Interventi del Presidente

 

 

CCIAA DI SONDRIO  - Venerdì  6 Maggio 2011

“Il Turismo per il rilancio dei Territori”

Intervento del Presidente F.I.P.E. Lino Enrico Stoppani

“La filiera integrata dell’accoglienza”

sondrio-giornataAnticipo innanzitutto il piacere, oltre che l’onore, ad offrire il mio contributo ad una iniziativa promossa dalla CCIAA di un territorio a cui, io bresciano di nascita e milanese di adozione, sono particolarmente affezionato e riconoscente.

Riconoscente perché grazie alla Banca Popolare di Sondrio, che mi ha voluto tra i Suoi Consiglieri di Amministrazione, sto facendo un’esperienza professionale di grande importanza e gratificante.

Affezionato perché, nel corso di questa esperienza, ho conosciuto le persone e i valori di questa valle, che ne fanno un territorio esemplare, dove la serietà, la passione, la determinazione, la propensione al sacrificio e al lavoro sono caratteristiche frequenti.
Fatto il passaggio personale, assolutamente sincero e sentito, torno al tema del Convegno, e cioè il ruolo del “Turismo per il rilancio dei Territori”.
Il Turismo e i soggetti che nel settore operano, sono spesso mal considerati rispetto al numeri che esprimono.

Infatti, in Italia quando si parla di export ci si riferisce soprattutto alle quattro A che identificano il made in Italy (Alimentare, Abbigliamento, Arredamento, Automazione) e si dimenticano i consistenti saldo positivi della T di Turismo.


Negli ultimi tre anni il saldo della bilancia turistica ha fornito un attivo di circa 28 miliardi di Euro, mentre per esempio l’Alimentare e l’Arredamento hanno avuto saldi negativi.
Questo settore poi genera 1,6 milioni di posti di lavoro (2,4 se consideriamo gli indiretti) ed attiva un valore aggiunto di circa 80 miliardi di Euro.
Inoltre la caratteristica di impresa legata al territorio garantisce enormi vantaggi alle economie locali, perché il valore aggiunto resta prevalentemente sul territorio che lo ha generato.

Questi numeri certamente evidenziano dei valori importanti per il nostro Paese, ma se spesso ci poniamo il problema del Turismo è perché siamo consapevoli della sua importanza, ma anche della nostra incapacità o difficoltà a sfruttarne le potenzialità e ritengo che occasioni come queste servano per crescere in convinzione verso questa direzione.

Le  tre parole chiave per fare un turismo moderno, oggi sono Filiera, Integrazione, Accoglienza e il loro sviluppo dipende da tre fattori:

1.    Territorio
2.    Servizi
3.    Qualità

Il turismo senza territorio è un prodotto anonimo, senza idendità.

Oggi per vincere la competizione globale c’è bisogno di marca, di un riferimento concreto, offerto dal territorio, inteso non tanto come spazio fisico, quanto come grande contenitore di valori, da quelli della cultura, delle tradizioni e della storia, a quelli ambientali e della sicurezza,  dell’esperienza e del sapere, per finire a quelli del sapore e della cultura enogastronomica.

Quando si parla di territorio si devono necessariamente richiamare i principi della sostenibilità, ovvero di un suo uso rispettoso, sapendo che si tratta di un bene comune, non rinnovabile e che non è nella nostra assoluta e totale disponibilità.
La sostenibilità quindi ha certamente una valenza economica, ma anche sociale e culturale, che devono  farci superare il tentativo di difendere piccole rendite di posizione che a volte caratterizzano il concetto di  proprietà.

Il territorio poi deve essere accompagnato dal sistema di servizi integrato ed efficiente.

Si dice che lo standard del prodotto turistico è fatto di tre S (Site, Seat  and Service), che significa un posto dove stare, un modo per arrivarci e un sistema di servizi di supporto.

Oggi nel mondo, il posto dove stare e il modo per arrivarci ce l’hanno tutti; è allora sul sistema dei servizi che si svolge la competizione, perchè senza servizi si è fuori dal mercato.

Infatti, sapendo qual è il costo del lavoro in giro per il mondo e sapendo che il lavoro è la componente essenziale dell’offerta turistica, quando mai potremmo competere in termini di prezzo?

Ma i servizi che cosa sono se non il tessuto connettivo di una destinazione, che devono saper mettere al centro l’ospite e i suoi bisogni.

La Valtellina, ad esempio, offre  tante occasioni turistiche: la montagna, la neve anche d’estate (grazie alla Pirovano Stelvio e alla Banca Popolare di Sondrio che la tiene attiva), i laghi, l’arte e la cultura, i vigneti, gli eventi, l’enogastronomia, il commercio, ma l’obiettivo non deve essere quello di “vendere” queste cose separatamente, ma insieme e tutto ciò che il territorio offre.

Ciascuna di esse, cioè,  può costituire una motivazione, un’occasione in grado di generare flussi turistici a condizione che si riesca a mettere in relazione le une con le altre.
Inoltre, se diamo al turista tante buone occasioni per spendere il suo tempo vuol dire che gli facciamo anche spendere del denaro, e anche questo significa creare valore.

Quando si fa turismo nei Paesi del terzo mondo è difficile spendere soldi. Non esistono negozi, non esistono produzioni, non esiste niente da portare a casa perchè il sistema locale non produce.

Infine il nostro turismo deve essere di qualità, dell’accoglienza, dei luoghi, dei servizi, che si traduce nel termine Professionalità!
Sviluppare politiche che migliorino gli standard di qualità di tutti i servizi con i quali un turista entra in contatto significa migliorare anche  la qualità della vita di tutti i cittadini.
Su questo aspetto l’Italia sconta il limite della stagionalità, con un tasso di utilizzazione delle strutture alberghiere che, in alcune aree del nostro territorio, non supera il 20% e che mette quasi sempre a rischio i risultati di gestione delle imprese.
Questo ha portato anche ad un appiattimento professionale che può essere recuperato in tre modi:

A.    Dando contributi agli operatori che allungano la stagione canonica. Visti i problemi del bilancio pubblico, questa può essere considerata una provocazione, ma è una ipotesi da coltivare perché un nuovo mercato non si improvvisa e andrebbe valutato l’effetto moltiplicatore che questa operazione porterebbe alla nostra Economia.

B.    Intervenendo con intelligenza sui sussidi di disoccupazione,  sapendo distinguere tra bisogni e privilegi. Molti addetti del settore trovano molto più comodo lavorare qualche mese all’anno e godere per il resto di generosi interventi di integrazione del salario, magari sviluppando attività parallele irregolari. Una volta c’erano le stagioni (al mare, in montagna, all’estero)  che hanno cresciuto un campionario di operatori di grande professionalità, che imparavano le lingue, facevano esperienza, conoscevano aspettative e comportamenti degli stranieri a casa loro, che non esistono più, sostituiti da operatori che fanno più lavori, male, o impigriscono in attesa delle stagioni, senza ambizioni, coperti da un sistema di sussidi autolesionistico per il Paese e per gli stessi beneficiari.

C.    Tenendo ferme le regole che tengono alto il livello qualitativo del settore, in materia di requisiti professionali per lo svolgimento delle attività turistiche, che significa un si alla semplificazione della burocrazia, no alla deregulation per l’accesso ad un mercato pieno di capitoli sensibili.

Infine, il Turismo e il Territorio non devono essere due concetti da considerare disgiuntamente, nel senso che uno debba essere funzione dell’altro, ma devono essere parte integrante di un programma di rilancio di un settore chiave della nostra economia, che dovrebbe incominciare ad avere una Governance più efficace e coordinata rispetto a quella attuale, frazionata e diffusa in tante competenze, che producono inefficienze, confusione e sperpero di ingenti risorse pubbliche.

Mercoledì, 05 Aprile 2006 02:00

5-04-2006 - Assemblea Fipe

Assemblea Fipe  – Roma   -   5 aprile 2006
Intervento
Lino Enrico Stoppani
Presidente Fipe-Confcommercio
 
In una assemblea elettiva è obbligatorio fare un passaggio elettorale, soprattutto per me che sono quasi sconosciuto alla stragrande maggioranza dei soci della F.I.P.E.
D’altra parte le vicende della Federazione hanno visto il repentino cambio degli scenari, fino a qualche mese fa impensabile.
Questo intervento è stato preceduto da una breve lettera che ho voluto indirizzare ai Soci della Federazione, per consentire loro di valutare con il giusto anticipo il valore della mia candidatura e per attivare eventualmente anche contromisure!
Ringrazio quanti hanno avuto la benevolenza di rispondermi, apprezzando lo spirito e il contenuto della mia circolare.
Cercherò di concentrare il mio intervento su tre aspetti:
- chi sono
- perché mi sono candidato
- cosa fare, come fare, da dove partire
La persona
Dal punto di vista associativo, sono presidente EPAM dal 1998, ruolo assunto al termine del commissariamento della mia Associazione.
Non avevo esperienze associative – sono stato ribaltato in una nuova esperienza – spero di aver ben operato e qualche risultato c’è stato.
Dal punto di vista imprenditoriale invece, la mia esperienza si identifica in Peck, storica azienda milanese, che la mia famiglia ha rilevato nel 1970.
Fin dall’infanzia però ho fatto vita di negozio, facendo di tutto (pulizie, garzoncino, fattorino, commesso, cassiere, contabile, etc.) e quando potevo giocavo e studiavo (mi sono laureato in Economia e Commercio, lavorando e studiando).
So cosa significhi il lavoro con i sacrifici, le difficoltà, l’operatività e anche le soddisfazioni.
I presidenti poi possono essere di due modelli:

- di tipo politico: hanno tempo, capacità dialettica, relazionale, visibilità, etc.
– Spesso sono distanti dai problemi;
- di tipo operativo: conoscono i problemi perché li vivono, gli manca il resto;

 
L’obiettivo è combinare i due modelli, sfruttando il valore della squadra che andrei a costruire.
 
Perché mi sono candidato
Le cose si fanno per tanti motivi
– interesse, ambizione, soldi, potere, per sentirsi dire bravo, grazie, etc.
– ma anche per dovere.

Può sembrare demagogia o retorica, ma chi mi conosce sa che questo è stato l’elemento decisivo.
Interpretavo infatti due prospettive, con due percorsi molto diversi:

- uno che portata alla demonizzazione di una persona, Sergio Billè con le sue colpe e responsabilità, per lasciare le cose nello stesso stato (cambio degli (f)attori, prodotto non cambia- proprietà associativa!);
- l’altro invece che auspicava un radicale segnale di discontinuità rispetto al passato, passando dalle persone che rappresentano FIPE, ai modi di fare sindacato, più vicini ai problemi reali della categoria e ho raccolto responsabilmente questa esigenza.

 
Attenzione però in questo passaggio, che può essere frainteso.
 
Al nuovo si assegna normalmente benevolenza, comprensione, fiducia, ma è un nuovo

- che è rispettoso del passato
– no ingratitudine o rancore etc;
- che è consapevole delle difficoltà
– preoccupazione, nessuna presunzione;
- che sa cosa vuole fare
– motivazione, entusiasmo e capacità;
 
Cosa fare
Riportare l’Associato al centro delle nostre attenzioni.
Ascoltarlo, comprenderlo e aiutarlo,
Per farlo ci vuole orecchio per ascoltarlo, occhio e cervello per comprenderlo, cuore e testa per aiutarlo.
Non è il ruolo istituzionale del Presidente FIPE, ma è Suo dovere ricordarlo ai Dirigenti Nazionali della Federazione, ricordando loro che questo è il 1° dovere.
A tutti un invito a tralasciare comportamenti vittimistici o disimpegnanti.
FIPE e le Associazioni territoriali non sono entità astratte a cui destinare critiche, colpe, responsabilità, inadempienze – Ergo, pago la quota associativa, pretendo risultati!
C’è bisogno invece di partecipazione, di condivisione delle scelte, di idee, proposte, anche critiche se costruttive.

 
Fipe vive poi qualche conflittualità interna (PMI vs Grandi gruppi, Società Ticket vs  i P.E., il Silb vs, Conals, P.E. vs. SIB per concerti o ristorazione sulla spiaggia, etc.).
 
1° risposta: il rispetto delle regole – no alla concorrenza sleale;
 
2° risposta:  voglia di mediazione tra interessi a volte diversi, ma molto simili in generale;
 
Guai a dividersi:

- per Fipe, che perderebbe valore rappresentativo (e contribuzione)
- per gli stessi secessionisti, che risulterebbero isolati nelle loro rivendicazioni

 
L’Unione fa la forza e allora va sfruttata positivamente.

I Sindacati e i Grandi Gruppi sanno del ruolo importante che assegno loro – per la loro forza economica – l’organizzazione – le capacità professionali -, ma sanno anche che il Presidente Fipe non è il loro strumento per avere corsie preferenziali, ma un organo a disposizione per le cose giuste e corrette, nell’interesse di tutta la categoria.
Ai sindacati e ai grandi va dato il merito di aver capito il momento, con le difficoltà conseguenti, di aver operato per favorire il cambiamento, anche di serietà di atteggiamento nel considerare il futuro.
Sono certo di un confronto serio, leale e costruttivo.
A questo proposito va rivisto il rapporto con le Associazioni territoriali e capire i motivi della latente disaffezione, documentata anche dalla sofferenza nell’incasso delle quote dovute e caprine i motivi::perché siamo troppo cari, perché non hanno i soldi, perché non si sentono tutelate, perché non li chiediamo, perché le Ascom di riferimento vogliono prevaricare o altre cose ancora.
Le Associazioni Territoriali devono ritornare ad essere i terminali principali di collegamento con il territorio, vanno ascoltate, seguite, aiutate, visitate, altrimenti rischiamo di perdere riferimenti importanti.
Anche il loro peso elettorale può essere rivisto, considerando anche altre contribuzioni che caratterizzano il rapporto con la nostra base associativa, ma non può essere preteso e deve rientrare in un discorso più ampio che consideri anche i diritti acquisiti e il principio della equità.
 
Come fare
Ci sono tanti modi per fare sindacato, ma i valori imprescindibili devono essere.
La partecipazione, che va stimolata e favorita, con il coinvolgimento delle persone nelle decisioni; importanza della squadra (più siamo, più facciamo, più possibilità di successo abbiamo).
Moralità e trasparenza: non sono battute estemporanee di un candidato presidente, ma valori che ho, che pretendo e che dimostrerò nei fatti. Tutti viviamo del nostro lavoro e chi lavora va pagato, ma nel giusto e nel rispetto della trasparenza.
Rispetto dei ruoli: i dirigenti politici hanno responsabilità di indirizzo e di controllo, la struttura operativa invece è chiamata a dare esecuzione alle direttive.
Non è la pretesa di subordinazione gerarchica tra le due funzioni, ma l’auspicio per una collaborazione leale tra loro.
I Presidenti e di Dirigenti politici cambiano, la struttura esecutiva rimane ed è interesse e fortuna di qualsiasi dirigente politico avere una struttura forte, preparata e organizzata, ma i ruoli devono essere distinti.
L’occasione è utile anche per presentare le scuse, per la parte di mia competenza, a tutti i dipendenti della Fipe, che hanno vissuto momenti difficili, che li hanno giustamente preoccupati e disorientati, e rinnovare la mia stima con l’invito a recuperare anche loro fiducia e motivazioni, partendo dal DG Edi Sommaria.
Sulla parte esecutiva della Federazione, ritengo importante un coordinamento tra i Direttori della Fipe territoriali, magari con il ripristino di una Consulta tra i segretari, attenta a presidiare i problemi dal loro qualificato osservatorio.
 
