolastica od ospedaliera. E per garantire la qualità non si può comprimere oltre misura i margini di chi eroga il servizio. Altrimenti si fa spazio a soggetti che hanno altri interessi…

E, infine,  c’è la “questione giovani”.


Il movimento degli “Indignados”, da biasimare e condannare per le violenze di Roma, è l’espressione del grave malessere che colpisce i giovani che non trovano lavoro, attenzioni e rispetto.

I giovani pretendono un loro ruolo e vogliono interventi nei temi del lavoro, presupposto indispensabile su cui impostare una famiglia, una prospettiva professionale, cioè avere una indipendenza economica per costruire la loro vita.

I mestieri si imparano da giovani.

Impegno di tutti deve essere quello di dare anche ai nostri ragazzi le opportunità di crescita che altre generazioni  hanno avuto con tanti eccessi (tempi di avvio al lavoro, gerarchie, orari) e molte mancanze sui temi economici e rispetto dei diritti. Eccessi e difetti che hanno però fortificato generazioni piene di valori.

In un Paese  che ha previsto quote per i disabili e quote rosa per le donne, non vedo fuori luogo puntare ad una “quota giovani” nelle aziende per favorire l’apprendimento dei mestieri. Lo ha già fatto, a suo modo e con tutti i difetti che ha, il mondo del calcio, limitando l’impiego dei “fuoriquota” nelle serie inferiori.

Dovremmo riflettere su qualcosa di simile per un ambito più importante qual è il mondo delle aziende in generale e di quelle del Pubblico Esercizio in particolare, che ha bisogno di giovani, della loro vivacità, intraprendenza forza, motivazione, freschezza mentale e genialità.

Insomma “Alzati, Italia” e pensa al tuo futuro.

Martedì, 27 Settembre 2011 02:00

27-09-2011 Assemblea Ordinaria Fipe

Assemblea Fipe
Relazione del Presidente Lino Enrico Stoppani
Milano, 27 settembre 2011

Questa Assemblea cade in un periodo molto difficile per il Paese, per il sistema delle Imprese, per quello delle Famiglie, per quello delle Associazioni, semplicemente per tutti.

Stavolta, tra l’altro, non vale il detto popolare “mal comune, mezzo gaudio”, perché siamo capitati in una tempesta, che sta seminando incognite e preoccupazioni sul futuro di tutti.

In questi casi è molto facile poi rifugiarsi nella ricerca di giustificazioni o scusanti e di colpevoli, operazione che non serve a niente, se non ad alimentare altre chiacchiere, inconcludenti e dispersive.

Non mi piace, poi, la “cultura delle lamentele”, evidente segno di debolezza e di incapacità ad essere propositivi.

Se siamo in queste condizioni le colpe sono allargate e di tutti, anche se con sfumature diverse circa il grado di responsabilità, e quindi anche nostre, e dobbiamo avere la capacità di meditare sugli errori, elaborando soluzioni utili ad uscire dalla tempesta, nel nostro interesse, ma anche di quello del Paese.

In queste situazioni, infatti, le aziende hanno maggiori responsabilità, perché è il sistema delle imprese che tiene in piedi il Paese, che risponde alle aspettative di sviluppo, di investimento, di occupazione, di ricerca e innovazione, di benessere.

Ribadito quindi  l’atteggiamento responsabile con il quale la F.I.P.E. ha affrontato i temi dell’emergenza in corso, abbandonando vittimismo e lasciando le critiche e le lamentele defilate, rispetto al bisogno di recuperare concentrazione e partecipazione costruttiva alla ricerca di soluzioni proporzionate alla gravità della situazione.

Non è debolezza o inutile anti-conformismo, ma la consapevolezza della gravità del momento, nel quale è più importante il dare e il fare piuttosto che il chiedere.

Sulla contestata Manovra Estiva, per esempio, ci siamo stati, favorevoli nella parte che riguardava i tagli alla Spesa Pubblica, contrari a nuovi prelievi fiscali, in particolare a quelli che avrebbero potuto incidere negativamente sui consumi, come quello sull’IVA.

In un Paese dove il 10% della Popolazione concentra il 50% del Patrimonio disponibile, e quindi dove il restante 90% delle Persone si distribuisce l’altro 50% del Patrimonio, con un andamento della Curva di Lorenz fatta ancora di disuguaglianze, in tempi non sospetti (vedi il mio Punto su Mixer del settembre 2010) avevamo suggerito la introduzione di una Imposta Patrimoniale, portando, ad esempio, la gestione di un condominio, dove le spese straordinarie si pagano in proporzione ai millesimi di proprietà.

Si è sentito dire che l’ipotesi era improponibile, per evitare fughe di capitali, blindature dei patrimoni con schermature fiduciarie, la valutazione delle imprese non quotate, ma l’emergenza andava affrontata anche con provvedimenti impopolari, tra cui ci stava anche una equa Patrimoniale, tra l’altro sostenuta anche da altri e più autorevoli esponenti della società civile ed economica del Paese.

Abbiamo seguito il confronto che si è sviluppato sul trafficato percorso che ha accompagnato l’approvazione della Manovra, in questo condividendo la posizione del Presidente Napolitano, che sollecitava tempi brevi, equità e massima condivisione dei provvedimenti.