Da dove partire?
Uscire dai giornali, distogliendo attenzione sui nostri problemi e concentraci sulle priorità.
La responsabilità è gravosa – I P.E. sono 228.358 (141.758 Bar, 86.600 Ristoranti * i consumi alimentari Fuori Casa ammontavano al 2004 a 59 miliardi di Euro – 900.000 occupati)

- Statuto: da modificare, per le parti che non siamo finiti a organizzare in tempo, ma che vanno fatte (limite al numero dei mandati del Presidente, istituto della Fiducia o Revoca del mandato, vicepresidenze?,  altre manutenzioni necessarie),
- Immagine verso l’opinione pubblica, devastata dalla introduzione dell’Euro. Avremo avuto anche delle colpe, ma respingere strumentalizzazioni o superficialità di giudizio e pretendere capacità di giudizio, considerando anche i ns. costi (affitti, personale, generali, attese di guadagna). Dignità e testa alta. Importanza del dialogo con i Consumatori
- Presidiare le ipotesi di liberalizzazione del settore, non pretendendo privilegi, ma sostenendo il rischio di desertificazione dei centri storici o gli stravolgimenti urbanistici delle città, valorizzare il ruolo allargato dei P.E. (culturale – tutela del made in Italy – sociale – presidio, sicurezza, pulizia, informazione, di servizio alla città – il loro indotto – 900.000 occupati) rivedere i parametri elaborati dal nostro centro studi che prevedono un break event a €. 178.000 (!?), sostenere che l’offerta è fortemente sovradimensionata, ben superiore alla media europea (4 esercizi per 1000 abitanti),  valorizzare i rapporti con Anci, etc.   Essere però attenti a valutare le esigenze di un mercato che cambia, disposti a qualche passo in avanti e non arroccarsi dietro posizioni che non possono essere sostenute e portare come esempio la Lombardia che ha fatto una legge nuova, dove molti aspetti sono stati mantenuti (contingentamento delle licenze, requisiti morali e professionali, etc.)
- Le relazioni sindacali. Abbiamo un CCNL da portare avanti (assurdo pensare ad una commissione di 50 componenti – ristretta, preparata, concentrata, che prende margini di trattativa dall’Organo Direttivo). Sviluppare la bilateralità, da non intendersi come spartizione di potere, ma approfondimento dei veri problemi del settore, anche per farne emergere le attuali debolezze: lavoro irregolare, professionalità degli addetti, la sicurezza.
- Fiscalità delle imprese: studi di settore da tenere controllati, l’assurdità di controlli su aziende congrue e coerenti, con accertamenti induttivi sui ricavi; - Tentare di far rivedere la norma che disciplina la deducibilità fiscale delle spese di ristorante (oggi ferma a 1/3 frazionato in 5 anni) – Studiare qualcosa di meglio.
- La ristorazione intesa non solo come necessità fisiologica, ma fatto culturale di identificazione di un paese; ergo: promozione, sostegno e valorizzazione della cucina italiana di cui i ristoratori italiani sono gli ambasciatori;
- I rapporti con Confcommercio, casa madre, a cui dobbiamo fedeltà e considerazione, senza sudditanza, nella quale vorremmo contare il giusto, nonostante i trascorsi, ma dalla quale ci aspettiamo fiducia, sostegno e aiuto soprattutto adesso, senza imposizioni o prevaricazioni.
- i rapporti con le Istituzioni, fondamentali, da sviluppare con intensità, con attenzione però a proclamare l’autonomia dalla politica;
- il Turismo, patrimonio del paese, da rivalutare in tutte le sue diramazioni (cultura, bellezze paesaggistiche, cucina) pretendendo un ruolo primario nella gestione degli atti che lo riguardano. E a proposito di Turismo il ruolo del SUD che va recuperato anche al nostro interno;
- La qualità delle nostre attività, che deve crescere nella offerta in generale, negli aspetti igienico-sanitari, nella sicurezza. Il valore della innovazione e della formazione per i nostri imprenditori.

 
C’è molto da fare e abbiamo bisogno di tutti e per quanto mi riguarda posso solo promettere il mio impegno.
Se non sarò all’altezza o se non ci saranno le condizioni per fare bene, non ho bisogno di atti di forza e capirò da solo di fare i passi conseguenti.

 
Grazie.

Universita’ Cattolica e Fipe-Confcommercio insieme per la ricerca scientifica
Roma, 27 aprile 2006
Intervernto
Lino Enrico Stoppani
Presidente di Fipe-Confcommercio

La Fipe rappresenta un mondo di imprese che quotidianamente entra in contatto con milioni di cittadini e turisti.
Bar, ristoranti, mense, locali di intrattenimento costituiscono una grande risorsa per il servizio alimentare fuori casa, ma anche per il piacere, lo svago, la socializzazione.
E’ una attività multiforme, la nostra, che pone al centro del suo scopo sociale l’attenzione alle altre persone, per le loro esigenze primarie e per le necessità che appartengono alla sfera della libera espressione della personalità.
Un mondo, quello delle imprese rappresentate dalla Fipe, che desta l’attenzione anche del mondo medico-scientifico e,  più in generale, sociale: per le corrette prassi igienico-sanitarie, per il contenuto equilibrato delle diete, per il controllo contro gli abusi da alcool e stupefacenti, per un sano divertimento senza perniciosi eccessi.
Un mondo però che è vincente se e quando sa dare, offrire. Generosamente. E responsabilmente.
Per questo, come Presidente di questa grande realtà associativa, trovo giusto e doveroso che da questo mondo di servizio provenga un segnale forte di solidarietà, interesse, collaborazione verso chi della ricerca fa uno scopo di vita, coinvolgendo i propri clienti in questa iniziativa di grande rilevanza etica e sociale.
Un impegno comune, con le dovute distinzioni, da parte di chi deve e sa mettere l’essere umano, il servizio alla persona, al centro della propria vita…condizione che non può non passare attraverso la ricerca continua  quale strumento più adeguato per progredire e crescere.
 

Azioni di supporto alla Campagna da parte di FIPE

Il sistema organizzativo di Fipe si regge, oltre che sulla sede centrale, su 103 sedi provinciali, su 21 sedi regionali e su 1000 sedi comunali.
La partecipazione alla Campagna coinvolge tutto il sistema territoriale presso il quale verranno esposte locandine e fornite indicazioni operative per l’adesione da parte dei cittadini.
Le associazioni territoriali attrezzate esporranno altresì la locandina nel proprio sito web e la divulgheranno anche nei locali dei pubblici esercizi associati. Verrà anche curata una diffusione dell’iniziativa attraverso comunicazioni sulla stampa locale e , soprattutto, sulle pubblicazione interne rivolte agli associati.
La locandina inoltre uscirà nella prima settimana di maggio sul Magazine Mixer distribuito in oltre 130.000 locali in tutta Italia.
Oggi l’annuncio della Campagna e la locandina si trovano nelle seguenti home pages:

www.fipe.it (web istituzionale Fipe)
www.bollinoblu.eu (web per ristoranti certificati sulla sicurezza alimentare e sulle intolleranze alimentari)
www.ardi-italy.com( web per i ristoranti italiani nel mondo)
www.ristorantetipico.net( web per i ristoranti certificati con cucina tipica)
www.ilpattodellapizza.it (pizzerie-ristoranti aderenti alla campagna di trasparenza dei prezzi)
www.silb.it (web dell’associazione delle discoteche e di locali da ballo)
www.angem.it (web dell’associazione della ristorazione collettiva)
www.mixerpress.it (web del Magazine Mixer)

Mercoledì, 11 Ottobre 2006 02:00

11-10-2006 - Conferenza stampa Confturismo

Conferenza stampa Confturismo
Roma,11 ottobre 2006

Intervernto
Lino Enrico Stoppani
Presidente di Fipe-Confcommercio

PRESUPPOSTI DI PARTENZA DETTATI DAL GOVERNO
Equità, sviluppo ed equilibrio dei conti; protezione dei ceti più deboli e ripartenza dei consumi. Sono questi – ci spiega il Governo – i punti su cui è imperniata la manovra economica.
Non vogliamo entrare nelle polemiche già sollevate in questi giorni sulla efficacia del provvedimento; non vogliamo accodarci alle critiche contro la finanziaria sull’attacco al ceto medio, ma vogliamo cercare di capire quali tipi di imprese sono al centro della Finanziaria, come ha affermato il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa.
I consumi devono ripartire. Poco, ma sicuro. Solo così l’economia, tutta l’economia potrà rimettersi in moto.

OBIETTIVO PER LA RIPRESA DEI CONSUMI E’ QUELLO DEL POTERE DI ACQUISTO DEL LAVORATORE
Per raggiungere tale obiettivo, è necessario ridare al salario dei lavoratori un potere d’acquisto ormai perso e nello stesso tempo alleggerire il costo del lavoro alle imprese per favorire innovazione e investimenti.

COMBATTERE IL PRECARIATO CON L’APPLICAZIONE DEL CUNEO
Sulla base di questi presupposti il mondo delle imprese e, ci è sembrato, anche quello della politica ha pensato alla riduzione del cuneo fiscale. Poi sono cominciati i distinguo. La riduzione del cuneo fiscale sarà una delle misure per combattere il lavoro precario e quindi sarà consentita solo alle imprese che assumono a tempo indeterminato. Ci domandiamo, allora: “È possibile fare di tutta un’erba un fascio?” Io credo di no. Bisogna guardare alle peculiarità delle imprese.
E questo lo ha riconosciuto anche il ministro del Lavoro, Damiano. Peccato che non il concetto non sia stato messo in pratica.
Ecco allora che la manovra comincia a perdere il primo tassello di equità.

IL CUNEO FISCALE NON E’ PER TUTTI MA IL TURISMO E’ STAGIONALE
Non è equa, perché non tiene conto delle caratteristiche di mercato. Le imprese del turismo sono stagionali. Il turismo è un settore caratterizzato da due specificità: l’alta intensità del lavoro e l’andamento ciclico della domanda. Ciò vuol dire che la componente lavoro, essenziale per la produzione del servizio, deve necessariamente seguire la dinamica della domanda. Il ricorso al lavoro a tempo determinato è un bisogno fisiologico dell’impresa e non un espediente per trarre vantaggi (economici e organizzativi) dalla cosiddetta precarizzazione del lavoro.
Giudicate voi se questa è manovra equa.

PERCHE’ PENALIZZARLO PRIVANDOLO DEL CUNEO?
Apprezziamo gli indirizzi politici del vicepremier Rutelli a favore del nostro settore: allungamento della stagionalità, creazione di un dipartimento interministeriale per lo sviluppo del turismo. Ma se a questo non si affiancano da subito iniziative concrete, tutto ciò rimarrà solo un bel discorso!
Le imprese del turismo sono costrette a ricorrere al contratto a tempo determinato, perché nei periodi di bassa stagione i costi fissi supererebbero i ricavi costringendo le aziende a chiudere i battenti.
L’esclusione del lavoro a tempo determinato dai benefici del cuneo costerà al settore almeno 25 milioni di euro.
L’estensione della riduzione del cuneo al lavoro a tempo determinato vale dunque 25 milioni di euro nel turismo e 300 milioni per l’intero sistema produttivo. Non ci sembrano cifre insostenibili a meno che l’intenzione del Governo non sia quella di concentrare gli effetti su una platea ridottissima di imprese, prevalentemente grandi. Confesso che il sospetto è forte considerando che il provvedimento risulta alternativo alle misure già in essere per le imprese con ricavi fino a circa 180mila euro.

LA NON APPLICAZIONE DEL CUNEO ALLE IMPRESE DEL TURISMO PENALIZZA PRIMA I LAVORATORI POI LE STESSE IMPRESE, SOPRATTUTTO QUELLE DELLA RISTORAZIONE IN TESTA ALLA CREAZIONE DI OCCUPAZIONE
Non tenere in considerazione questo aspetto vuol dire rinnegare l’impulso all’economia impartito dal turismo. Il settore è infatti in grado di assorbire la maggiore occupazione su tutto il mercato del lavoro, dietro solo al comparto del commercio al dettaglio. Ma come possono le nostre piccole e medie imprese, già penalizzate dal conferimento del Tfr alle casse dell’Inps, contribuire allo sviluppo se sono escluse dal cuneo fiscale? Ci viene chiesto di innovarci. Ci stiamo già innovando. Nel settore che rappresento direttamente, quello dei pubblici, stiamo studiando nuovi format di pubblico esercizio e molto altro potremmo fare anche a protezione dell’ambiente. Ma come possiamo chiedere sforzi ulteriori per l’utilizzo magari di nuove forme di energia (pannelli solari, energia fotovoltaica, differenziazione dei rifiuti) se le nostre imprese non godono di alcuno dei seppur pochi vantaggi riservati alle imprese?

LE PROMESSE DI PRODI E BERSANI PRIMA DELLA FINANZIARIA
Eppure era stato proprio il presidente del Consiglio Romano Prodi a riferire che i benefici del taglio del cuneo fiscale avrebbero dovuto riguardare una platea di aziende il più ampia possibile. Il ministro Bersani aveva aggiunto che il cuneo doveva servire a dare una boccata d'ossigeno al sistema delle imprese, per indurle a reagire. Altro che discutere sul cuneo fiscale in una o due fasi!!! A noi ci viene negato tout court!
Una proiezione effettuata ipotizzando che tutte le imprese del turismo facciano ricorso alla  norma contenuta nel teso della finanziaria per i dipendenti a tempo indeterminato, consente di stimare in circa 290 milioni di euro il beneficio economico che ne potranno trarre.
Ciò a dire che per ciascun lavoratore il costo del lavoro cala di circa 490 euro per le imprese del centro-nord e di 700 euro per le imprese del Mezzogiorno .

LA RIVENDICAZIONE: NON ESSERE IN GRADO DI PORTARE AVANTI IL TAVOLO CONTRATTUALE
La politica dei redditi ha tre protagonisti: Governo, imprese e lavoratori. Se il primo non onora l’impegno di ridurre o, quanto meno, tenere invariata la pressione fiscale e contributiva sulle imprese e per di più crea una discriminazione fra le imprese non consente un tavolo della concertazione sereno. In questa situazione sarà difficile che il turismo possa reggere un sovraccarico di responsabilità per far ripartire l’economia del settore. La politica dei redditi si può così considerare già morta. In questo quadro il turismo soffre anche per la prevista e inaccettabile aumento della contribuzione per gli apprendisti, unico strumento rimasto di ingresso agevolato nel mercato del lavoro, accompagnato dalla formazione. Per il settore turismo è possibile stimare una crescita del costo lavoro di oltre 80 milioni di euro.
Siamo nel momento del rinnovo del contratto di lavoro del turismo. È nostro interesse venire incontro alle richieste dei lavoratori. Un dipendente soddisfatto professionalmente ed economicamente è un lavoratore produttivo e attento al rispetto dei doveri al di là dalle declaratorie contrattuali. Noi lo sappiamo bene. Ma come possiamo concedere ad altri benefici che a noi vengono negati? Non vogliamo ritrovarci nelle condizioni di essere costretti a non poter portare avanti il tavolo delle trattative o, ancora, ad uscire da tutti i tavoli costruiti sul principio della bilateralità ( previdenza  e assistenza sanitaria integrativa, enti bilaterali, ecc.), perché questo vorrebbe dire il male dei lavoratori, il male delle imprese, il male dello sviluppo economico dell’Italia.

Mercoledì, 18 Ottobre 2006 02:00

18-10-2006 - Assemblea Fipe

ASSEMBLEA FIPE
Roma,18 ottobre 2006
Intervernto
Lino Enrico Stoppani
Presidente di Fipe-Confcommercio

Cari colleghi, cari amici,

quest’anno la nostra assemblea si svolge dentro uno scenario profondamente cambiato: sotto il profilo associativo, economico e di contesto competitivo e, perfino, politico.

C’è  un nuovo presidente, rinnovato gli Organi, introdotto importanti cambiamenti nello statuto con l’obiettivo di rafforzare la democrazia interna e aumentare le garanzie di buon governo della Federazione.

Abbiamo apportato significativi cambiamenti anche alla gestione organizzativa e amministrativa dell’Associazione nella direzione della trasparenza,  controllo di gestione e semplicemente di buona amministrazione.

E’ stato un lavoro complesso che non è tra l’altro ultimato che ha richiesto tempo, impegno, coinvolgimento di tutte le componenti della Federazione.

E proprio al lavoro di squadra vorrei dedicare un primo passaggio. A chi mi è stato vicino in questi primi mesi del mio mandato, soprattutto ai colleghi del Comitato Direttivo,  avrà rilevato il mio impegno nel ricercare la condivisione e il coinvolgimento nelle decisioni associative.

Ho cercato di farlo sempre, anche quando la rapidità di decisione è spesso un elemento insostituibile dell’essere imprenditore.

Resto, infatti, dell’idea che solo la condivisione può assicurare lo sviluppo e il consolidamento di un sistema complesso quale può essere un’azienda o ancora e molto di più un’associazione come la nostra.

Tutto questo non significa che non mi sono  preso le mie responsabilità ogni volta che le circostanze lo hanno  richiesto, nella consapevolezza che il consenso è uno strumento utile a fare bene, se si concretizza poi in fatti e atti.
 
In questi mesi abbiamo dovuto lavorare per ricomporre,  le lacerazioni profonde che la Federazione ha vissuto nell’ultimo anno.
Invito ciascuno di voi, me per primo, a non rimuovere il passato, ma a tenerlo come esperienza per capire dove, quando e come abbiamo sbagliato.

Non per masochismo ma per non sbagliare di nuovo.

Abbiamo lavorato  al nostro interno senza, tuttavia, trascurare quanto ci accadeva intorno. La voce di Fipe, e delle numerose  imprese rappresentate, non è mai venuta a mancare nel dibattito del Paese.

E non posso non citare il lavoro svolto sui diversi fronti nei quali una Federazione come la nostra è quotidianamente impegnata. Dai rapporti interni a quelli organizzativi, dalle relazioni con il territorio all’attività di lobby.

Ho detto che ci troviamo ad agire in un contesto economico cambiato. Tra spinte e controspinte di segno opposto siamo usciti dalla crescita zero di appena un anno fa e ci avviamo a seguire l’onda di una ripresa economica mondiale che si spera possa ulteriormente  consolidandarsi.

Su questa crescita gravano, tuttavia, alcune incertezze dovute alla dinamica dei prezzi delle materie prime e del greggio e una politica monetaria rigorosa che molto probabilmente porterà la BCE ad un ulteriore rialzo del tasso di interesse entro fine anno.

Alle incertezze esterne se ne aggiunge, nel nostro caso, una interamente italiana. Mi riferisco alla manovra finanziaria in discussione. E’ oramai chiaro che con un intervento di così vaste proporzioni e, per di più, fondato su nuove entrate piuttosto che su tagli di spesa, la crescita attesa per il 2007, ma anche per il biennio successivo, subirà seri contraccolpi.

Faccio alcuni conti. La manovra vale 34,7 miliardi di euro (ora si parla di 40 mila) composta per 2/3, ossia 26  mld di euro,  da nuove entrate e per 1/3, pari a 14  mld di euro, da tagli di spesa.  Le proporzioni, scusate il bisticcio di parole, ci sembrano sproporzionate, così come riteniamo eccessiva la destinazione di oltre 15  mld di euro alla riduzione del disavanzo pubblico.
I riflessi sulla crescita saranno pesanti. Devo ricordare che già nel DPEF il Governo aveva programmato una riduzione di mezzo punto percentuale dei consumi delle famiglie per un valore di circa 5 miliardi di euro.

Nell’ultima relazione programmatica il Tesoro sembra più ottimista, e noi non ne capiamo le ragioni, e parla più semplicemente di rallentamento dei consumi per effetto della manovra economica.

Il nostro giudizio sulla finanziaria è decisamente negativo. Gli aumenti previdenziali per il lavoro autonomo e per l’apprendistato, la stretta sugli studi di settore, il trasferimento forzoso del Tfr all’Inps, lo svincolo delle addizionali a favore degli enti locali, le tasse di soggiorno e di scopo, le vessazioni amministrative la mancata estensione dei benefici del cuneo fiscale al lavoro a tempo determinato (F24 telematico, corrispettivi telematici, sanzioni RF) avranno un impatto pesante proprio sul sistema d’impresa che si riconosce nella nostra Federazione.

Ma lasciatemi fare una considerazione su un paio di questioni specifiche.

La manovra finanziaria conteneva un provvedimento insidiosissimo per i pubblici esercizi. Mi riferisco al divieto di vendita e somministrazione di alcol ai minori di diciotto anni previsto dall’art. 80 del provvedimento varato dal Governo. La cultura del proibizionismo ha fatto capolino di nuovo a danno, tuttavia, di un solo settore, il nostro.

Sappiamo tutti come è andata. Il nostro forte  richiamo sull’inefficacia delle leggi ai fini del cambiamento degli stili di vita, privilegiando, invece, prevenzione e educazione è stato ripreso da autorevoli opinion leaders e dai mass-media, perfino dall’autorevole Financial Times. Il risultato è che la nuova norma è già stata cancellata dal testo della finanziaria e verrà recuperata con un proprio disegno di legge.

Ma la vicenda non è sicuramente finita e ci stiamo adoperando per scongiurare nuovi attacchi e, soprattutto, per dire all’opinione pubblica che le nostre imprese sono attente al problema dell’abuso di alcol, particolarmente tra i più giovani e ne sono la prova le numerose iniziative promosse, soprattutto dagli amici del Silb.

Ma voglio fare, sull’argomento, un’ulteriore riflessione. Da un lato il Governo con Bersani spinge verso l’aumento della concorrenza facendo cadere o almeno allentando i confini tra pubblico esercizio e altre tipologie di offerta, dall’altro lo stesso governo, con la Turco, elabora  un provvedimento che, indipendentemente dal merito, non sembra tenere in alcun conto delle trasformazioni in atto.

C’è dunque qualche contraddizione in questo modo di fare politica.

Rimosso questo pericolo, incombono forti sui pubblici esercizi le incognite dei provvedimenti sugli studi di settore che tento di richiamare in sintesi.

La revisione degli studi diviene triennale e viene introdotto l’uso di indicatori nazionali per mantenerne nel tempo la rappresentatività. Già a partire dai redditi 2006 si terrà conto, inoltre, di specifici indicatori di “normalità economica”, elaborati in piena autonomia dall’amministrazione, nell’intento di individuare ricavi/compensi/corrispettivi attribuibili al contribuente di un determinato comparto.

E’ chiara la volontà di introdurre automatismi in grado di generare cassa.
Si viola, così ed ancora una volta, non solo lo Statuto del contribuente, ma anche quel principio di confronto e di collaborazione tra categorie economiche e amministrazione finanziaria, che costituisce la filosofia di riferimento del Patto istitutivo degli studi.

Su questo tema, cari amici, dobbiamo stare molto attenti. Già in occasione dell’ultima revisione dei nostri studi abbiamo lanciato un grido d’allarme sia alla Confederazione che all’Amministrazione finanziaria. In questi anni di lavoro sugli studi ci siamo resi conto che gli aspetti tecnici sono assolutamente subordinati a quelli politici.

La nostra categoria ha scontato in questi anni  gli effetti di una campagna ostile sui prezzi, oggi rischia di pagare per quella sull’infedeltà  al  fisco.

Duecento miliardi di euro di evasione fiscale e contributiva non si affrontano con questa caccia alle streghe. Si affrontano facendo emergere senso e dovere civico del contribuente che si ottiene se lo Stato contemporaneamente, dimostra efficienza ed equità sul fronte della spesa, oggi improduttiva e piena di sperperi per non cambiare le regola in corsa. A tale riguardo devo dire che sarebbe ora che l’amministrazione finanziaria fornisse ai media anche qualche “velina” sulle dichiarazioni dei redditi delle società di capitale.

Le sfide che ci attendono, su questo come su altri versanti, richiedono una classe dirigente competente, autorevole, credibile, responsabile.

Tornando all’impianto complessivo della finanziaria mi pare di poter dire, senza alcuna forzatura, che la ratio di questa manovra è sintetizzabile in “Più tasse, anziché meno spese”. Il rischio è che la pressione fiscale torni sui livelli di 10 anni fa.
Sono necessari alcuni correttivi. Noi non possiamo e non faremo mancare il nostro contributo nella società e dentro la Confederazione nel tentativo di raddrizzare la baracca.

Una riflessione mirata va fatta sul contesto competitivo del nostro specifico mercato.

Stagnazione della domanda, bassa produttività, flessione del risultato di gestione sono gli indicatori della crisi del pubblico esercizio. Credo che le cause siano numerose ma tra tutte l’eccesso di offerta è, a mio parere, la più diretta. Con 2,7 bar e 1,6 ristoranti per mille abitanti siamo, in Europa, uno dei Paesi con la più alta densità di esercizi.

La pressione competitiva interna e esterna cresce perché il fuori casa esercita un forte appeal su molte componenti del nostro sistema economico-produttivo. In questi anni abbiamo assistito ad un crescendo di provvedimenti tesi a scardinare il “monopolio” del pubblico esercizio nel consumo alimentare fuori casa. E in questa direzione va anche l’ultimo provvedimento del ministro Bersani sulle “liberalizzazioni”, che abbiamo tamponato nei contenuti più critici per noi.

Si tende a superare il confine tra somministrazione e vendita al dettaglio definendo un’offerta despecializzata in cui tutti fanno tutto e nella quale il cibo si fa  commodity e come tale acquistabile al prezzo più basso possibile.

Ci dobbiamo chiedere quale sia oggi il valore sociale e culturale del cibo. Dinanzi alle grandi trasformazioni degli ultimi dieci anni,  che vanno dall’uso massiccio dei convenience food, dei precotti, dei piatti pronti fino ad arrivare ad un pasto sempre più destrutturato, sia nella composizione che nei tempi del consumo, è ancora possibile attribuire al cibo il valore che soltanto aveva  qualche lustro fa?

Le responsabilità sono di molti.

Della politica che non ha compreso il valore speciale che il cibo ha per un Paese come il nostro. Un valore culturale e simbolico che alimenta l’immagine del made in Italy nel mondo e che contribuisce a fare dell’Italia una delle mete più importanti del turismo internazionale. Che non ha compreso il ruolo del pubblico esercizio come custode e testimone della grande tradizione enogastronomica e della cultura dell’ospitalità del Paese.

Della grande distribuzione che sul prodotto alimentare sviluppa politiche di marketing e commerciali fondate sul low cost, salvo  recuperare poi  i margini su altri prodotti e servizi.

Degli stessi pubblici esercizi, e ci dobbiamo fare una riflessione, quando abbandonano il campo della qualità,  del servizio alla ricerca di facili scorciatoie che portano alla dequalificazione dell’offerta proposta.

Il nostro obiettivo strategico deve essere quello di ridare valore al cibo come componente essenziale della qualità della vita.
 
In questo contesto dobbiamo lanciare una grande alleanza con le altre componenti della filiera, dal mondo agricolo a quello industriale, per rimettere al centro delle politiche alimentazione, salute,  tradizione.
Qui si aprono grandi spazi per svolgere la nostra azione a favore di una nuova politica della qualità.

E dobbiamo ripensare e innovare anche il nostro modo e, in modo speculare, quello della pubblica amministrazione di concepire lo sviluppo del pubblico esercizio. Credo che il modello interpretativo del sistema concorrenziale che si utilizza nell’ambito di altri settori economici non sia meccanicamente applicabile ad attività come le nostre fortemente correlate al tessuto urbano.

Mi sento di dire che il dibattito sulla liberalizzazione delle attività di pubblico esercizio è figlio di un modello culturale che intenderebbe portare la visione “industriale” dello sviluppo persino dentro le funzioni della città.

Perchè quando si parla di città non si può misurare solo l’efficienza tecnica o economica. Occorre misurare anche l’efficienza sociale e culturale che significano qualità della vita e valore delle relazioni umane.

Il contesto politico è  mutato certamente  perché il Paese ha una nuova maggioranza che, mi pare poco sensibile alle esigenze della piccola impresa.
Ma è mutato soprattutto per noi attraverso il progressivo spostamento di  competenze dal centro al territorio.

Tutto questo impone un riposizionamento dell’azione del sistema Fipe: al centro,  dalla tradizionale funzione di lobby a quella di sviluppo e coordinamento; sul territorio, dalla funzione di sportello e assistenza tecnica a quella più direttamente di rappresentanza politica.

Non si tratta, ovviamente,  di  passaggi rigidi e deterministici, ma di  una graduale evoluzione verso un  modo di fare sindacato più coerente al contesto sociale, economico e politico.

Dobbiamo reinterpretare il nostro ruolo di corpo intermedio soprattutto oggi che i nuovi assetti istituzionali spingono nella direzione di un rapporto diretto tra politica e cittadini che parrebbe volerci escludere dalla funzione di rappresentanza degli interessi. L’elezione diretta dei sindaci e il ruolo forte dei governatori regionali lasciano poco spazio alle schermaglie politiche all’interno dei consigli, consegnandoci una prospettiva di decisionismo politico e amministrativo con la quale occorre misurarsi adeguando modello organizzativo, ridefinendo competenze e strumenti.

Per questo desidero tornare,  sulle quattro direttrici della nostra azione sindacale, già oggetto nei mesi scorsi di approfondite riflessioni all’interno degli organi. Sto parlando dei rapporti con il mondo Confcommercio, con i Soci, con il mondo esterno (Istituzioni, opinione pubblica e consumatori, principalmente), con il mondo interno.

 I rapporti con Confcommercio

Stiamo recuperando il ruolo che alla Federazione spetta all’interno della Confederazione. Un primo passo è stato compiuto con l’attribuzione al sottoscritto di  posto nella Giunta Confederale.

I “posti” di Fipe all’interno della Confederazione non li interpreto come medaglie per gli uomini che arrivano ad occupare posizioni di “prestigio e di visibilità”,  ma come il mezzo per far valere il punto di vista delle imprese rappresentate all’interno delle politiche della Confederazione oltre che offrire responsabilmente il contributo istituzionale sottostante al ruolo.

Noi dobbiamo crescere in questa funzione di lobby interna (al centro come sul territorio), soprattutto oggi che ci si conta per sistemi di rappresentanza e non per micro-interessi.

In tale ambito non posso trascurare gli aspetti connessi alle risorse (umane, organizzative ed economiche) delle quali si è ampiamente discusso in occasione dell’ultima conferenza di sistema tenuta dalla Confederazione a Villasimius.

I nostri rapporti con la confederazione hanno poi una “specializzazione” in Confturismo.

Devo anzitutto partire da una verità, ribadita non più tardi di tre settimane fa dallo stesso Direttore Generale del turismo a Montesilvano in occasione della Conferenza Nazionale del Turismo. Una verità che voi tutti già conoscete, alcuni non conoscono,  molti fingono di non conoscere.
La ristorazione è un pilastro dell’offerta turistica del Paese.

Da questa consapevolezza dobbiamo partire per fornire il nostro contributo, al centro come sul territorio, alla politica turistica del Paese.

Sotto il profilo organizzativo ritengo che le buone relazioni che stiamo  ricostruendo con la Confederazione siano di buon auspicio anche per riaprire una proficua collaborazione con Confturismo,  a cui chiedo attenzione alle tante componenti che in Fipe rappresentano le imprese del turismo e i primi contatti fanno ben sperare.

I rapporti con i nostri Soci

I  rapporti con i nostri Soci sono prima di tutto i rapporti con le Ascom. Mi pare che su questo terreno molto ci sia da fare in termini di politiche, di iniziative, di regole. Penso, ad esempio, al rispetto delle norme statutarie in materia di contributi.

Da parte nostra dobbiamo aumentare la nostra capacità di ascolto delle esigenze che vengono dal territorio e costruire intorno ad esse progetti immediatamente realizzabili.

Lo snodo regionale deve essere diffusamente realizzato non per allocare o riallocare poteri ma per rendere più funzionale ed efficiente un sistema che costa agli associati sacrifici economici.

I tavoli dei volenterosi che si definiscono a livello regionale sono senz’altro una buona opportunità di lavoro, ma non bastano. Le istituzioni regionali devono avere una nostra  interlocuzione stabile, attenta, autorevole e preparata. Non solo quando si tratta di difenderci da qualche incursione normativa o regolamentare, ma anche quando si deve ragionare di questioni che riguardano lo sviluppo e aspetti generali di controllo.

L’importanza che annetto al rapporto con il territorio la ritrovate nella decisione di affidare ad un dirigente nazionale il compito di presidiare quest’area ma anche nel sostegno che la dirigenza ha inteso dare alla Consulta dei Direttori, recentemente convocata dal Direttore Generale e che deve avere continuità.
E’ uno strumento di analisi, di elaborazione, di proposta che si deve integrare perfettamente con le indicazioni politiche che provengono dagli Organi.

L’apporto delle strutture tecniche nella nostra Organizzazione, quando è fornito con lealtà e competenza, è una risorsa importante e indispensabile  e, senz’altro, determinante per il successo del nostro lavoro.

Gli spazi per un’azione coordinata, comune e condivisa ci sono nella consapevolezza, tuttavia, che ciascuna componente del sistema ha, anche in autonomia, le sue responsabilità e il suo compito da svolgere.