Nel dibattito che si è sviluppato, ampio spazio ha avuto la lotta all’evasione, oggetto di nuovi provvedimenti finalizzati al contrasto, sul quale siamo stati spesso portati quale cattivo esempio.

Premesso che nel settore esiste ancora ampia negligenza, che va contrastata inasprendo i controlli, rafforzando gli strumenti di contrasto (studi di settore, redditometro, tracciabilità nei pagamenti, ecc.), ma anche dando una migliore risposta ai sacrifici del contribuente, che non può più tollerare gli sprechi ed i privilegi ben documentati da indagini giornalistiche che riguardano la “CASTA” politica sempre più lontana dai cittadini, soprattutto per i continui cattivi esempi di cui è protagonista.

Il senso e il dovere civico, tra cui ci mettiamo anche il principio costituzionale del pagamento delle imposte in base alla propria capacità contributiva, non sono espressioni astratte, ma comportamenti virtuosi che si costruiscono sui valori della corretta gestione della cosa pubblica, che prevedono il rispetto del cittadino, il riscontro alle sue aspettative e ai suoi bisogni di servizi, la prudenza e la parsimonia sul fronte della spesa pubblica, perché le tasse e le imposte costano fatiche e sacrifici ai contribuenti.

A proposito poi di evasione, non esiste solo quella fiscale, sulla quale il settore ha le sue responsabilità e colpe, che vanno combattute e rimosse, anche per ripristinare un mercato di concorrenza leale.

Esiste, però, anche quella fatta di evasori dal dovere di lavorare (oziosi, assenteisti, falsi malati e imboscati) e di evasori dai doveri di responsabilità collegati alla loro funzione, a tutti i livelli della Società, che hanno minato il livello di Moralità del nostro Paese e che è la nostra vera malattia.

Non si possono risolvere i tanti problemi di questo Paese, se prima non si incide sulla sua questione Morale.

L’affarismo, l’opportunismo, l’egoismo, il protagonismo, il menefreghismo, il qualunquismo, il trasformismo”  e i tanti altri “ismi” che hanno inquinato la Società, vanno curati incidendo sulle coscienze e nelle teste delle persone, non ipotizzando percorsi improponibili, ma partendo dalla quotidianità dei nostri comportamenti.

Sembrerebbe un discorso fuori – luogo, anche perché sono temi apparentemente lontani dalle competenze proprie di un Presidente di una categoria come quella dei P.E., che in fatto di colpe e responsabilità non può assolutamente tirarsi fuori.

Basti pensare ai temi dell’evasione che ho citato, a quelli dell’alcolismo, delle malattie alimentari, delle devianze giovanili che a volte favoriamo, alle tante colpe che spesso ci vengono addebitate, per capire che è una riflessione che ci riguarda.

Le Assemblee però non devono essere lo stanco rituale per proporre solo rivendicazioni, critiche o lamentele, o per valorizzare il nostro ruolo oppure per offrire statutariamente il rendiconto dell’esercizio passato.

Vorremmo fare di più, non per invadere campi altrui, ma perché siamo consapevoli dell’importanza del nostro settore, facilmente espressa dai numeri sul fatturato, occupazione e numero delle imprese, e soprattutto perché vogliamo bene al nostro Paese, che vorremmo migliore grazie al nostro contributo.

E’ mortificante e offensivo, anche per il nostro Passato, vedere l’Italia poco considerata sui tavoli istituzionali internazionali, sfiduciata dai Mercati Finanziari, denigrata e derisa dalla Stampa Estera, posizioni e atteggiamenti spesso giustificati dai nostri errori e dai comportamenti di chi ci rappresenta.

L’orgoglio, la dignità, la passione e la capacità che questo Paese ha, anche in abbondanza e comunque in misura superiore e migliore rispetto al degrado che troppo spesso trasferiamo nella interlocuzione istituzionale, vanno tutti recuperati e rafforzati per tamponare l’emergenza.

I gioielli di questo Paese, che sono la sua Storia, i suoi tesori paesaggistici e artistico-culturale, la Sua imprenditoria che, nonostante tutto, lavora, produce, traffica, esporta, vende, devono ritornare al centro delle attenzioni ed essere i presupposti cui rilanciare il sistema Paese.

F.I.P.E. si carica l’impegno con la determinazione la responsabilità che i tempi impongono e questo può già essere un primo punto da assegnare a questa occasione assembleare.

Gli Associati però si aspettano il punto sul settore, che non poteva essere presentato senza la premessa che riguardava il quadro generale all’interno del quale operiamo.

Innanzitutto richiamiamo due passaggi importanti, che riguardano la Federazione, che sta recuperando il ruolo e la posizione che le competono, non per grazia ricevuta, ma per l’importanza che ha nel sistema associativo e anche per la qualità delle persone che la rappresentano.

Il primo è l’assunzione della Presidenza dell’EBNT, inizialmente con Ilario Perotto, che ha poi dovuto rinunciare a causa di improvvisi e imprevedibili problemi familiari, anteponendo nella decisione le responsabilità del ruolo e le aspettative dell’Ente a qualsiasi altro interesse, dimostrando le qualità della Persona.