Con gli stessi sindacati nazionali stiamo ricostruendo un rapporto fondato sulla valorizzazione delle identità ma anche sull’integrità della Federazione come casa comune.

I rapporti con l'esterno

Qui il campo di azione è vasto. Parlare alla società vuol dire anzitutto compiere un salto culturale che crei un ponte tra interesse particolare e interesse generale.
 

Va ricercato in via prioritaria un rapporto migliore con i consumatori e le Associazioni che li rappresentano.

Con esse dobbiamo avviare un confronto fatto di numeri e valori e non solo di impressioni. Ridurre la conflittualità è un must per ogni componente del nostro sistema.

L’immagine del nostro settore, come dell’intero settore commerciale, è cronicamente negativa e le politiche d’attualità sul fenomeno della evasione ne sono una conferma.  Negli ultimi cinque anni, con l’avvento dell’euro, la situazione è andata peggiorando. In questi giorni sembra di essere tornati indietro di dieci anni sulla questione dell’evasione fiscale. Noi dobbiamo cambiare metodo. Non basta rintuzzare, colpo su colpo, ad ognuna delle accuse che, spesso strumentalmente, ci vengono mosse su fatti specifici. Dobbiamo darci una strategia di comunicazione che esalti il nostro ruolo nella società, nell’economia e perfino nella cultura di questo Paese.

Abbiamo numerosi asset da sviluppare per rilanciare l’immagine del pubblico esercizio. La tradizione di una grande cultura gastronomica, il valore dell’ospitalità, il rapporto con il territorio. Ma anche il ruolo sociale di servizio e di presidio del territorio, nelle grandi aree urbane come nel più piccolo dei comuni del Paese. Questi devono essere i punti cardinali della nostra azione tesa a riconquistarci le simpatie della società.

I rapporti interni

La struttura esecutiva della Fipe offre oggi qualità, sicurezza e assistenza all'organo politico.

Una delle prime cose fatte è stata quella di ascoltare i Dirigenti della Federazione, per raccogliere il loro punto di vista e le loro esigenze, e ho interpretato un quadro di soddisfazione professionale e soprattutto di affezione alla Federazione, nonché di fiducia alla nuova Dirigenza politica che sta cercando di far uscire la Federazione da una fase difficile e tormentata.

Dobbiamo quindi saper valorizzare le capacità e le competenze dei Dirigenti Federali, sapendo metterli a disposizione di tutto il sistema in una misura migliore e più efficace rispetto al passato.

Per quanto riguarda, invece, i rapporti tra le varie componenti della Federazione individuo alcune criticità  che dobbiamo gestire con lungimiranza e senso di responsabilità:

? Peso elettorale territorio vs sindacati
? Conflitto di interessi (pe vs. BP, discoteche vs. stabilimenti balneari,  e i locali serali, bar contro ristoranti).

Su questi temi dobbiamo assolutamente trovare il modo di ricomporre un quadro complessivo di compatibilità, anche formale.

Nel breve termine abbiamo almeno tre grandi obiettivi. Il primo riguarda il rafforzamento del “sistema Fipe” nel suo insieme: dalla componente esecutiva (centrale  e territoriale) a quella “politica” (centrale, territoriale e verticale) in modo da consolidare i rapporti tra tutte le componenti del nostro mondo di rappresentanza. Per essere forti e credibili fuori, occorre essere coesi dentro con solide fondamenta organizzative.

Potremo così darci alcune scadenze sulle quali misurare la capacità di essere sistema. Una legge sui pubblici esercizi in ogni regione entro il 2007 è, a mio parere, una di queste scadenze.
E anche la definizione di criteri condivisi con le regioni per la programmazione del settore, da estendere anche all’associazione dei comuni, insieme all’individuazione di regole condivise su altri temi “caldi”, come quello del “rumore”.

Inoltre, mi sembra giusto dedicare  alla formazione e al dibattito sui tanti temi che riguardano le nostre attività sindacali qualche momento in più rispetto al passato. Vorrei che questi impegni diventassero appuntamenti abituali, quasi un REC della nostra classe dirigente e funzionariale.

Il secondo obiettivo riguarda la gestione intelligente dell’accelerazione che il quadro concorrenziale e politico ha subito in questi ultimi mesi, dal decreto Bersani al provvedimento sull’alcol e di tener, dunque,  ben controllate le situazioni che ci riguardano.

Il terzo, trasversale ai primi due, mira a rilanciare l’immagine del settore. Se avviamo alcune azioni di analisi, di proposta, di alleanza e di comunicazione l’obiettivo può essere ragionevolmente perseguito.

Non dimenticando, poi, che siamo in pieno rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Dobbiamo mostrare la capacità di saper collegare il rinnovo alle dinamiche del mercato, al problema produttività e, perfino, al nuovo contesto che la finanziaria, una volta approvata, andrà a definire.

Concludo con una riflessione che è prima di tutto organizzativa ma anche di prospettiva.

Un’organizzazione di rappresentanza deve far leva su tre elementi chiave: l’identità, i valori, la visione. Con il primo allunghiamo un ponte verso la nostra storia, oramai sessantennale, con i secondi guardiamo ai principi che alimentano oggi il nostro modo di stare nella società, con il terzo ci proiettiamo verso il futuro consapevoli come siamo che nulla è immodificabile.

Ecco il cambiamento. Questa parola deve stare nella testa di ciascuno di noi se vogliamo continuare ad essere classe dirigente. In caso contrario rischiamo di degenerare nella forma dell’apparato burocratico autoreferenziale.

Nel Manifesto del pubblico esercizio abbiamo provato a declinare identità e valori richiamandoci con forza ai concetti di mercato, pluralismo imprenditoriale, innovazione, consumerismo, sostenibilità, qualità, sviluppo, regole.

Dentro questi concetti sta la nostra visione del mondo, i nostri valori e, in modo coerente, deve stare la nostra strategia sindacale.

I pubblici esercizi sono tante cose insieme. Lavoro, imprenditorialità, servizio, qualità, ospitalità, tempo libero, turismo, salute, alimentazione.
Ognuna di esse apre scenari impensabili ad un’azione sindacale moderna. Sta a noi, insieme, riuscire a vederli.

Grazie.

Intervento del Presidente - Conferenza stampa No ticket day
13 marzo 2007

 

Ringrazio i rappresentanti della stampa per essere intervenuti questa mattina.

Prima di affrontare il problema dei buoni pasto, il motivo principale di questa conferenza stampa, approfitto per una brevissima introduzione e per un saluto. In quest’ultimo anno, la federazione dei pubblici esercizi sta cercando di compiere sforzi notevoli sul piano organizzativo. Stiamo cercando di ricostruire una compattezza in un settore fondamentale per il tempo libero dei cittadini e questo impegno ci ha distolti in alcuni casi dal far sentire in maniera forte e decisa la nostra voce. Abbiamo scelto una strada più lunga, quella del recupero dei rapporti con il territorio e con i nostri associati, ma sicuramente più proficua nel porgerci con autorevolezza di fronte ai cittadini, alla politica, alle rappresentanze della società. Gli argomenti che stiamo affrontando sono molti. Ci stiamo battendo per l’applicazione del cuneo fiscale anche per i lavoratori a tempo determinato in settori, come il turismo, dove la flessibilità è un elemento strutturale. Ci stiamo battendo per l’adozione di misure a tutela della salute contro gli abusi di alcol soprattutto se associati alla guida. Ci stiamo battendo per far sì che i pubblici esercizi iscritti alla nostra federazione diventino il filtro ultimo nel controllo della qualità per il servizio offerto al cittadino. E’ proprio in questa ottica che abbiamo intrapreso la battaglia sui buoni pasto. Si tratta di un argomento già affrontato in passato e che pensavamo di aver risolto con il Dpcm del 18 novembre 2005. Quel decreto, infatti, disciplinava il settore imponendo giusti comportamenti a tutti gli attori: società emettitrici, datori di lavoro, lavoratori ed esercenti. Infatti una forzatura nel comportamento di società emettitrici e datori di lavoro fa riversare le conseguenze sulle spalle dei lavoratori e degli esercenti, gli anelli più deboli della catena. Purtroppo una sentenza del Tar Lazio ha dato ragione ad una società ricorrente nel nome di una maggiore libertà di mercato. Noi siamo allineati e, anzi, sosteniamo questo principio nella sua linea generale, ma non a scapito della trasparenza del mercato. Il percorso di liberalizzazioni avviato è stato da noi sostenuto anche quando ha toccato il nostro settore, ma un mercato più libero non significa un mercato senza controlli e senza leggi. Un mercato non è un mercato privo di controllo, dove ognuno fa quel che vuole. In un’economia liberale il mercato può funzionare solo se è legittimato, cioè riconosciuto, dai suoi attori. E come è possibile pensare ad un mercato legittimato quando non ci sono regole chiare, precise, trasparenti e – soprattutto – uguali per tutti? La sentenza ha annullato parti fondamentali del Dpcm, creando un DANNO GRAVE E IRREPARABILE al settore tornato a non avere alcun genere di regola: ognuno può fare quel che vuole, anche modificare gli accordi nel corso della prestazione del servizio. Nel materiale che trovate in cartellina è ben descritto il tipo di danno, cosa lo procura e come funziona tutta la filiera. Vorrei però riportare la vostra attenzione sul fatto che dello sconto sempre più alto richiesto dai datori di lavoro, il lavoratore non beneficia affatto e quindi non si capisce in virtù di cosa venga concesso, se non per una minore spesa da parte del datore di lavoro.
Inoltre, la commissione che viene richiesta all’esercente dalla società emettitrice, non avendo più tetti, rischia di essere alzata sempre di più fino a costringere l’esercente ad uscire dal mercato, mettendo a rischio la fornitura di un servizio stabilito dagli accordi integrativi sindacali. E’ evidente che il giudice in tutta la sua autonomia si è ispirato a un principio lodevole e che sosteniamo, ma la sua applicazione nel mercato attuale caratterizzato da imprese poco serie distorce l’idea ispiratrice. Non ci spieghiamo per quale motivo, dopo essere riusciti a trovare un accordo che soddisfaceva tutti, ci siamo ritrovati punto e a capo. Lungi da noi l’idea di non concedere sconti ai datori di lavoro o di non pagare commissioni alle società emettitrici: si tratta di regole che fanno parte di un mercato libero, ma è necessario scoraggiare un agire scorretto che si ripercuote su chi lavora onestamente. Per ogni singolo buono pasto l’esercente pagava con il Dpcm una commissione pari mediamente al 6%. Per dare un’idea, ogni 10 mila euro di incasso i buoni pasto pesano, con il Dpcm, per 1.000 euro all’esercente. Senza la norma, il costo del buono pasto praticamente si raddoppierà. Ovviamente come già annunciato nei giorni scorsi, ricorreremo assieme a Fida, Anseb e alcune società emettritrici al Consiglio di Stato per chiedere subito la sospensiva della sentenza del Tar, e non si esclude il replicare della protesta in altre giornate. Chiediamo con questa richiesta di essere appoggiati nel ricorso al Consiglio di Stato dalla Presidenza del Consiglio e dal ministero dello Sviluppo economico; chiediamo l’intervento del Governo per scrivere d’urgenza il testo dell’articolo 14 della legge 168/2005; chiediamo al ministro del Lavoro, Cesare Damiano, la stesura di una norma di garanzia per la salvaguardia del “valore nominale” del buono pasto lungo tutta la filiera; chiediamo l’adesione dei sindacati alla nostra protesta a tutela dei diritti  dei lavoratori.

Lunedì, 16 Luglio 2007 02:00

16-07-2007 - Assemblea Fipe

Intervento del Presidente
Assemblea Fipe - 16 luglio 2007
 

Gentili Signore e Signori, Autorità, Colleghi e Amici,

Poco più di un anno fa eravamo in questa stessa sala per celebrare l’insediamento di una nuova classe dirigente, segnando una svolta epocale rispetto ad un passato che non dimentichiamo, sia per riconoscenza ai meriti e ai risultati ereditati, ma anche per le difficoltà che abbiamo dovuto gestire.

Avevo provato a delineare il mio programma di azione, tra l’emozione da esordiente e anche la soddisfazione per aver raccolto la rilevante responsabilità di rappresentare oltre 200.000 imprese di pubblico esercizio.

A distanza di quindici mesi, grazie alla collaborazione di tutti, alcune cose sono state realizzate, soprattutto quelle che riguardano la ricostituzione di un clima di collaborazione all’interno della Federazione, tra centro e territorio, tra Federazione e Associazioni nazionali aderenti, tra vertice politico e struttura operativa.

Ho avviato il mio lavoro da Presidente della Federazione, ispirandomi al concetto del dialogo, avendo come riferimento i bisogni degli Associati e la potenzialità dei Pubblici Esercizi, in termini di tradizioni, di valori sociali e culturali.

Il Pubblico Esercizio, infatti, non fornisce semplicemente un servizio. Qualsiasi sia la sua tipologia, dal bar al ristorante, dalla discoteca allo stabilimento balneare, dalla società fornitrice di pasti al punto di ristoro autostradale, ha un impatto sulla società importantissimo.

Svolge un ruolo allargato, misto tra interessi economici e di relazioni sociali. Svolge, insomma, un ruolo di educazione e di sensibilizzazione civile che finora è stato fin troppo spesso sottovalutato e persino ignorato dai non addetti ai lavori.

In questi quindici mesi di nuova gestione federale abbiamo ottenuto risultati di rilievo, anche se forse non pienamente considerati.

I fatti concreti ci hanno visti impegnati, per esempio, nel ruolo di moderatori nell’integrazione di una società sempre più multirazziale.

Lo dimostra ampiamente l’indagine presentata oggi, dove risulta che la popolazione degli immigrati, destinata a superare i 5.500.000 di persone, riesce ad inserirsi meglio nella società se è impegnata all’interno dei pubblici  esercizi.

Ne beneficia addirittura la sensazione di sicurezza sociale. L’italiano non si sente insicuro dello straniero integrato,  mentre la percezione della sicurezza cala notevolmente se l’immigrato è isolato e fuori dal mondo dei Pubblici Esercizi.

La sicurezza è un termine che significa tante cose: sicurezza sulle strade, sicurezza alimentare, sicurezza ambientale.

Ci siamo fatti carico della preoccupazione crescente negli anni per gli incidenti stradali in cui muoiono tantissimi dei nostri giovani.

Riconoscendo fra le tante cause di questi eventi drammatici anche quella dell’abuso di alcol, abbiamo avviato un lungo percorso che ha portato al raggiungimento di accordi importanti.

E’ stato un lavoro svolto al fianco del Silb, il sindacato dei locali da ballo, che si trova in prima linea in questa vicenda e che è stato il protagonista dell’avvio di iniziative sostenute dall’intero sistema associativo, in collaborazione con il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità e di numerose Istituzioni locali (Prefetture, Questure e Comuni) che voglio qui ringraziare.

Qualche mese fa, il nostro impegno è stato riconosciuto anche dai Ministri dell’Interno, On. Giuliano Amato, e delle Politiche Giovanili e Attività Sportive, On. Giovanna Melandri, con i quali abbiamo costruito e sottoscritto un “Codice etico di autoregolamentazione per la sicurezza stradale”, con la collaborazione della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Province autonome e di altre Istituzioni.

L’Accordo è importante nel merito e nel metodo: nel merito, perché mira a contrastare il fenomeno sociale degli incidenti stradali dei giovani, sulle cui cause non si sa ancora molto. E nonostante sia di una drammaticità crescente per tutti, si è fatto  ancora troppo poco.

L’Accordo è importante nel metodo, perché è stato costruito ponendo sullo stesso piano tanto gli impegni della sfera pubblica, quanto quelli delle imprese.

Nel primo caso si tratta di azioni da intraprendere come l’aumento dei controlli di polizia sulle strade e l’adozione di leggi e regolamenti da assumere a livello centrale e periferico.

Nel secondo caso, le imprese possono contribuire con altre iniziative come quella dell’identificazione del guidatore designato, della promozione di alcol test da parte dei clienti e di una maggior responsabilizzazione del personale addetto alla somministrazione sui divieti di consumo di alcol.

Il nostro ideale è quello di un’autorità pubblica che stimola l’educazione dei comportamenti, non quella che passa per scorciatoie proibizionistiche che mai hanno dato e mai daranno risultati positivi e duraturi.

Riteniamo più efficace lo Stato della patente a punti, quello che fornisce etilometri e fa i controlli sulle strade piuttosto che, nell’era delle liberalizzazioni, quello che impone ai locali un orario di chiusura per legge.