Al suo posto c’è ora Alfredo Zini, che sta proponendo alle Parti Sociali, un percorso di crescita dell’Ente, destinato ad assumere un ruolo di coordinamento dei servizi che la bilateralità deve rendere alle imprese e ai lavoratori.

Sempre più spesso le norme di legge indicano la bilateralità  come riferimento per le tematiche connesse al welfare settoriale, alla sicurezza sul lavoro, alla formazione professionale.
Non è un percorso facile, perché tocca aspetti delicati e complessi, con ricadute rilevanti di natura economica, che richiedono, quindi, un corretto ed attento presidio.

L’altro aspetto riguarda l’assegnazione a F.I.P.E. di una seconda vice-presidenza di Confcommercio, nella persona del nostro vice-presidente Giancarlo Deidda.

E’ un riconoscimento dovuto al valore della Persona, stimato, qualificato e serio Dirigente Sindacale, che però ci sentiamo anche nostro, anche se la decisione del Presidente Sangalli è stata presa in assoluta autonomia, valorizzando le qualità di una Persona che noi ampiamente conosciamo (…e sfruttiamo) e che metterà a disposizione con profitto anche di Confcommercio nazionale.

La riservatezza e la discrezione di Giancarlo troveranno improprio questo passaggio, dovuto invece per l’affetto, la stima e la riconoscenza che F.I.P.E., in particolare, gli deve.

Torniamo  però ai temi di interesse del settore, tra i quali le tematiche del Turismo continuano ad essere d’attualità, non solo per le tensioni associative che stanno interessando Confturismo, sulle quali ribadiamo la nostra posizione di critica al Codice del Turismo, che ha allargato a tutto il ricettivo l’attività di somministrazione, ma soprattutto per l’importanza che questo comparto, di cui ci sentiamo componente essenziale, ha per l’economia nazionale.

Oggi celebriamo la Giornata Mondiale del Turismo, fortemente voluta dal Ministro Michela Brambilla, dedicata in particolare ai valori della Ristorazione.

Apprezziamo l’operazione, che però non vorremmo fosse solo di facciata, ma che testimoniasse, invece,  una nuova, seria e interessata considerazione al settore, da sempre elemento attrattore della domanda internazionale.

Lo diciamo da sempre, perché consapevoli della qualità della nostra offerta e della Sue potenzialità, da valorizzare e promuovere, però, all’interno di un Sistema e di un Modello Turistico che non riusciamo ancora a costruire compiutamente, anche per le divisioni e gli egoismi che spesso ci caratterizzano.

Per Sistema intendo la convergenza tra normative, iniziative, azioni, comportamenti (individuali/collettivi), soggetti (pubblici/privati) che portano ad incrementare l’attrattività di un territorio, facendo crescere interesse a conoscerlo e a visitarlo.
Il Modello vincente di sviluppo turistico comporta invece corrette politiche del Territorio, la salvaguardia dei principali elementi attrattori di Turismo,professionalità, promozione.

Su entrambi i versanti siamo indietro,  soprattutto se ci confrontiamo con la concorrenza, sempre più organizzata ed attrezzata, che ci ha fatto perdere molte posizioni rispetto al primato che segnavamo negli anni 70.

La cucina in generale e la Ristorazione in particolare,  non hanno mai avuto le attenzioni, il sostegno, la considerazione, la tutela che meritavano, non solo per i numeri che esprimono, ma soprattutto per la funzione che esercitano.

Sul Turismo, la cucina italiana è il secondo motivo che sta alla base della scelta dell’Italia, come destinazione turistica e il primo perché ci ritornano.
Se questo è un valore, andrebbe tutelato, salvaguardato, sostenuto e promosso, e non maltrattato, promuovendo la banalizzazione che molti interventi legislativi favoriscono, stressando l’offerta sul lato concorrenziale, concedendo a tutti la possibilità di somministrazione, senza un minimo di riguardo ai requisiti minimi di accesso alla professione o una seria valutazione dell’impatto socio-ambientale che le nostre attività producono sul tessuto urbano.

In aggiunta, poi, rimangono le differenze onerose tra chi, come i Pubblici Esercizi, obbligati a sottostare a mille regole, e gli “Altri” che pur facendo lo stesso mestiere, beneficiano di deroghe e agevolazioni che alimentano un mercato parallelo che si sviluppa in un contesto di concorrenza alterata.

Abbiamo sempre criticato questa direzione, ponendo obiettivamente il nostro punto di vista, certamente di interesse, ma con una visione allargata delle prospettive, rimarcando cioè non solo i valori gastronomici, ma anche quelli sociali, storici, culturali, urbanistici.

I riscontri non sono stati adeguati ai bisogni e all’impegno che ci abbiamo messo, forse per scarsa capacità nel proporre le nostre posizioni, ma forse per pregiudizi o scarsa considerazione dei nostri interlocutori politici.

Lo ribadiamo anche oggi, nella Giornata dedicata alla Ristorazione, affinchè questi temi vengano considerati non con un approccio ragioneristico, ma con una visione che sappia interpretare le potenzialità di un settore, primo ambasciatore del Food in Italy.

Martedì, 27 Settembre 2011 02:00

27-09-2011 Giornata Mondiale del Turismo

Intervento del Presidente Lino Enrico Stoppani

Giornata Mondiale del Turismo

Milano, 27 settembre 2011

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Il ruolo del rappresentante di categoria ha oggi una doppia funzione.

La prima è quella di esprimere apprezzamento e ringraziamento al Ministro Michela Brambilla per l’iniziativa di dedicare la Giornata Mondiale del Turismo alla Ristorazione, con l’obiettivo evidente di valorizzarne ruolo, importanza e potenzialità per lo sviluppo del Sistema Turismo nel nostro Paese.

Solo questo sarebbe già un grande merito, vista la scarsa considerazione che il settore, a volte, raccoglie dall’opinione pubblica, dai Media, dalla stessa Politica, atteggiamento spesso favorito da alcune colpe, negligenze e debolezze che ancora lo penalizzano, ma anche e soprattutto da pregiudizi, superficialità e scarsa attenzione ai valori che invece lo accompagnano.

Nel considerarlo, quindi, piuttosto che ai numeri che il settore dei Pubblici Esercizi complessivamente esprime (230.000 imprese, 750.000 addetti, un contributo al PIL di circa 70 miliardi di Euro) o ai valori che custodisce e trasferisce in termini di qualità, di professionalità, di ospitalità, di socialità, di cultura, di salvaguardia, tutela e promozione del patrimonio eno-gastronomico, si guardano e si enfatizzano i difetti che lo caratterizzano, generalizzandoli e a volte offendendo anche operatori che fanno della passione, della serietà e della legalità il loro stile di vita e professionale.

Basti pensare ai temi dell’evasione fiscale, delle carenze igienico-sanitarie, delle polemiche sui prezzi, delle irregolarità nella gestione dei rapporti di lavoro, dove incidenti occasionali e le colpe di una minoranza, che vanno combattute e sanzionate, non possono essere incautamente addebitate ad un settore pieno per fortuna anche e soprattutto di operatori corretti.

Ben vengano quindi giornate come queste, utili a ribadire questi concetti, che non sono dettati da fastidioso vittimismo, ma dalla volontà di coltivare un rapporto con tutti i nostri interlocutori, fatto di rispetto, da dare, ma anche da pretendere quando si affrontano temi di interesse di una categoria cresciuta anche nella consapevolezza del suo ruolo e della sua funzione.

Vengo quindi al secondo punto del mio breve intervento di saluto, con il punto sullo stato del settore

La categoria sta vivendo un momento di grande difficoltà, che ha una doppia ragione.

La prima è congiunturale: la grave crisi internazionale sta colpendo indistintamente tutti i settori e non poteva risparmiare il “Fuoricasa”, che se da un lato ha visto mantenere complessivamente fatturati e tassi di occupazione, dall’altro registra un forte ridimensionamento della Sua marginalità, spesso inesistente vista la rigidità della componente costi fissi.

La seconda ragione della crisi, invece, è strutturale, collegata alle politiche del settore, sempre più orientate verso un “liberismo” che lo sta dequalificando, abbruttendo, impoverendo, banalizzando e sulle quali è indifferibile una presa di coscienza da parte della Politica.

In Cina, e riporto esperienza personale, paese simbolo del nuovo che corre, per avviare una attività che abbia per oggetto il cibo, ci vogliono almeno 10 mesi per ottenere la licenza, perché ritengono l’attività sensibile per gli aspetti di tutela della salute pubblica.
 
In Italia, che ha fatto sulla buona tavola la sua storia e la sua cultura di vita, basta pochissimo e il nostro Premier,  e non una volta sola, ha portato come cattivo esempio di burocrazia, i passaggi previsti per l’apertura di una Pizzeria.

Questa posizione sta portando a consentire a tutti di fare tutto, male, diseducando e disorientando il consumatore, abbassando il livello qualitativo dell’offerta, riducendo i tempi dedicati alla cucina e alla elaborazione delle ricette, che richiedono tempi e costi, accorciando il processo di somministrazione con l’uso (e abuso) di piatti pronti e semilavorati di provenienza industriale, abbandonando investimenti sulle persone, sulle tecnologie, sulla ricerca di nuove tecniche di lavorazione, portando il settore verso un lento declino che va contrastato.

Questi momenti, quindi, devono servire per celebrare le eccellenze del settore, ma anche per salvaguardare una filiera che sta dietro, che parte anche dalle refezione scolastica, che non può essere impostata su gare al massimo ribasso che offrono ai bambini menu privi di tanti elementi utili alla loro crescita, che andrebbe fatta anche coltivando in loro il piacere della tavola e la sensibilità e la propensione al gusto e al buono che le nostre mamme e nonne ci hanno trasmesso.

Se la Ristorazione, quindi, è un valore, andrebbe tutelato, salvaguardato, sostenuto e promosso, e non maltrattato, promuovendo la banalizzazione che molti interventi legislativi favoriscono, stressando l’offerta sul lato concorrenziale, concedendo a tutti la possibilità di somministrazione, senza un minimo di riguardo ai requisiti minimi di accesso alla professione o una seria valutazione dell’impatto socio-ambientale che le nostre attività producono sul tessuto urbano, oppure non contrastando adeguatamente l’abusivismo mascherato in feste patronali, sagre, circoli privati e agriturismo, che beneficiano di agevolazioni amministrative e fiscali.