Non riteniamo efficaci, invece, interventi legislativi di tipo proibizionistico e punitivo che favorirebbero il commercio al nero e spingerebbero imprese e giovani verso l’illegalità e l’evasione. Né riteniamo efficace un garantismo astratto e senza regole che danneggerebbe anch’esso imprese, giovani e famiglie.

Noi sentiamo fortemente il peso di una responsabilità di categoria, oserei dire “sociale”, che ci vede impegnati sempre di più nel nostro Paese a rispondere con efficacia e lungimiranza alle nuove problematiche dei “consumi fuori casa”, come è illustrato bene anche dalla ricerca dell’economista Geminello Alvi presentata proprio oggi.

Da questo punto di vista siamo orgogliosi di aver contribuito in maniera determinante a cambiare i comportamenti degli italiani in relazione al fumo, poiché all’interno dei nostri locali, se non vi sono sale attrezzate per fumatori, non si fuma più. E dubitiamo che altrettanto succeda nei luoghi di lavoro e forse anche in alcune strutture pubbliche.

Nell’ambito della tutela della salute dei cittadini è noto il nostro impegno sia sulla sicurezza, sia nell’educazione alimentare.

Il marchio Bollino Blu della Ristorazione, messo a punto in collaborazione con il ministero della Salute e applicato ormai in oltre 500 esercizi, consente al consumatore di trovare nell’esercente un garante della sicurezza alimentare, della qualità e dell’origine dei prodotti, un custode delle tradizioni alimentari italiane e un consulente per una scelta alimentare consapevole.

Il nostro impegno responsabile non si ferma qui. Molto di più potremmo fare se fossimo ascoltati nelle nostre criticità e nelle nostre proposte.

Il nuovo Governo ha ritenuto di dare un’impostazione politica rivolgendosi direttamente ai cittadini senza coinvolgere i corpi intermedi, cioè le parti sociali, con cui si è soliti definire le basi degli accordi.

Non a caso la mancanza di concertazione ha rappresentato il rimprovero mosso con forza anche dal nostro presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, alla legislatura corrente.

Se sarà stata un’arma vincente oppure no, non sta a noi giudicarlo, ma saranno i fatti a stabilirlo.

Quello che mi interessa innanzitutto evidenziare, come imprenditore e come rappresentante di una grande categoria di imprenditori, è la situazione del mercato dei cosiddetti “consumi fuori casa” nel quale operiamo ogni giorno, in grado di sviluppare un volume d’affari pari a 60 miliardi l’anno, dalle oltre 200.00 imprese del settore con i loro 900.000 addetti.

Si tratta di un mercato in continua evoluzione, che pretende dai suoi operatori l’osservanza di tre principi: competitività, dialogo, responsabilità.

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Il ministro Bersani, intervenendo all’Assemblea di Confcommercio, ci disse che il nostro Paese sta producendo ricchezza, in termini di Pil, ma sconta un enorme debito pubblico che ne appesantisce enormemente il cammino. Parlò proprio di “pesante sacco sulle spalle” e della necessità di destinare costantemente per lunghi anni una parte della ricchezza prodotta dal Paese  all’abbattimento progressivo del debito. Subito dopo il boom economico del dopoguerra, la politica con le sue scelte, con i suoi sprechi, ha di fatto contratto un mutuo che imprese e famiglie devono adesso onorare, pagando per colpe non commesse.

Ci lasciamo alle spalle un periodo nel quale il Paese ha sofferto per una crescita troppo bassa, praticamente vicina allo zero, ponendo in situazione di sofferenza anche la produttività nell’intera economia, industria e servizi compresi.

L’andamento dei consumi resta modesto per effetto di un clima perdurante di incertezza che blocca le famiglie e per una crescita prudente delle retribuzioni reali. Siamo dinanzi ad un circolo vizioso dove la crescita economica è rallentata dalla ripresa incerta dei consumi che a sua volta pone un limite all’innalzamento delle retribuzioni reali con un ostacolo all’aumento della produttività.

Ecco, allora, che è proprio da quest’ultimo punto che bisogna ripartire.

Ma per incentivare la produttività servono maggiori investimenti e più innovazione. E serve una riduzione dei costi: quelli della burocrazia e del carico fiscale.

Accogliamo con favore la notizia di un ritorno a una struttura del governo a 12 ministeri e le altre iniziative per ridurre i costi della politica che gravano pesantemente su tutti i cittadini, siano essi consumatori, siano essi imprenditori.

Speriamo che si proceda in questa direzione, perché a pagarne i disagi sono spesso le fasce più deboli della popolazione.

Prendiamo il caso delle società di ristorazione collettiva, impropriamente identificate dalla gente come mense. I costi eccessivi di una burocrazia pubblica portano gli enti, soprattutto quelli sanitari, a pagare con gravi ritardi le fatture ai fornitori di servizi, mettendo a rischio la stessa qualità della fornitura dei pasti ai malati. In questo caso abbiamo messo in atto una protesta che speriamo possa sfociare nella costituzione di un tavolo tecnico.

Allora, se vogliamo evitare davvero che la produttività continui ad arrancare, il processo di liberalizzazione dai monopoli avvenuto di recente sulla carta deve diventare presto una situazione di fatto.

Vogliamo veder abbassare il costo delle nostre bollette elettriche e vogliamo vedere ridotti i costi bancari, la cui spesa è ancora fra le più alte in Europa come ha riconosciuto il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.

La bassa produttività si registra anche nel nostro settore dove la crescita negli ultimi cinque anni è stata appena dell’1,5%.

Nel nostro comparto, il numero delle imprese continua a crescere, il numero degli occupati pure, la dimensione media scende. Tutto questo avviene a fronte di una domanda che non ha neppure lontanamente lo slancio degli anni ‘90.

In Italia sta diventando sempre più difficile “fare impresa”, soprattutto per chi, come i pubblici esercizi, non può “delocalizzare”.

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A questa Politica assegno essenzialmente tre colpe. Lo faccio rispettosamente, consapevole che consigliare e criticare sono cose molto semplici da fare.  Mi permetto di muovere queste critiche, tenendo bene in mente la  frase di Henry Ford: “Non trovare la colpa. Trova il rimedio!”

A scuola ci hanno insegnato l’effetto moltiplicatore, che normalmente produce benefici, che si ottiene alimentando la domanda interna con una politica fiscale che favorisca i consumi e che richiede inizialmente una rinuncia da parte dello Stato a una parte del gettito fiscale.

Diminuendo infatti la fiscalità, aumenta la massa monetaria in circolazione, crescono i consumi delle famiglie, che generano nuova occupazione e produzione e alla fine maggiori entrate anche per lo stesso fisco.

La seconda colpa che assegno alla Politica è l’accanimento verso il sistema produttivo, costretto a pagare di più, con complicazioni amministrative sempre maggiori e con un inasprimento dell’azione ispettiva su tutti i fronti, dal fisco al lavoro, che disegnano un’atmosfera da stato di assedio.

Si tratta di argomenti delicati, sui quali scontiamo anche trascorsi caratterizzati da negligenza negli aspetti amministrativi e fiscali, che hanno trasmesso una brutta immagine, offuscando quella positiva del nostro impegno sociale. La gogna mediatica a cui siamo sottoposti con gli accanimenti ispettivi offende il nostro essere portatori di cultura, tradizione e impegno sociale.

Siamo i primi a sostenere la lotta ad evasione ed elusione. Sono patologie che alterano le regole della corretta concorrenza anche al nostro interno, nei confronti di quelle imprese cioè, che rappresentano la maggioranza, che fanno il proprio dovere.

Quando fu approvata la legge sullo statuto dei diritti del contribuente, questa prevedeva l’emanazione di un codice di comportamento da parte dei controllori alle verifiche tributarie. Tale codice in sette anni non ha mai visto la luce e ci siamo dovuti costruire noi, autonomamente, un vademecum per le verifiche fiscali che presenteremo oggi.

Ma la dimensione del nero o del sommerso (17% Pil – dato ISTAT) conferma che l’evasione è un fenomeno che investe tutto il Paese.

Ritengo però inutile, strumentale e dannoso impostare la questione della lotta all’evasione in termini di categorie sociali.

E’ inutile enfatizzare la vicenda degli scontrini e delle ricevute fiscali, insistendo sulla sanzione accessoria, la chiusura dell’esercizio,  spesso sproporzionata rispetto alla mancanza, cioè la violazione contestata, ma non ancora definitivamente accertate.

E’ senz’altro comodo e facile concentrare l’azione ispettiva controllando chi è più esposto con le sue vetrine sulla strada, rispetto a chi può far ricorso agli strumenti sofisticati della elusione fiscale, i cui controlli sono decisamente più complicati e di minor successo.

Il terzo rilievo che assegno alla Politica è la confusione che sta innescando sul tema delle liberalizzazioni con provvedimenti prima emessi, poi modificati, integrati, emendati in funzione degli interessi e della capacità di difesa delle categorie danneggiate, con la conseguenza che ogni norma presenta elementi di discrezionalità e di incertezza sui quali si innestano le interpretazioni di comodo.
 

L’introduzione della fattispecie di “somministrazione non assistita”, sta generando invasioni di campo che non possiamo accettare da parte di chi (Regioni e Comuni) interpreta a suo piacimento questo provvedimento.

Con la “somministrazione non assistita” infatti si assegna a determinate categorie diverse dai pubblici esercizi la possibilità di somministrare cibi e bevande, senza servizio di personale e con la sola possibilità di attrezzare mensole o tavoli di appoggio. Ma è facile poi superare questi limiti con attività non consentite. Si dà così vita ad abusi difficili da identificare per chi non è del settore. Figuriamoci come possa riconoscerli il consumatore!

Il presupposto inderogabile è che ogni attività venga svolta nel rispetto delle stesse regole. Ed invece il processo di liberalizzazione non ha soddisfatto anche questo principio.

Per fare un liberismo vero, obblighi e adempimenti particolari riservati ai pubblici esercizi devono essere osservati anche dai nuovi operatori ai quali si vuole aprire il mercato.

Anche i nuovi concorrenti, dunque, devono rispondere ai requisiti di onorabilità, professionalità, essere soggetti ad autorizzazione amministrativa di programmazione per apertura, trasferimento, ampliamento dell’attività; anche a loro deve essere esteso il divieto di somministrare alcool ai minori e agli ubriachi, di osservare l’obbligo di esposizione dei listini prezzi, devono essere sottoposti alla sorvegliabilità dei locali per aspetti di pubblica sicurezza, pena il ritiro o la sospensione della licenza e anche loro devono essere soggetti all’uso dei bagni a disposizione di chiunque.

Queste nuove aperture volute dal legislatore, che hanno l’obiettivo di consentire a tutti di fare tutto, portano con sé però il rischio di snaturare i mestieri e di dequalificare l’offerta, nella quale l’unico fattore premiante diventa il prezzo e il prezzo però non può essere l’unico parametro di riferimento di un’offerta.

La ristorazione è molto di più del semplice nutrimento: è un pezzo importante della filiera agro-alimentare in termini di valore immateriale e di valore aggiunto. La stessa Ismea riconosce che la ristorazione italiana è un fattore importante per la salvaguardia e valorizzazione delle tradizioni enogastronomiche del Paese.

Pertanto, va ridato valore al cibo  come componente essenziale della qualità della vita e dello stile di vita italiano.

Se il cibo verrà trattato come una materia prima da acquistare al minor prezzo possibile, si innescherà un circolo vizioso di dequalificazione che potrebbe portare all’impoverimento del patrimonio enogastronomico del Paese.

Un patrimonio decantato, valorizzato e promosso giustamente dallo stesso Governo, che poi si contraddice, trascurando attività, come quella dei pubblici esercizi, che negli anni hanno promosso nel mondo l’ “Italian Food”.
Il successo è riconosciuto dall’Istituto Commercio Estero, quando afferma che gli oltre 60mila ristoranti italiani nel mondo sono il segno del successo e del primato della nostra cucina.

Si è trattato di una promozione autoalimentata, con la salvaguardia delle ricette che fanno parte della nostra storia, investendo sulla ricerca e sulla valorizzazione dei nostri prodotti, promuovendo il territorio e la sua tipicità, dando sbocco a tante straordinarie piccole produzioni, oggi escluse per dimensionamento dai canali della grande distribuzione organizzata.

Se poi la concorrenza ci obbligherà a chiudere perché le gestioni sono diventate anti–economiche, chi subentrerà alle nostre attività, chi offrirà il servizio in termini di presidio del territorio, di ascolto della comunità, di sicurezza e pulizia?

Non siamo istituti di beneficenza, ma ritengo che l’Istituzione Politica dovrebbe saper interpretare i valori immateriali – quelli appunto sociali e culturali - delle nostre attività e provvedere di conseguenza.

Chi sostiene la teoria della scarsa concorrenza nel settore, dimentica di guardare i dati.

Gli indici di densità  dati dal rapporto “esercizi / abitanti” mostrano, infatti, che l’Italia è uno dei Paesi europei con un’offerta ricca sia in termini di numeri che di format.

Ma il tema della concorrenza pone anche una nuova questione che attiene al concetto dello sviluppo sostenibile.

Il governatore Draghi nelle sue Considerazioni finali di quest’anno scrive: “Nel campo  delle attività commerciali l’azione va proseguita, radicando il principio che i punti di vendita non devono essere razionati sul territorio se non per valide ragioni di tutela ambientale”.

E il concetto di “ambiente” nelle attività commerciali assume contorni precisi. Riguarda la salvaguardia dei centri storici, il controllo dei flussi di traffico, il contenimento della pressione antropica, il rispetto dei diritti dei cittadini, il mantenimento di condizioni di sicurezza.

Ma come si può conciliare la libertà d’impresa e tutela ambientale senza un’attività di regolazione del mercato?

Qualche tempo fa il segretario dei Ds, On. Piero Fassino, lamentava il fatto che a Roma, in una piazza di appena 400 mq, c’erano ben undici ristoranti. Si diceva stupito del fatto che non ci fosse un intervento regolatore.

La mia idea è che oggi siamo dinanzi ad un grossolano quanto temibile equivoco. Stiamo trasformando le città in paninoteche diffuse dove le eccellenze tipiche del nostro modello alimentare sono sempre più difficili da individuare.

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Non sempre nel nome di una libertà di mercato vengono prese le decisioni migliori.

Guardiamo per esempio a quanto accaduto nel settore dei buoni pasto.

La sentenza del TAR Lazio emessa nel principio di un’apertura maggiore del mercato ha, invece, soltanto impoverito il D.P.C.M. (cd. Scajola) con cui erano state introdotte buone norme. Dopo la protesta del “No ticket day”, abbiamo impugnato al Consiglio di Stato la sentenza e prima del termine dell’estate dovremmo poter avere la sentenza definitiva.

Al di là degli esiti del ricorso, va ripristinato il principio di equità nel settore. Oggi i costi e gli oneri ricadono solo sulle aziende emettitrici di buoni pasto, sul pubblici esercizi che li accettano e sui lavoratori che li utilizzano, mentre i vantaggi sono solo goduti dalle aziende o enti che li richiedono per i loro dipendenti.

Al nostro interno stiamo già cercando di trovare una soluzione, sensibilizzando i pubblici esercizi a distinguere tra aziende corrette e trasparenti, da altre che lo sono meno e contemporaneamente stiamo ponendo un problema politico alle aziende emettitrici aderenti ad ANSEB, con l’obiettivo di individuare formule contrattuali che in qualche modo rispondano all’interesse e alla volontà di stare insieme al tavolo della Federazione.

Il dover ricorrere alle sentenze per stabilire le regole di un mercato è comunque una sconfitta della politica che non ha saputo individuare e risolvere le criticità.

E’ infatti divenuto problematico interpretare la normativa del nostro Paese. Leggi e regolamenti confusi, istruttorie sommarie, tempi biblici sono i caratteri della nostra giustizia. Sull’efficienza operativa della giustizia si fonda il successo sia economico che civile di una nazione. Se pensiamo che questi aspetti sono assenti nell’attuale sistema, così come esistono carenze sui tempi preassegnati, né esistono controlli di sorta sulla produttività della Magistratura, come si può contare su equità e certezza del diritto del nostro Paese?

E’ pur vero che è diventato complicato anche interpretare il mercato attuale, in continua evoluzione e nella misura in cui riusciamo ad anticipare i cambiamenti, adeguando la nostra offerta, riusciamo ad essere competitivi ed avere vantaggi di posizionamento.

Gestire un pubblico esercizio oggi è molto diverso rispetto al passato, perché siamo cambiati noi, i nostri clienti (con i loro bisogni), i nostri dipendenti.

Per quanto riguarda il modello organizzativo delle nostre imprese, stiamo osservando il venire meno del peso o del ruolo della famiglia nella gestione delle nostre attività.

Il Pubblico Esercizio storicamente nasceva e si identificava per tanti anni con una famiglia, impegnata nella gestione anche con tre generazioni contemporaneamente (nonni, genitori, figli).

Ognuno dava il proprio contributo, anche a tempo parziale, con un impegno lavorativo che non aveva orari da osservare.

C’erano i nonni impegnati a far di tutto, i genitori magari con un secondo lavoro esterno e i figli, allevati sin da bambini ai valori del lavoro, del sacrificio, dell’impegno.

Il pubblico esercizio era un “progetto di vita” e lì si realizzavano quelle economie che costituivano il vero reddito dell’impresa.

Questo modello ha sviluppato una rete di locali che per anni ha dato benessere alle famiglie, servizio qualificato alla clientela e custodito i valori della tradizione gastronomica del nostro Paese, oggi purtroppo sempre più minacciata da una presunta “modernizzazione” o “globalizzazione” che porta con sé anche il rischio di mangiare allo stesso modo ovunque!

Il nucleo familiare è stato sostituito dai dipendenti, con effetti diretti sui conti economici, sulle motivazioni professionali e su altri aspetti che hanno forse indebolito il sistema.

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Il personale quindi rappresenta oggi una criticità per il nostro settore e non solo per i costi, ma anche per la difficoltà a trovarlo motivato e preparato, a causa anche di qualche nostra colpa nell’offrire aspettative di soddisfazione ai giovani che si affacciano alle nostre professioni.

E’ un problema di motivazioni personali, con una gioventù spesso impigrita dal benessere e da un’educazione talvolta troppo permissiva, poco attenta cioè a coltivare i valori dell’impegno, del sacrificio, dell’orgoglio personale e in questo le colpe sono allargate. Ne abbiamo anche noi come genitori.

E’ un problema formativo, da rivedere in molte parti, soprattutto in quello che riguarda le Scuole Professionali e il ruolo che queste avevano sempre rispettato nel garantire i ricambi generazionali nei “mestieri”.

C’è troppa distanza tra formazione e imprese.

Il rapporto tra il sistema educativo e quello produttivo è il vero punto debole del modello scolastico italiano: la transizione dalla scuola al lavoro dura più di 11 anni, il periodo più lungo rispetto alla maggior parte dei paesi Ocse.
E oltre il 50% dei giovani tra i 15 e i 35 anni svolge un lavoro che non ha nessuna attinenza con la formazione ricevuta.

Nel riprogettare il sistema formativo non dobbiamo preoccuparci solo dei giovani. Dobbiamo pensare soprattutto ad una formazione obbligatoria continua, in linea con la strategia di Lisbona, indirizzata anche a coloro che sono già nel mondo del lavoro, dando loro gli strumenti indispensabili per essere aggiornati, per poter affrontare le sfide di un mercato sempre più competitivo ed esigente.

Vi è l’esigenza fortemente sentita da Fipe e dalle oltre 200.000 imprese di pubblico esercizio che rappresenta, di un grande “progetto formativo Paese”, che sia in grado di cogliere il buono che già c’è sul mercato, innovandolo e razionalizzandolo, partendo magari dagli istituti alberghieri e di ristorazione che si trasformino in un’ottica di mercato,  diventando centri formativi polifunzionali a cui possono accedere oltre ai giovani, anche gli occupati.

Ciò significherebbe poter contare su centri di assoluta eccellenza, collegati sia con il mondo della scuola (e dell’Università) sia, attraverso gli Enti Bilaterali, con quello delle imprese, beneficiando di risorse che provengano anche dai fondi interprofessionali, come ad es. quelli di For.te, il fondo promosso da Confcommercio, che nei suoi primi due anni di attività ha già coinvolto oltre 170.000 lavoratori di 1200 imprese per circa 3.200.000 ore di formazione.

La formazione da sola non basta a risolvere il problema della qualità delle risorse umane nel settore.
Vi è anche il problema di Contratti di Lavoro e di un impianto normativo da riconsiderare.

Il Libro verde della Commissione Europea sulla modernizzazione del diritto del lavoro prospetta un quadro di regole, semplici e adattabili, di organizzazione del lavoro e gestione delle risorse umane, sul presupposto che gli obiettivi di tutela del lavoro non sono una variabile indipendente ma, nel rispetto delle tutele costituzionali (sicurezza sul lavoro, salario equo, copertura previdenziale), devono coniugarsi e coordinarsi con le esigenze di flessibilità e competitività delle imprese e la realtà di un mercato del lavoro che ancora oggi registra gravi anomalie rispetto al resto dell’Europa.

Il problema del precariato va risolto creando una rete di protezione e di assistenza intorno al lavoratore nelle fasi di passaggio da un’attività ad un’altra.

La flessibilità non deve essere abolita, ma deve essere rivista alla luce delle proposte introdotte dal pacchetto Treu e dalla legge Biagi  e dare forza alla riforma degli ammortizzatori sociali annunciata dal Ministro del Lavoro, On. Cesare Damiano.

Non vogliamo rimanere esclusi questa volta dai provvedimenti, come è accaduto in passato con la cassa integrazione e di recente con il cuneo fiscale, non applicato al lavoro a tempo determinato. Era chiaro l’intento del Ministro nel tentativo di contrastare le anomalie del mercato. Nel nostro lavoro, però, il lavoro a tempo determinato è strutturale, dettato dalle esigenze del mercato.

Si tratta, in sostanza, di dare corso a un vero e proprio welfare contrattuale. Ciò consentirebbe, attraverso l’affermazione di strumenti come la previdenza complementare e l’assistenza sanitaria integrativa, di ridare appeal al settore che oggi, senza il fondamentale apporto dei lavoratori immigrati, come ben ha evidenziato la ricerca Gfk Eurisko,  sconterebbe non poche carenze occupazionali.

E' necessario, inoltre, promuovere ogni iniziativa idonea a ridurre gli oneri che gravano sulle aziende in relazione al costo del lavoro, nonché introdurre forme di defiscalizzazione di alcune componenti del salario (penso ad esempio al lavoro straordinario) e dei nuovi aumenti contrattuali, anche derivanti dalla contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale.

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E dagli oneri fiscali e contributivi agli studi di settore, il passo è breve.

Si dice che gli studi di settore non siano uno strumento di catastizzazione dei redditi. Eppure l’introduzione degli indicatori di normalità economica, la loro applicazione retroattiva sul 2006 e, ancora prima, la previsione di entrata contenuta nella finanziaria 2007 fanno ritenere vero il contrario.
 
Cerco di essere più chiaro ponendo una domanda retorica. Lo studio di settore è uno strumento di accertamento, uno dei tanti, a disposizione dell’amministrazione finanziaria o, al contrario, è il mezzo per stimolare la  “compliance fiscale” da parte del contribuente?

La differenza è di sostanza non di forma. Mi pare che sia proprio l’amministrazione finanziaria a non avere le idee chiare a tal proposito.

Quando si afferma pubblicamente che l’adeguamento ai ricavi stimati non è obbligatorio, si stravolge il significato degli studi di settore. Perché se così è bisogna riaffermare la piena validità del sistema di presunzione preesistente agli studi.

La responsabilità di dimostrare l’esistenza di evasione fiscale deve essere a carico dell’amministrazione finanziaria e lo studio di settore può essere solo, e sottolineo solo, lo strumento per filtrare la diligenza fiscale dei contribuenti, facendo emergere le anomalie rispetto alle medie di settore, sulle quali avviare le azioni di accertamento.

Nessuno più dovrebbe poter sostenere che un contribuente è fiscalmente infedele perché non congruo. C’è bisogno, al contrario, di raccogliere nuovi elementi probatori come è sempre stato fatto in passato in circostanze simili. E qui torna prepotentemente il problema della raccolta delle informazioni fiscali.

La “verifica fiscale” costituisce per tutti i contribuenti un passaggio delicato, fronte di tensioni e di preoccupazione, per il rischio di riprese fiscali sui redditi imponibili o l’irrorazione di sanzioni spesso riconducibili alla difficoltà ad interpretare norme fiscali complicate e in continua trasformazione.

Per fornire al cittadino-contribuente la tutela di posizioni soggettive ed un rapporto più equilibrato con l’apparato fiscale è stata approvata – soprattutto su pressione delle organizzazioni degli imprenditori e dei professionisti -  la legge 27 luglio 2000 n. 212, recante “Disposizioni in materia di  statuto dei diritti del contribuente”.

Dalla data di entrata in vigore della legge (1° agosto 2000) ad oggi il Ministro delle Finanze non ha mai emanato il Codice di comportamento degli addetti alle verifiche fiscali, lasciando gli imprenditori sprovvisti di uno strumento che dia rispetto anche al lavoro.

E oggi le imprese non ne possono più.

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Nei pubblici esercizi passano, senza alcun coordinamento, una serie infinita di autorità di controllo. A quelle tradizionali (Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate, UTIF, Ispettorato del Lavoro, Uffici metrici, INPS, INAIL, ENPALS, Carabinieri, Polizia, Polizia Locale, ASL, NAS ) si sono aggiunte SIAE, Guardia Costiera, Forestale, Ispettori della repressione frodi del Ministero delle Politiche Agricole.

Nei nostri locali passano tutti, spesso sovrapponendosi gli uni agli altri e creando disagi al normale svolgimento dell’attività e un’immagine destabilizzante nei confronti dei consumatori.

Pubblica Amministrazione e Imprese devono condividere il percorso per accompagnare gli imprenditori a migliorare la propria diligenza, ma senza accanimenti, recuperando i principi di equità e senso della misura, favorendo questo processo, riducendo la burocrazia, in tutti i campi, dando semplicità, certezza e stabilità alle norme e agli adempimenti.

Non siamo contrari ai controlli, ma vogliamo che oltre ai diritti e ai doveri dei controllati ci siano anche quelli dei controllori e con questo spirito abbiamo realizzato, in collaborazione con le Istituzioni interessate, tre vademecum rispettivamente sui controlli fiscali, del lavoro e igienico-sanitari, che vorremmo divenissero “prassi da rispettare” .

Un passo significativo andrebbe fatto verso una politica di semplificazione degli adempimenti e delle comunicazioni amministrative, per evitare il cosiddetto “lavoro nero da burocrazia” e conferire certezza del diritto alle imprese.

Al riguardo non posso che accogliere con favore il recente chiarimento da parte del ministero del Lavoro sulle modalità da trasmettere all’amministrazione pubblica quando si fa ricorso a personale extra. Nel nostro caso, dunque, la comunicazione di assunzione determinata da avvenimenti di carattere straordinario potrà non essere preceduta dalla preliminare nota informativa.

E proprio tornando brevemente sul tema del lavoro, vorremmo finalmente poter chiudere la trattativa sul Contratto collettivo del turismo che vede impegnati, da mesi, rappresentanti sindacali e di categoria, in un confronto lungo e faticoso ma, come sempre, civile e anche innovativo.

Ci auguriamo di poter chiudere, anche a breve, nell’interesse di un milione di lavoratori del settore e delle oltre 300.000 imprese del turismo, che hanno bisogno di certezze e stabilità nei costi e nei rapporti contrattuali, in vista anche di una stagione estiva che speriamo di lavoro e di soddisfazione.

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Il Turismo è uno di quei settori in cui l’Italia ha una spiccata vocazione e condizioni strutturali di vantaggio competitivo rispetto ad altri Paesi, anche se il mercato si è allargato di molto e gli attori si moltiplicano ogni anno.

Ma sappiamo anche che il problema chiave del nostro turismo è la sua  complessa governabilità.

Sono così numerose le ricchezze di cui disponiamo, è così molecolare la nostra offerta turistica, è così frammentato il nostro sistema di promozione, che senza link, senza reti, senza una adeguata capacità di assemblaggio del nostro eccezionale mosaico, è oggettivamente difficile fare di più di quanto tutti stiamo facendo e contrastare un concorrenza internazionale che ci copia, trasformando in prodotto vendibile la nostra storica creatività: da Starbucks, a Pizza Hut, dai borghi medievali negli Shopping Center ai monumenti più classici.

Sul turismo scorgiamo buoni segnali di ripresa, ma non c’è ancora quel cambio di passo utile a compiere il salto di qualità verso una duplice direzione: considerare il turismo come risorsa strategica del Paese e cambiare prospettiva verso un turismo inteso come integrazione di più servizi.

Gli interventi sull’Iva congressuale, lo scampato pericolo sulla tassa di soggiorno, la costituzione dell’agenzia e l’aumento delle risorse per la promozione, il logo-marchio dell’Italia e il sito Italia.it sono passaggi che meritano attenzione e considerazione soprattutto verso il vice presidente del Consiglio dei ministri, On. Francesco Rutelli, che li ha fortemente sostenuti.

Anche la risposta sui canoni demaniali rappresenta una soluzione complessivamente positiva che ha restituito alle imprese balneari importanti elementi di certezza economica ma che merita, e questo il Vicepremier On. Rutelli lo sa bene, un completamento anche per quanto riguarda il problema delle pertinenze che, tra l’altro, riguarda tutte le imprese operanti sul demanio turistico (dai negozi, agli hotels, ai ristoranti, bar e discoteche). A tal proposito ho molto apprezzato il secondo rapporto sulle imprese balneari, scritto dal Professor Becheri, che vi è stato distribuito.

Ci permettiamo di dire che bisogna guardare con maggiore attenzione a tutte le componenti del turismo e noi crediamo che la ristorazione abbia tutte le carte in regole per meritare questa attenzione.

Ci aspettiamo che il sito Italia.it sappia valorizzare l’eno-gastronomia e la ristorazione italiana, in particolare quella di qualità e maggiormente legata al territorio e alla tradizione.

Penso, in primis, alla certificazione del ristorante tipico, un modello di intervento che dovrebbe essere esteso all’intera penisola, alla realizzazione di un marchio per il bar italiano, un format unico al mondo di cui dovremmo andare fieri, allo sfruttamento  di quel “giacimento” spontaneo che è la  ristorazione italiana nel mondo, grazie alla quale  in un mondo ormai anglofono, l’italiano sta diventando la lingua ufficiale del cibo.

Non c’è catena alberghiera che non abbia introdotto nella sua cucina una linea italiana. I nostri migliori chef competono ormai ad armi pari con i più rinomati colleghi del mondo. Le scuole  dell’hotellerie più prestigiose a livello mondiale, nelle quali solo qualche anno fa imperava  la scuola francese, ora aprono alla nostra cucina.

I ristoranti italiani, quelli veri e più prestigiosi, sono ormai divenuti a Londra,  come a New York o a Tokyo il ritrovo più esclusivo e ricercato.

Le nostre più importanti e moderne catene di ristorazione commerciale legate alla mobilità delle persone, conquistano posizioni di mercato sempre più ambite nei più importanti aeroporti del mondo, nelle stazioni ferroviarie di molti Paesi e a bordo dei treni, lungo le autostrade di tutta Europa.

La ristorazione italiana è un patrimonio dei consumatori e punto di forza del turismo italiano. E questo non lo diciamo noi, ma dati forniti dal Dipartimento del Turismo: i clienti stranieri assegnano ai pasti italiani il voto più alto (8,6 in una scala da 1 a 10) la cucina allo stesso livello del patrimonio culturale.

Dispiace che il successo raggiunto non sia il risultato di un gioco di squadra ma, come  avviene da sempre nel nostro Paese, sia frutto della genialità di qualche protagonista e dell’improvvisazione di molti: risultato tanto più meritorio per chi ha saputo trainare al successo la nostra ristorazione, ma anche tanto più fragile e difficile da conservare nel tempo.

Anche su questo versante Fipe è pronta a rinnovare il suo impegno di assistenza alla ristorazione italiana nel mondo e di stimolo a considerare le imprese che la praticano come “terminali” intelligenti del nostro sistema Paese.