Lo ribadiamo anche oggi, nella Giornata del Turismo dedicata alla Ristorazione, affinchè questi temi vengano considerati non con un approccio ragioneristico, ma con una visione che sappia interpretare le potenzialità di un settore, primo ambasciatore del Food in Italy.

Può essere considerato il mio un intervento fuori tema per una Festa  o istituzionalmente scortese, ma siccome non mi piacciono i conformismi e confido sulla apprezzata volontà del Ministro di aiutare e sostenere un settore che giustamente ritiene strategico per le politiche del Turismo del Paese, gli lascio questa riflessione, senza pretese, ringraziando per quanto potrà autorevolmente interporre per aiutare la categoria a fare passi diversi da quelli dei …. gamberi che cuciniamo.
Grazie.

Lino Enrico Stoppani

 

 

CCIAA DI SONDRIO  - Venerdì  6 Maggio 2011

“Il Turismo per il rilancio dei Territori”

Intervento del Presidente F.I.P.E. Lino Enrico Stoppani

“La filiera integrata dell’accoglienza”

sondrio-giornataAnticipo innanzitutto il piacere, oltre che l’onore, ad offrire il mio contributo ad una iniziativa promossa dalla CCIAA di un territorio a cui, io bresciano di nascita e milanese di adozione, sono particolarmente affezionato e riconoscente.

Riconoscente perché grazie alla Banca Popolare di Sondrio, che mi ha voluto tra i Suoi Consiglieri di Amministrazione, sto facendo un’esperienza professionale di grande importanza e gratificante.

Affezionato perché, nel corso di questa esperienza, ho conosciuto le persone e i valori di questa valle, che ne fanno un territorio esemplare, dove la serietà, la passione, la determinazione, la propensione al sacrificio e al lavoro sono caratteristiche frequenti.
Fatto il passaggio personale, assolutamente sincero e sentito, torno al tema del Convegno, e cioè il ruolo del “Turismo per il rilancio dei Territori”.
Il Turismo e i soggetti che nel settore operano, sono spesso mal considerati rispetto al numeri che esprimono.

Infatti, in Italia quando si parla di export ci si riferisce soprattutto alle quattro A che identificano il made in Italy (Alimentare, Abbigliamento, Arredamento, Automazione) e si dimenticano i consistenti saldo positivi della T di Turismo.


Negli ultimi tre anni il saldo della bilancia turistica ha fornito un attivo di circa 28 miliardi di Euro, mentre per esempio l’Alimentare e l’Arredamento hanno avuto saldi negativi.
Questo settore poi genera 1,6 milioni di posti di lavoro (2,4 se consideriamo gli indiretti) ed attiva un valore aggiunto di circa 80 miliardi di Euro.
Inoltre la caratteristica di impresa legata al territorio garantisce enormi vantaggi alle economie locali, perché il valore aggiunto resta prevalentemente sul territorio che lo ha generato.

Questi numeri certamente evidenziano dei valori importanti per il nostro Paese, ma se spesso ci poniamo il problema del Turismo è perché siamo consapevoli della sua importanza, ma anche della nostra incapacità o difficoltà a sfruttarne le potenzialità e ritengo che occasioni come queste servano per crescere in convinzione verso questa direzione.

Le  tre parole chiave per fare un turismo moderno, oggi sono Filiera, Integrazione, Accoglienza e il loro sviluppo dipende da tre fattori:

1.    Territorio
2.    Servizi
3.    Qualità

Il turismo senza territorio è un prodotto anonimo, senza idendità.

Oggi per vincere la competizione globale c’è bisogno di marca, di un riferimento concreto, offerto dal territorio, inteso non tanto come spazio fisico, quanto come grande contenitore di valori, da quelli della cultura, delle tradizioni e della storia, a quelli ambientali e della sicurezza,  dell’esperienza e del sapere, per finire a quelli del sapore e della cultura enogastronomica.

Quando si parla di territorio si devono necessariamente richiamare i principi della sostenibilità, ovvero di un suo uso rispettoso, sapendo che si tratta di un bene comune, non rinnovabile e che non è nella nostra assoluta e totale disponibilità.
La sostenibilità quindi ha certamente una valenza economica, ma anche sociale e culturale, che devono  farci superare il tentativo di difendere piccole rendite di posizione che a volte caratterizzano il concetto di  proprietà.

Il territorio poi deve essere accompagnato dal sistema di servizi integrato ed efficiente.

Si dice che lo standard del prodotto turistico è fatto di tre S (Site, Seat  and Service), che significa un posto dove stare, un modo per arrivarci e un sistema di servizi di supporto.

Oggi nel mondo, il posto dove stare e il modo per arrivarci ce l’hanno tutti; è allora sul sistema dei servizi che si svolge la competizione, perchè senza servizi si è fuori dal mercato.

Infatti, sapendo qual è il costo del lavoro in giro per il mondo e sapendo che il lavoro è la componente essenziale dell’offerta turistica, quando mai potremmo competere in termini di prezzo?

Ma i servizi che cosa sono se non il tessuto connettivo di una destinazione, che devono saper mettere al centro l’ospite e i suoi bisogni.