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In questi ultimi anni il nostro feeling con le associazioni dei consumatori ha vissuto spesso momenti di tensione. Basti pensare alle polemiche e allo scontro vissuto nella fase successiva alla introduzione dell’Euro.

Sappiamo che i consumatori sono il patrimonio di ogni impresa, anche e soprattutto delle nostre che vivono di domanda interna.

Stiamo lavorando per accorciare sempre di più quelle distanze con i consumatori, per eliminare le aree di conflitto, per non farci prendere la mano dal luogo comune secondo il quale le nostre imprese non sono imprese, ma il rifugio degli speculatori.

Non si tratta di riservarci privilegi o condizioni di favore, ma per metterci nelle condizioni di aprire ogni giorno i nostri esercizi con un sorriso di saluto e benvenuto e non con le sofferenze e le preoccupazioni che spesso  demoliscono le nostre passioni.
 
L’esercente è colui che ha il rapporto diretto con il territorio, con gli umori della gente, ne raccoglie gli sfoghi e gli umori. E’ colui in grado di registrare meglio di chiunque altro dove sta andando la società.

L’esercente è colui che ha il rapporto diretto con il territorio, con gli umori della gente, ne raccoglie gli sfoghi e gli umori. E’ colui in grado di registrare meglio di chiunque altro dove sta andando la società. Ecco perché è importante, per la politica, che la politica ci ascolti.

E’ ora di dire basta ad una società di litigi, contrasti e contrapposizioni. Ognuno deve impegnarsi quotidianamente nel proprio lavoro cercando di essere competitivo e responsabile. Possiamo vincere la sfida globale. Possiamo farcela. Per riuscire in questa impresa dobbiamo però svolgere tutti un ‘esercizio pubblico’ basato su dialogo, cultura e società.

Grazie.

Domenica, 16 Settembre 2007 02:00

16-09-2007 - Morbegno

Intervento del Presidente
Morbegno, domenica 16 settembre 2007

COME VALORIZZARE LE ECCELLENZE DELLA VALTELLINA/VALCHIAVENNA

 

Ringrazio  e mi complimento per l'iniziativa, che ha l'obiettivo di valorizzare le eccellenze (e anche il resto) di questo meraviglioso territorio.

Le eccellenze di questo comprensorio sono diverse, ma prima fra tutte la qualità del tessuto sociale che lo compone, fatto di persone nelle quali registro la presenza dei veri valori, in termini di società, rispetto degli altri, educazione, volontà/passione e capacità sul lavoro, modestia di atteggiamenti - che non è sintomo di debolezza – tutte qualità che ho spesso personalmente constatato e che permettono di coltivare al meglio tutte le altre eccellenze, che sono in campo:

- storico - culturale - artistico;

- naturale ?  le montagne  e i vigneti, sui quali c'è in atto il progetto per il loro inserimento tra i Patrimonii naturali da far tutelare dall'Unesco

- eno-gastronomico, argomento del Convegno, sul quale è atteso un contributo per cercare di valorizzarle al meglio.

Innanzitutto va chiarito cosa si intende per “eccellenza”.

- E' un prodotto caro e dunque il prezzo la identifica nella top range?

- E un prodotto raro e quindi l'offerta limitata ne accresce il valore?

- E' un prodotto bello, e su questo aggettivo ci sono aspetti soggettivi di valutazione?

- E' un prodotto consumato da riconosciuti testimonial leader, che ne valorizzano e ne trascinano i consumi?

- E' solo buono, aggettivo che sembra limitativo, ma che oggi, con i maltrattamenti che sta subendo il cibo, non è sempre facile trovare?

Il prodotto eccellente è un po’ la combinazione di tutte queste possibili declinazioni (e di altre), dove però l'elemento qualità  ha un ruolo fondamentale.
Sulla qualità intervengono a mio avviso quattro fattori:

- La Materia Prima  -  elemento principale, perché una cosa buona si può anche rovinare, ma una cosa cattiva rimane cattiva!

- Il Processo Produttivo - che mantiene, valorizza, combina, perfeziona, le qualità organolettiche delle materie prime impiegate;

- Il Servizio con il quale esso viene commercializzato/somministrato dalla rete distributiva (commercio/P.E.);

- La capacità di interpretarla, da parte del consumatore, spesso non in grado di farlo perché non preparato a farlo (scarsa educazione ricevuta in casa nella fase infantile, i cambiamenti della società, con il ruolo cambiato della donna , la globalizzazione, la diseducazione della pubblicità (il tonno si taglia con un grissino, assurdità!).

Sono dunque tre i soggetti chiave da coltivare per promuovere l'eccellenza:

- I Produttori;

- La filiera distributiva;

- Il consumatore.

Ci sarebbero anche altri, per esempio le Istituzioni che legiferano, spesso con norme sbagliate e complicate, almeno sugli aspetti alimentari.
I Produttori e i Consumatori hanno qui i loro rappresentanti, ma invadendo le loro competenze, mi permetto alcune considerazioni prima di approfondire il ruolo atteso dalla filiera distributiva che rappresento.

Sul fronte della Produzione agro alimentare, gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da molti cambiamenti:

- Il ruolo dell'Agricoltura del nostro Paese, che aveva sempre offerto materie prime in abbondanza e di qualità, ruolo oggi stravolto da politiche economiche  discutibili  che l'hanno sempre danneggiata, anche con l'erogazione di contributi a pioggia che hanno illuso gli agricoltori, appiattendo e  impigrendo il tessuto imprenditoriale del settore (gestione delle quote latte, il regime del set-aside, le PAC fatte altrove).

Non voglio polemizzare, ma quando vediamo campagne abbandonate, cascine diroccate, gli effetti delle alluvioni - e basta un temporale - oppure la tensione sui prezzi  dei cereali e del latte di questi mesi, oppure ancora la scomparsa di produzioni storiche (la razza bovina chianina o piemontese, la  polleria   oggi quasi solo di batteria - la frutta/verdura quasi sempre di importazione) qualche riflessione sugli errori andrebbe fatta, anche per recuperare quanto perso e per fortuna il Ministro dell'Agricoltura Paolo De Castro (vedi il Sole 24 Ore di Sabato 8 settembre 2007) sull'argomento riconosce errori e anche la necessità di rivedere le cose;

- la massiccia emanazione di Leggi che, se, da una parte, hanno aumentato il livello di igiene e sicurezza dei prodotti, dall'altra hanno estromesso dal mercato numerosi piccoli aziende impossibilitate a rimodellare la propria attività nel rispetto di leggi complicate e spesso vessatorie, e che comunque hanno influito pesantemente su processi produttivi (vedi l'uso del latte crudo nel settore caseario) con la conseguenza che molti buoni prodotti sono spariti e quelli che sono rimasti spesso sono solo la (brutta) copia - in termine di sapore - di quelli di una volta.

- La ricerca che è prima entrata nei laboratori e poi nelle nostre stalle/campi, influendo sulla genetica di animali e vegetali, impoverendo e appiattendo certamente le produzioni.
La tecnologia ha fatto fare certamente tanti progressi, ma a che prezzo!
Sui consumatori, invece, se da una parte è aumentato il loro peso "politico" (oltre 20 sigle che li rappresentano), dall'altro modo è molto cambiato il loro modo di consumare.
E' cresciuto il "fuori-casa", l'acquisto dei piatti pronti, anche per il diverso ruolo della donna nella società e interpreto anche un peggioramento della capacità di giudizio sulla qualità da parte dei consumatori.

Lo dico con prudenza e rispetto, con spirito costruttivo al dibattito, consapevole che i consumatori si sanno difendere da soli e hanno diritto di acquistare quello che ritengono più opportuno, ma individuo sul loro fronte queste debolezze:

- Difficoltà a dare il giusto valore al rapporto qualità/prezzo.

È un problema economico, ma anche di competenza nella fase di acquisto.

I prodotti hanno la stessa denominazione, ma spesso sono diversi, non solo nel prezzo, ma anche in altre caratteristiche (stagionatura, materia prima impiegata, nel servizio) spesso non correttamente valutate.

Spesso quindi ci troviamo a confrontarci con un cliente esigente -giustamente - ma non sempre altrettanto competente;

- Scarsamente preparato sulla corretta modalità di conservazione dei prodotti acquistati, anche se pieni di informazioni in etichetta, con i pregiudizi e il danno che arrecano non solo al prodotto, abbandonato in frigorifero o in dispense non adeguatamente seguite (il 75% delle tossinfezioni alimentari nasce in casa!), ma anche per la reputazione del negoziante;

- Troppo sensibile alla pubblicità e pigro nel considerare alternative al canale di acquisto, dove prevale spesso l'elemento comodità;

- In generale, il mutato approccio al cibo, considerato spesso solo come necessità/bisogno psicologico e non anche come piacere e per questo impegnarsi in qualche sforzo di gratificazione personale.

L'uomo oggi, non è ciò che mangia, come ha scritto un famoso filosofo, ma è ciò che pensa (o spera) di mangiare ingannato dalla comunicazione, dalle apparenze, dal sistema mediatico e da tanti altri condizionamenti.

Sulla rete distributiva, invece, riprendendo il filo dell'intervento atteso dal sottoscritto , sono necessarie alcune osservazioni preliminari.
La prima riguarda le caratteristiche della rete distributiva italiana, secondo alcuni oggi non ancora completata nella direzione della sua completa modernizzazione, che viene pesata solo in termini di presenza dei canali della GDO, secondo altri, invece, la convivenza GDO/Commercio Tradizionale ha consentito di sfruttare al meglio le potenzialità di entrambi i canali.
Certamente la GDO ha portato molti vantaggi (più concorrenza, prezzi inferiori e comunque più stabili, assortimenti completi, servizio più efficace, orari più lunghi, ecc.) ma anche alcuni danni, che non riguardano solo i cambiamenti urbanistici dei nostri territori, il tessuto sociale delle nostre comunità visto il ridimensionamento del ruolo del commerciante, ma anche il diverso rapporto con i Fornitori e lo sbocco commerciale delle produzioni.

Oggi per essere fornitori della GDO bisogna avere caratteristiche che non tutti possono avere, in termini organizzativi, di capacità produttiva, anche di prezzi e in rapporto contrattuale quasi sempre è dominato dall'azienda della GDO.

A chi non ha le capacità, la fortuna o la voglia di avvalersi di questo canale, che presenta molte opportunità e sicurezze, ma anche alcuni rischi (frazionamento del rischio) rimane il canale del commercio tradizionale e dei Pubblici Esercizi.

Non sono però canali secondari, anzi, e non solo per i numeri (i P.E. sono oltre 200.000 e sviluppano un giro di affari che si avvicina ai 60 miliardi di Euro) certamente con alcune criticità (dimensionali, garanzia del fido di fornitura, logistica, ecc.), ma con evidenti PLUS.

- innanzitutto la loro diversità: si parla di bar, pasticcerie, pizzerie, osterie, trattorie, ristoranti, locali di intrattenimento, con esigenze di approvvigionamento tra loro molto diverse, con la capacità di assorbire anche produzioni limitate o di nicchia, che consentono uno sbocco commerciale spesso non ben considerato;

- sono molto attenti al territorio (anche se un po’ meno rispetto al passato) e le ricette e quindi le materie prime sono quelle locali, anche perché in questo modo hanno i vantaggi della freschezza e della facilità di approvvigionamento differenziando l'offerta. Sul tipico la FIPE sta investendo risorse per promuoverlo, anche per diffondere, mantenere e salvaguardare una tradizione gastronomica  parte integrante della Storia culturale del nostro Paese. La Tipicità però non va esportata, ma deve essere elemento di attrazione del territorio (estremizzando, i pizzoccheri buoni si devono venire a mangiare in Valtellina e non trovarseli ovunque!). Tra i motivi per i quali gli stranieri scelgono l'Italia come destinazione della loro vacanza, la qualità e varietà della cucina è l'elemento premiante rispetto anche ai tesori artistici e paesaggistici di cui il nostro Paese è ricco.

 - Negli acquisti i "piccoli" e i P.E. sanno apprezzare l'aspetto qualitativo e il fattore prezzo viene in secondo piano, offrendo quindi ai fornitori una marginalità superiore rispetto ai canali della GDO.

- Sanno valorizzare il prodotto e la sua qualità, facendo anche una attività indiretta di promozione allo stesso;

Tutto ciò permesso, dare la ricetta al titolo del convegno non è facile per nessuno.

Considero comunque prioritari due concetti:

- ritornare a dare valore al cibo, spesso oggi considerato come una "utility" e quindi da acquistare al minor prezzo. E' un passaggio importante che tocca anche la storia del nostro Paese e le Istituzioni devono caricarsi la loro parte, sfuggendo, per esempio, dalla gestione delle gare di appalto al minimo ribasso che riguarda la domanda pubblica per la refezione scolastica, ospedaliera, ecc. che sta dequalificando il prodotto e modificando i comportamenti alimentari di fasce importanti di consumatori;

- investire sulla qualità, che paga sempre.

Un cliente non si lamenta mai di un prezzo, se la merce è buona, mentre si lamenta sempre di un prodotto cattivo, qualsiasi sia il prezzo.
- promuovere di più la Valtellina anche per i valori della cucina e delle specialità del territorio, coordinando le attività di promozione, oggi divise tra i più diversi Enti e, per questo motivo, spesso fonte di confusione e di sprechi di risorse; la competitività , in un mondo sempre più globalizzato, si gioca sempre di più tra “sistemi”; le imprese lo sanno, le Istituzioni sembrano ancora ignorarlo. E’ ora che, invece, ne prendano atto e si comportino di conseguenza.

Non sono venuto a insegnare niente a nessuno, ma solo a condividere la mia esperienza professionale ed imprenditoriale con altri qualificati interlocutori della filiera alimentare e rappresentanti istituzionali, anche per offrire il contributo per la valorizzazione di un territorio a cui sono molto affezionato per tanti collegamenti personali.

Lunedì, 22 Ottobre 2007 02:00

22-10-2007 - C.C.A.A. Milano

Intervento del Presidente
Milano 22 ottobre 2007 -  C.C.I.A.A.

Nuova Economia – Nuovo Lavoro


 

 

Nei giorni scorsi il Santo Padre Benedetto XVI ha lanciato un accorato appello per la dignità del lavoro.
Sabato la politica ha organizzato due manifestazioni contrapposte a Roma  per “dare valore al lavoro”.
Sono due fatti che evidenziano come i problemi del lavoro abbiano assunto nel nostro Paese un carattere di grande emergenza etica e sociale e rappresentino, da sempre, anche temi d’attualità.
In passato  perché dovevano accompagnare il Paese nella sua fase di sviluppo, nella quale c’era bisogno di dare protezione e tutela ai diritti dei lavoratori, adesso perché si è in una fase matura, aggravata da una concorrenza internazionale che arriva da paesi che su questi aspetti sono molto indietro.
Tutto questo stimola un confronto che interpreto utile, serio, qualificato e responsabile, che ha l’obiettivo di modernizzare il Paese, anche nelle Relazioni Sindacali.

Il rinnovamento in atto del modello organizzativo operato dalle imprese  per competere nel mercato della globalizzazione, se da una parte sta facendo venire meno il concetto di stabilità e la tipologia di lavoro fisso, dall’altra fa intravedere con fatica le soluzioni alternative, in grado di dare le risposte attese dalle Imprese e dagli stessi lavoratori.
La Politica in questo contesto, se vuole dimostrare interesse ai problemi reali del Paese,  ha un ruolo determinante e cioè quello di dare gli strumenti e di creare le condizioni di sicurezza rispetto ai processi di cambiamento in atto per tutti, imprese  e lavoratori.
Speravamo lo facesse con il protocollo sul Welfare, ma sappiamo tutti come sia andata a finire.
Confcommercio non lo ha sottoscritto per gli errori che ha interpretato, dal suo osservatorio e che ha rispettosamente dichiarato e , che si riferiscono sia al metodo  che al merito del provvedimento.
Nel metodo, perché non c’è stato il coinvolgimento dovuto a chi rappresenta imprese del terziario che concorrono a realizzare una quota importante del P.I.L.;  nel merito, invece, perché il protocollo ha, da un lato, cancellato o rimodulato alcuni istituti fondamentali per il lavoro nel turismo (uno dei pochi settori che in questi anni ha costantemente aumentato i livelli occupazionali), quali il lavoro a chiamata, i contratti a termine, l’aggravio contributivo sul part-time breve e, dall’altro, ha rinunciato a impiegare risorse per una politica attiva del lavoro, gamba essenziale dell’integrazione tra flessibilità e sicurezza.
Restano così sul tappeto le tante incertezze e contraddizioni tra un mercato dinamico e in continua evoluzione e vecchie regole, che ingessano da un lato le imprese e dall’altro penalizzano i lavoratori.
C’è quindi la prima necessità di modernizzare il nostro Paese nelle Relazioni Sindacali e al riguardo mi sento di ringraziare e di apprezzare i  tanti autorevoli studiosi, politici, professionisti, imprenditori, sindacalisti che su questi temi offrono idee e proposte, non solo per la qualità del loro contributo, ma anche per il coraggio che dimostrano ad affrontare temi difficili, con il rischio che il nostro passato dimostra purtroppo reale, di diventare bersaglio di una minoranza che si oppone, irragionevolmente e anche con rimedi estremi, al processo di cambiamento.
Tale processo va però portato avanti, nell'interesse di tutto il Paese,  lavoratori e imprese.