La Valtellina, ad esempio, offre  tante occasioni turistiche: la montagna, la neve anche d’estate (grazie alla Pirovano Stelvio e alla Banca Popolare di Sondrio che la tiene attiva), i laghi, l’arte e la cultura, i vigneti, gli eventi, l’enogastronomia, il commercio, ma l’obiettivo non deve essere quello di “vendere” queste cose separatamente, ma insieme e tutto ciò che il territorio offre.

Ciascuna di esse, cioè,  può costituire una motivazione, un’occasione in grado di generare flussi turistici a condizione che si riesca a mettere in relazione le une con le altre.
Inoltre, se diamo al turista tante buone occasioni per spendere il suo tempo vuol dire che gli facciamo anche spendere del denaro, e anche questo significa creare valore.

Quando si fa turismo nei Paesi del terzo mondo è difficile spendere soldi. Non esistono negozi, non esistono produzioni, non esiste niente da portare a casa perchè il sistema locale non produce.

Infine il nostro turismo deve essere di qualità, dell’accoglienza, dei luoghi, dei servizi, che si traduce nel termine Professionalità!
Sviluppare politiche che migliorino gli standard di qualità di tutti i servizi con i quali un turista entra in contatto significa migliorare anche  la qualità della vita di tutti i cittadini.
Su questo aspetto l’Italia sconta il limite della stagionalità, con un tasso di utilizzazione delle strutture alberghiere che, in alcune aree del nostro territorio, non supera il 20% e che mette quasi sempre a rischio i risultati di gestione delle imprese.
Questo ha portato anche ad un appiattimento professionale che può essere recuperato in tre modi:

A.    Dando contributi agli operatori che allungano la stagione canonica. Visti i problemi del bilancio pubblico, questa può essere considerata una provocazione, ma è una ipotesi da coltivare perché un nuovo mercato non si improvvisa e andrebbe valutato l’effetto moltiplicatore che questa operazione porterebbe alla nostra Economia.

B.    Intervenendo con intelligenza sui sussidi di disoccupazione,  sapendo distinguere tra bisogni e privilegi. Molti addetti del settore trovano molto più comodo lavorare qualche mese all’anno e godere per il resto di generosi interventi di integrazione del salario, magari sviluppando attività parallele irregolari. Una volta c’erano le stagioni (al mare, in montagna, all’estero)  che hanno cresciuto un campionario di operatori di grande professionalità, che imparavano le lingue, facevano esperienza, conoscevano aspettative e comportamenti degli stranieri a casa loro, che non esistono più, sostituiti da operatori che fanno più lavori, male, o impigriscono in attesa delle stagioni, senza ambizioni, coperti da un sistema di sussidi autolesionistico per il Paese e per gli stessi beneficiari.

C.    Tenendo ferme le regole che tengono alto il livello qualitativo del settore, in materia di requisiti professionali per lo svolgimento delle attività turistiche, che significa un si alla semplificazione della burocrazia, no alla deregulation per l’accesso ad un mercato pieno di capitoli sensibili.

Infine, il Turismo e il Territorio non devono essere due concetti da considerare disgiuntamente, nel senso che uno debba essere funzione dell’altro, ma devono essere parte integrante di un programma di rilancio di un settore chiave della nostra economia, che dovrebbe incominciare ad avere una Governance più efficace e coordinata rispetto a quella attuale, frazionata e diffusa in tante competenze, che producono inefficienze, confusione e sperpero di ingenti risorse pubbliche.

Mercoledì, 05 Aprile 2006 02:00

5-04-2006 - Assemblea Fipe

Assemblea Fipe  – Roma   -   5 aprile 2006
Intervento
Lino Enrico Stoppani
Presidente Fipe-Confcommercio
 
In una assemblea elettiva è obbligatorio fare un passaggio elettorale, soprattutto per me che sono quasi sconosciuto alla stragrande maggioranza dei soci della F.I.P.E.
D’altra parte le vicende della Federazione hanno visto il repentino cambio degli scenari, fino a qualche mese fa impensabile.
Questo intervento è stato preceduto da una breve lettera che ho voluto indirizzare ai Soci della Federazione, per consentire loro di valutare con il giusto anticipo il valore della mia candidatura e per attivare eventualmente anche contromisure!
Ringrazio quanti hanno avuto la benevolenza di rispondermi, apprezzando lo spirito e il contenuto della mia circolare.
Cercherò di concentrare il mio intervento su tre aspetti:
- chi sono
- perché mi sono candidato
- cosa fare, come fare, da dove partire
La persona
Dal punto di vista associativo, sono presidente EPAM dal 1998, ruolo assunto al termine del commissariamento della mia Associazione.
Non avevo esperienze associative – sono stato ribaltato in una nuova esperienza – spero di aver ben operato e qualche risultato c’è stato.
Dal punto di vista imprenditoriale invece, la mia esperienza si identifica in Peck, storica azienda milanese, che la mia famiglia ha rilevato nel 1970.
Fin dall’infanzia però ho fatto vita di negozio, facendo di tutto (pulizie, garzoncino, fattorino, commesso, cassiere, contabile, etc.) e quando potevo giocavo e studiavo (mi sono laureato in Economia e Commercio, lavorando e studiando).
So cosa significhi il lavoro con i sacrifici, le difficoltà, l’operatività e anche le soddisfazioni.
I presidenti poi possono essere di due modelli:

- di tipo politico: hanno tempo, capacità dialettica, relazionale, visibilità, etc.
– Spesso sono distanti dai problemi;
- di tipo operativo: conoscono i problemi perché li vivono, gli manca il resto;

 
L’obiettivo è combinare i due modelli, sfruttando il valore della squadra che andrei a costruire.
 