A differenza delle regole dell'economia, certamente in continua evoluzione ma che però hanno la tendenza nel tempo ad uniformarsi, anche perché il rapporto domanda/offerta vale per tutti, sui temi del lavoro, invece,  esistono sostanziali differenze tra i Paesi con i quali ci confrontiamo.
Basti pensare al nostro settore, il Turismo, che subisce una concorrenza internazionale capace di offrire pacchetti a prezzi improponibili per le nostre imprese, sfruttando vantaggi sulla struttura dei suoi conti economici, tra cui anche il costo del lavoro.
Certamente abbiamo altre risorse da spendere in termini di storia, di arte, di buona cucina, di bellezze paesaggistiche, di esperienze e capacità nell'accoglienza, di creatività e fantasia,  ma dobbiamo cercare di dare più efficienza a tutto il sistema, riconsiderando anche i temi del lavoro.
Considero il “capitale umano” l’elemento decisivo per qualsiasi azienda, consapevole anche delle difficoltà ad organizzarlo in termini di competenza, passione, motivazioni professionali e obiettivo di qualsiasi bravo imprenditore è quello non solo di pretendere, da parte dei propri dipendenti, il rispetto dei doveri connessi al rapporto di lavoro, ma anche quello di dare loro le giuste risposte, sia in termini retributivi, sia di soddisfazione su altri aspetti, quali la dignità del lavoro, il rispetto della persona, l'ambiente di lavoro, la crescita professionale, le ambizioni, le attese e tante altre cose in un’ottica di gratificazione professionale e piacere personale.
Molto spesso è proprio il clima aziendale a valorizzare tante nostre imprese, soprattutto medio-piccole, che poi vincono sui mercati nel difficile confronto con una concorrenza internazionale, talvolta anche  sleale per il mancato rispetto dei minimi diritti sindacali.
La carta vincente di queste imprese è l’offerta di un servizio di qualità a cui è possibile arrivare quando un’azienda investe sui propri collaboratori.
Il passaggio fondamentale sta nel trovare le combinazioni che ci consentono di passare da un sistema che "Tutela e Protegge" il lavoro, ad uno invece che lo "Accresca" e questo comporta anche il cambio di mentalità, nel cercare e offrire non tanto il “posto di lavoro” ma il “lavoro”,
espressioni di due cose tra loro molto diverse.
Il percorso non è facile anche perché si scontra con la forte carica inerziale dei diritti acquisiti, ma i soggetti interessati, cioè lo Stato, le OO.SS.  e le imprese, devono impegnarsi per provare almeno a cambiare le attuali debolezze.

Il Libro Verde della Commissione Europea sulla modernizzazione del diritto del lavoro prospetta un quadro di regole, semplici e adattabili, di organizzazione del lavoro e gestione delle risorse umane, che auspichiamo possano essere presto recepite, perché combinano le esigenze di tutela del lavoro – in termini di sicurezza sul lavoro, salario equo, copertura previdenziale - con le esigenze di flessibilità e competitività delle imprese.

Gli argomenti da trattare sono tanti, ma a mio avviso va data la priorità ai temi della flessibilità del rapporto, produttività, professionalità, mercato e costo del lavoro.

Il Paese è ancora diviso sul futuro della Legge Biagi.
Il tema della flessibilità non potrà essere affrontato con efficacia, finché non si introdurrà una rete di protezione sociale ancora più efficiente di quel che si sta tentando di fare, condizione indispensabile per poter riformare il mercato del lavoro.
Tuttavia non si comprende l’atteggiamento pregiudiziale nei confronti di certe forme di lavoro come il part time  ed il contratto a termine, come si evince dai contenuti del disegno di legge di attuazione del protocollo sul welfare.
La penalizzazione che verrebbe imposta ai cosiddetti lavoratori stagionali, che solo nel settore dei pubblici esercizi sono stati, nel 2006, 105.000 pari cioè al 20,1% dell’occupazione dipendente media annua, di non poter essere assunti per più di 36 mesi, significa non tener conto delle particolarità dei settori che invece utilizzano tale forma di lavoro.
Ancora più grave la posizione assunta prevedendo  la soppressione  del  lavoro intermittente,  uno strumento che ha consentito una parziale e regolare stabilizzazione del lavoro, dalla quale deriva una maggiore tutela assistenziale, e che riporterà il lavoro, se il Parlamento ne confermerà l’abrogazione,  verso conosciute forme di sommerso che non giovano né alla società né alle imprese.

Sulla flessibilità però incide anche la modalità con la quale viene oggi definita la spesa pubblica, che è condizionata in buona parte dalla concertazione tra lo Stato e le lobby ben organizzate, in primis le organizzazioni sindacali che rappresentano i  lavoratori e le Associazioni delle Imprese, che difendono prima di tutto gli interessi dei propri iscritti, con scarsa lungimiranza sulla definizione delle politiche di spesa pubblica.
Per esempio, sulla destinazione dei surplus del gettito fiscale (i cosiddetti  "tesoretti") non si è  sia mai prestata adeguata attenzione all’introduzione di un sistema di sussidi di disoccupazione generalizzati, che esistono nei paesi meglio organizzati e civili.
Dove esistono e sono generosi (per esempio in Danimarca) la disoccupazione è bassa, vi è la libertà di licenziamento e proprio per questo le imprese assumono senza problemi e perdere il lavoro è possibile, crea certamente problemi, ma non è un dramma, non solo perché è facile trovarne un altro, ma anche perché esiste una efficiente protezione sociale.
Al tavolo della concertazione però questi argomenti arrivano con difficoltà e si possono anche intuire i motivi.
Le organizzazioni sindacali difendono i loro iscritti, che un lavoro ce l'hanno e a tempo indeterminato, e per loro il licenziamento individuale non esiste e quindi non sono interessate a chiedere sussidi di disoccupazione.
Se un’impresa è in difficoltà - magari proprio perché è impossibilitata a licenziare – diventa più comodo avvalersi della Cassa  Integrazione, un sistema di protezione che però non protegge tutti, oppure chiedere contributi/incentivi che pesano l'1% del Pil.
Si entra in questo modo in un circolo vizioso dal quale difficilmente si esce.
Sono argomenti tabù, difficili e complicati, che bisogna aver il coraggio di affrontare se vogliamo accompagnare il Paese verso Riforme che hanno bisogno di risorse come quelle del welfare e di nuovi contratti di lavoro.
E' sconfortante vedere Governi (e vale per tutti) che destinano risorse importanti in direzioni anche ragionevoli (come gli aumenti delle pensioni minime, abbassamenti dell’età pensionabile, incentivi a pioggia per tutti, etc.) e non hanno, invece, il coraggio e la forza di investirle su politiche attive del lavoro che costituiscono la stampella fondamentale per un nuovo welfare che possa dare benefici al sistema produttivo del Paese, in termini di accrescimento della Produttività e di diminuzione del costo del Lavoro, tra l'altro dando ascolto ad altre componenti deboli delle società (giovani, precari, i veri poveri).

Sulla professionalità dei lavoratori invece intervengono tanti fattori, anche l’incapacità dell’imprenditore a trasmettere le giuste motivazioni o a considerare nella giusta misura e continuità gli aspetti formativi.
Primaria è però la responsabilità della scuola, almeno nel nostro settore, dove la formazione scolastica professionale è “cenerentola” del sistema scolastico nazionale.
Non pretendiamo di dire la nostra sulla educazione ai “valori”, ma ci sembra opportuno richiamare ad un impegno reale a far sì che gli Istituti Alberghieri e della Ristorazione statali riprendano il loro ruolo.
Spiace constatare che l’impegno di molti presidi e insegnanti si perda in contesti ove tutto è spesso fatiscente: metodiche, organizzazione, strutture e i pochi che vorrebbero reagire vengono travolti da un ambiente degradato.

Altro aspetto importante che condiziona il mercato del lavoro è la corretta valutazione del rapporto fra fabbisogni professionali espressi da un territorio e le risorse disponibili.
Sostenere che occorre portare i lavoratori dove c’è il lavoro è una ovvietà, ma spesso non è applicabile, perché il nostro sistema non facilita nei fatti la mobilità geografica che è una premessa della mobilità sociale.
Gli immigrati stranieri sono una risorsa ad oggi adeguata solo per mansioni di basso contenuto professionale, ma tale risorsa porta con sé una serie di altri problemi.
Serve invece un sistema che vada incontro ai giovani italiani, che hanno capacità, motivazioni e il diritto ad un lavoro.
Come fare? Defiscalizzando le spese di alloggio collegate al lavoro lontano dalla residenza e, magari, realizzando foresterie per i giovani lavoratori. E non voglio spingermi a parlare addirittura di un’edilizia popolare da destinare ai fuori sede.

Tra le proposte e la loro realizzazione esistono difficoltà e problemi che sono il primo a riconoscere.
Chi ha responsabilità di rappresentare sindacalmente una categoria ha il dovere di segnalare le criticità, di proporre soluzioni, di richiedere migliorie e interventi, nel rispetto delle responsabilità che competono ai suoi interlocutori istituzionali.
Gli imprenditori lavorano soprattutto per il loro tornaconto, ma se le aziende vanno bene, i vantaggi si ripercuotono su tutti gli stakeholder con i quali si interfacciano, lavoratori e fisco compresi.
La FIPE si è assunta, organizzando questa Tavola Rotonda, l'impegno a dare il proprio contributo, che arriva dopo pochissimi mesi dal rinnovo del contratto di categoria, definito in un clima di relazioni sindacali esemplari, fatte di rispetto e di attenzione alle esigenze delle parti e portato avanti con un confronto leale e rispettoso e che tuttavia ha consentito, solo in parte, di affrontare più complessivamente l’argomento flessibilità del lavoro nel tentativo di dare risposta e correttivi agli andamenti di bassa produttività che il settore registra.
Peraltro anche nel nostro settore trova conferma l’esistenza di alcune anomalie legate all’attuale  sistema di relazioni sindacali del nostro Paese:
• innanzitutto la difficoltà a concludere in tempi ragionevolmente brevi il negoziato dal momento che il confronto si è sviluppato in un arco di  18 mesi, dalla scadenza del precedente CCNL;
• la “disapplicazione” di alcuni assetti disegnati dal protocollo di luglio ’93, come la durata ad esempio, con il superamento della fase del biennio economico a favore di una durata quadriennale sia per la parte normativa che economica;
• l’oggettiva difficoltà a far decollare un sistema di contrattazione di secondo livello in considerazione delle caratteristiche delle imprese medio-piccole.
La riflessione avviata da tempo dalle parti sociali  e non ancora conclusa sugli sviluppi e sui futuri assetti contrattuali sembrerebbe suggerire che si possa andare verso uno sviluppo e un perfezionamento della logica contenuta nell’accordo del 23 luglio 1993 più che verso una radicale revisione.
E’ uno dei tanti temi  che, insieme agli altri  richiamati, possono servire da stimolo, semmai ve ne fosse bisogno, a questa tavola rotonda.

Milano, 22 ottobre 2007

Malpensa -Risorsa strategica per l’internazionalizzazione del Paese
Convegno in Milano 7/2/2008
Intervento di Lino Enrico Stoppani – Presidente F.I.P.E.

Innanzitutto un ringraziamento e un apprezzamento alla CCIAA di Milano, promotrice del Convegno, che non può essere considerato come una iniziativa di disturbo alla trattativa in corso per la dismissione di Alitalia, con le conseguenze su Malpensa da tanti criticate, oppure come gesto di sfida alla Politica che non ha ben raccolto e interpretato le esigenze e i danni di una scelta che penalizza l’area più produttiva del Paese, ma va invece considerato come una responsabile presa di posizione di un fronte allargato di istituzioni pubbliche e private, portatrici di interessi diversi e allargati, che richiedono un ulteriore gesto di riflessione e  di valutazione a chi è chiamato a svolgere un ruolo pubblico decisivo nella vicenda.
Non entro nei particolari, noti e già ben sviluppati in questo convegno, ma come rappresentante di un settore, quello dei Pubblici Esercizi, componente importante dell’offerta turistica del Paese, non posso che condividere, appoggiare, sostenere le preoccupazioni oggi qui ben rappresentate.
Non è vittimismo o il comodo cavalcare un’onda di protesta mai così forte e compatta di fronte ad una prospettiva di declino dello scalo, ma il serio e rispettoso contributo che si offre per favorire un passo indietro o qualche approfondimento aggiuntivo.
Il problema è Alitalia e di fronte a scelte impopolari, che avrebbero dovuto toccare anche i privilegi generosamente riconosciuti o la revisione di strategie aziendali certamente con tanti errori, visti i risultati, si sta trovando più comodo vendere, trasferendo il problema a terzi, con effetti pregiudizievoli in termini di flussi turistici, di supporto logistico alle aziende, di posti di lavoro, di indotto in genere.
Da imprenditore del settore del Turismo, la cessione di Alitalia ad Air France, comporta la perdita anche di una compagnia di bandiera in grado di assicurare uno sviluppo del traffico aereo, degli hub e degli slot in sintonia con le politiche di sviluppo turistico nazionale e territoriale, oltre che una gravissima perdita di immagine per il Paese, con delle scelte che andrebbero a privilegiare solo le rotte economicamente più redditizie, trascurando il resto.
Gli operatori turistici dell’area Malpensa (bar, ristoranti, alberghi, catering aereo, agenzie di viaggio, negozi in duty free, etc.) hanno investito credendo nel futuro dello scalo, come era stato promesso e garantito,  e a queste imprese non si può dire con semplicità che il “manovratore” ha cambiato programma! Chi ripagherà i loro sforzi?
E’ sconfortante però constatare la capacità di autolesionismo di questo Paese, lo scoordinamento nelle decisioni, la facilità con la quale si prendono decisioni importanti, spesso senza una strategia complessiva nelle scelte e negli investimenti.
Solo 10 anni fa si inaugurava Malpensa 2000, costato un patrimonio e considerato essenziale per lo sviluppo del Paese, investimento oggi messo in discussione.
In questi giorni ci stiamo giocando l’assegnazione a Milano di Expo 2015, da tutti considerata una occasione da non perdere e non solo per la città di Milano.
Come si può pensare di favorire una candidatura se contemporaneamente si sostiene il ridimensionamento dell’aeroporto di appoggio?
Tante cose assurde e incomprensibili, che vanno segnalate e i destinatari di queste osservazioni non devono considerarle fastidiose prese di posizione di soggetti portatori di interessi o logiche diverse.
Qui si sta giocando il futuro della Lombardia e del Nord Italia e siccome questa area rappresenta la forza economica più importante del Paese, è interesse dell’Italia rivedere scelte dalle quali non si potrà tornare indietro perché ricadrebbero poi anche su tutto il sistema.
Andrà forse rivisto il ruolo di Linate, e la sua complicata convivenza con Malpensa, a scapito forse di qualche comodità milanese, andrebbero migliorati i collegamenti con l’aeroporto, purtroppo ancora carenti, va appoggiata e sostenuta la prospettiva di liberalizzazione dei voli.
Bisognerà cioè fare anche dei sacrifici, ma questi devo rientrare all’interno di un discorso organico e razionale che tenga conto di interessi allargati, con idee chiare e unità d’intenti, dopo aver capito anche le ragioni della crisi, che sono oggettive, approfondimento che deve servire ad evitare altri errori, come quello del depotenziamento di Malpensa, che sarebbero stavolta irreparabili per il Paese..
Grazie.