Perché mi sono candidato
Le cose si fanno per tanti motivi
– interesse, ambizione, soldi, potere, per sentirsi dire bravo, grazie, etc.
– ma anche per dovere.

Può sembrare demagogia o retorica, ma chi mi conosce sa che questo è stato l’elemento decisivo.
Interpretavo infatti due prospettive, con due percorsi molto diversi:

- uno che portata alla demonizzazione di una persona, Sergio Billè con le sue colpe e responsabilità, per lasciare le cose nello stesso stato (cambio degli (f)attori, prodotto non cambia- proprietà associativa!);
- l’altro invece che auspicava un radicale segnale di discontinuità rispetto al passato, passando dalle persone che rappresentano FIPE, ai modi di fare sindacato, più vicini ai problemi reali della categoria e ho raccolto responsabilmente questa esigenza.

 
Attenzione però in questo passaggio, che può essere frainteso.
 
Al nuovo si assegna normalmente benevolenza, comprensione, fiducia, ma è un nuovo

- che è rispettoso del passato
– no ingratitudine o rancore etc;
- che è consapevole delle difficoltà
– preoccupazione, nessuna presunzione;
- che sa cosa vuole fare
– motivazione, entusiasmo e capacità;
 
Cosa fare
Riportare l’Associato al centro delle nostre attenzioni.
Ascoltarlo, comprenderlo e aiutarlo,
Per farlo ci vuole orecchio per ascoltarlo, occhio e cervello per comprenderlo, cuore e testa per aiutarlo.
Non è il ruolo istituzionale del Presidente FIPE, ma è Suo dovere ricordarlo ai Dirigenti Nazionali della Federazione, ricordando loro che questo è il 1° dovere.
A tutti un invito a tralasciare comportamenti vittimistici o disimpegnanti.
FIPE e le Associazioni territoriali non sono entità astratte a cui destinare critiche, colpe, responsabilità, inadempienze – Ergo, pago la quota associativa, pretendo risultati!
C’è bisogno invece di partecipazione, di condivisione delle scelte, di idee, proposte, anche critiche se costruttive.

 
Fipe vive poi qualche conflittualità interna (PMI vs Grandi gruppi, Società Ticket vs  i P.E., il Silb vs, Conals, P.E. vs. SIB per concerti o ristorazione sulla spiaggia, etc.).
 
1° risposta: il rispetto delle regole – no alla concorrenza sleale;
 
2° risposta:  voglia di mediazione tra interessi a volte diversi, ma molto simili in generale;
 
Guai a dividersi:

- per Fipe, che perderebbe valore rappresentativo (e contribuzione)
- per gli stessi secessionisti, che risulterebbero isolati nelle loro rivendicazioni

 
L’Unione fa la forza e allora va sfruttata positivamente.

I Sindacati e i Grandi Gruppi sanno del ruolo importante che assegno loro – per la loro forza economica – l’organizzazione – le capacità professionali -, ma sanno anche che il Presidente Fipe non è il loro strumento per avere corsie preferenziali, ma un organo a disposizione per le cose giuste e corrette, nell’interesse di tutta la categoria.
Ai sindacati e ai grandi va dato il merito di aver capito il momento, con le difficoltà conseguenti, di aver operato per favorire il cambiamento, anche di serietà di atteggiamento nel considerare il futuro.
Sono certo di un confronto serio, leale e costruttivo.
A questo proposito va rivisto il rapporto con le Associazioni territoriali e capire i motivi della latente disaffezione, documentata anche dalla sofferenza nell’incasso delle quote dovute e caprine i motivi::perché siamo troppo cari, perché non hanno i soldi, perché non si sentono tutelate, perché non li chiediamo, perché le Ascom di riferimento vogliono prevaricare o altre cose ancora.
Le Associazioni Territoriali devono ritornare ad essere i terminali principali di collegamento con il territorio, vanno ascoltate, seguite, aiutate, visitate, altrimenti rischiamo di perdere riferimenti importanti.
Anche il loro peso elettorale può essere rivisto, considerando anche altre contribuzioni che caratterizzano il rapporto con la nostra base associativa, ma non può essere preteso e deve rientrare in un discorso più ampio che consideri anche i diritti acquisiti e il principio della equità.
 
Come fare
Ci sono tanti modi per fare sindacato, ma i valori imprescindibili devono essere.
La partecipazione, che va stimolata e favorita, con il coinvolgimento delle persone nelle decisioni; importanza della squadra (più siamo, più facciamo, più possibilità di successo abbiamo).
Moralità e trasparenza: non sono battute estemporanee di un candidato presidente, ma valori che ho, che pretendo e che dimostrerò nei fatti. Tutti viviamo del nostro lavoro e chi lavora va pagato, ma nel giusto e nel rispetto della trasparenza.
Rispetto dei ruoli: i dirigenti politici hanno responsabilità di indirizzo e di controllo, la struttura operativa invece è chiamata a dare esecuzione alle direttive.
Non è la pretesa di subordinazione gerarchica tra le due funzioni, ma l’auspicio per una collaborazione leale tra loro.
I Presidenti e di Dirigenti politici cambiano, la struttura esecutiva rimane ed è interesse e fortuna di qualsiasi dirigente politico avere una struttura forte, preparata e organizzata, ma i ruoli devono essere distinti.
L’occasione è utile anche per presentare le scuse, per la parte di mia competenza, a tutti i dipendenti della Fipe, che hanno vissuto momenti difficili, che li hanno giustamente preoccupati e disorientati, e rinnovare la mia stima con l’invito a recuperare anche loro fiducia e motivazioni, partendo dal DG Edi Sommaria.
Sulla parte esecutiva della Federazione, ritengo importante un coordinamento tra i Direttori della Fipe territoriali, magari con il ripristino di una Consulta tra i segretari, attenta a presidiare i problemi dal loro qualificato osservatorio.
 
Da dove partire?
Uscire dai giornali, distogliendo attenzione sui nostri problemi e concentraci sulle priorità.
La responsabilità è gravosa – I P.E. sono 228.358 (141.758 Bar, 86.600 Ristoranti * i consumi alimentari Fuori Casa ammontavano al 2004 a 59 miliardi di Euro – 900.000 occupati)

- Statuto: da modificare, per le parti che non siamo finiti a organizzare in tempo, ma che vanno fatte (limite al numero dei mandati del Presidente, istituto della Fiducia o Revoca del mandato, vicepresidenze?,  altre manutenzioni necessarie),
- Immagine verso l’opinione pubblica, devastata dalla introduzione dell’Euro. Avremo avuto anche delle colpe, ma respingere strumentalizzazioni o superficialità di giudizio e pretendere capacità di giudizio, considerando anche i ns. costi (affitti, personale, generali, attese di guadagna). Dignità e testa alta. Importanza del dialogo con i Consumatori
- Presidiare le ipotesi di liberalizzazione del settore, non pretendendo privilegi, ma sostenendo il rischio di desertificazione dei centri storici o gli stravolgimenti urbanistici delle città, valorizzare il ruolo allargato dei P.E. (culturale – tutela del made in Italy – sociale – presidio, sicurezza, pulizia, informazione, di servizio alla città – il loro indotto – 900.000 occupati) rivedere i parametri elaborati dal nostro centro studi che prevedono un break event a €. 178.000 (!?), sostenere che l’offerta è fortemente sovradimensionata, ben superiore alla media europea (4 esercizi per 1000 abitanti),  valorizzare i rapporti con Anci, etc.   Essere però attenti a valutare le esigenze di un mercato che cambia, disposti a qualche passo in avanti e non arroccarsi dietro posizioni che non possono essere sostenute e portare come esempio la Lombardia che ha fatto una legge nuova, dove molti aspetti sono stati mantenuti (contingentamento delle licenze, requisiti morali e professionali, etc.)
- Le relazioni sindacali. Abbiamo un CCNL da portare avanti (assurdo pensare ad una commissione di 50 componenti – ristretta, preparata, concentrata, che prende margini di trattativa dall’Organo Direttivo). Sviluppare la bilateralità, da non intendersi come spartizione di potere, ma approfondimento dei veri problemi del settore, anche per farne emergere le attuali debolezze: lavoro irregolare, professionalità degli addetti, la sicurezza.
- Fiscalità delle imprese: studi di settore da tenere controllati, l’assurdità di controlli su aziende congrue e coerenti, con accertamenti induttivi sui ricavi; - Tentare di far rivedere la norma che disciplina la deducibilità fiscale delle spese di ristorante (oggi ferma a 1/3 frazionato in 5 anni) – Studiare qualcosa di meglio.
- La ristorazione intesa non solo come necessità fisiologica, ma fatto culturale di identificazione di un paese; ergo: promozione, sostegno e valorizzazione della cucina italiana di cui i ristoratori italiani sono gli ambasciatori;
- I rapporti con Confcommercio, casa madre, a cui dobbiamo fedeltà e considerazione, senza sudditanza, nella quale vorremmo contare il giusto, nonostante i trascorsi, ma dalla quale ci aspettiamo fiducia, sostegno e aiuto soprattutto adesso, senza imposizioni o prevaricazioni.
- i rapporti con le Istituzioni, fondamentali, da sviluppare con intensità, con attenzione però a proclamare l’autonomia dalla politica;
- il Turismo, patrimonio del paese, da rivalutare in tutte le sue diramazioni (cultura, bellezze paesaggistiche, cucina) pretendendo un ruolo primario nella gestione degli atti che lo riguardano. E a proposito di Turismo il ruolo del SUD che va recuperato anche al nostro interno;
- La qualità delle nostre attività, che deve crescere nella offerta in generale, negli aspetti igienico-sanitari, nella sicurezza. Il valore della innovazione e della formazione per i nostri imprenditori.

 
C’è molto da fare e abbiamo bisogno di tutti e per quanto mi riguarda posso solo promettere il mio impegno.
Se non sarò all’altezza o se non ci saranno le condizioni per fare bene, non ho bisogno di atti di forza e capirò da solo di fare i passi conseguenti.

 
Grazie.