Interventi del Presidente

Tavola Rotonda
LE CAUSE DEGLI INCIDENTI STRADALI:
PERCEZIONE VERSUS REALTÁ

Relazione del Presidente
Milano 1 dicembre 2009


 

 

Da alcuni anni i pubblici esercizi si sono trovati davanti a un problema già noto per la categoria, ma con una percezione da parte della collettività modificata di molto rispetto alla realtà.

Le pagine di cronaca nera dei mass-media hanno cominciato a raccontare di stati di ebbrezza dei conducenti di autovetture coinvolte negli incidenti stradali.

Mettiamo subito in chiaro un concetto: non si sta cercando di dare la colpa ai giornalisti che nello svolgere correttamente il loro lavoro riferivano dettagli reali. La notizia delle morti sulle strade non legate all’alcol è però rimasta poco valutata.

Si è così alimentata la percezione da parte dei cittadini che l’alcol fosse (se non proprio l’unica) la principale causa degli incidenti mortali,  innescando il circolo vizioso che ha portato i legislatori a cimentarsi in provvedimenti, ordinanze e regolamenti volti a limitare la vendita e la somministrazione di alcolici.

La prima categoria ad essere stata additata è stata – ovviamente – quella dei locali notturni. Mentre i nostri colleghi esercenti già da anni si erano attivati organizzando iniziative di sensibilizzazione e di educazione ad un uso corretto di alcolici, alcuni parlamentari si cimentavano in accuse ingiustificate e bizzarri provvedimenti.

Il manifesto del bere consapevole; i poster grafici affissi alle uscite delle discoteche con l’invito a rispettare le leggi già esistenti sull’alcol; il guidatore designato; la distribuzione dei precursori per i livelli alcolemici sono state alcune delle misure già adottate dagli esercenti fortemente preoccupati che una fascia ampia di giovani potesse lasciarsi trascinare dalle facili tentazioni della moda.

Così, mentre gli esercenti impedivano che il ballo si tramutasse in sballo, una fascia contenuta di giovani si dirigeva verso altri divertimenti non controllati come i rave party e le feste private.

Alcol a fiumi, droga e sostanze stupefacenti di ogni genere e forma consumati in questi contesti facevano ricadere erroneamente la responsabilità di comportamenti deviati di una gioventù abbandonata da noi genitori sui lavoratori onesti di una categoria che prima delle altre riesce ad intercettare i malesseri della società.

FIPE  rappresenta l’orgogliosa bandiera di tutto il “Fuoricasa” in cui rientra a pieno titolo la somministrazione dell’alcol. Abbiamo fatto dell’etica professionale e della responsabilità sociale la nostra bandiera. Anche per questo siamo stati i primi ad isolare e prendere le distanze da chi operava nel settore senza rispettare questi principi.

Il ruolo dell’Associazione è anche quello di migliorare il rispetto delle Leggi da parte degli Associati, salvo poi intervenire per proporre, correggere e migliorare i provvedimenti in sede legislativa.

Per questo abbiamo sempre manifestato il nostro dissenso rispetto a leggi inefficaci volte solo a screditare la categoria senza correggere i comportamenti deviati. Adesso si sente parlare di obbligatorietà dei precursori per i tassi alcomeci anche nei ristoranti. È la riprova che alcuni legislatori non abbiano ancora ben compreso il contesto dell’abuso di alcol e degli incidenti stradali.

Ci siamo chiesti quale fosse la ragione di un proibizionismo legato ad una singola categoria, nel momento in cui altre categorie – quelle di un’offerta parallela non sempre individuabile dal cittadino – rimanevano esenti da ogni forma di controllo.

Vietare la vendita di alcol dopo le due di notte e lasciare il mercato in mano agli artigiani, agli ambulanti e ahimé – ancor più gravemente – in mano agli abusivi non risolve alcunché.

E ai mancati risultati del contrasto di alcol, invece che cercare le giuste cause e i giusti rimedi, i nostri legislatori continuano ad accanirsi contro la stessa categoria, cioè i pubblici esercizi in possesso di una formazione professionale specifica e adeguata a gestire il fenomeno dell’alcol.

In assenza di una riqualificazione del mercato trova spazio un’offerta parallela che disorienta il consumatore e porta al proliferare di una movida sregolata con una vendita incontrollata di cibi e soprattutto di bevande.

Gli effetti della dequalificazione si incominciano a vedere in molti contesti urbani dove spesso nascono ordinanze “creative” da parte dei Sindaci nel tentativo (comprensibile da parte loro) di controllare il territorio, ma tutte accomunate da una stessa filosofia di base: affidare ai soggetti in possesso di requisiti morali e di etica professionale la responsabilità sociale del controllo del territorio nei momenti più delicati.

L’esempio del provvedimento del questore di Firenze durante la partita di champions, Fiorentina-Liverpool, ha dimostrato che solo gli esercenti, per la loro professionalità, possono gestire la somministrazione e vendita di alcol anche nei momenti più “caldi”.  La rimozione del divieto di alcol prevsita dal questore per i pubblici esercizi durante l’incontro di calcio, con le strade piene dei temutissimi hooligan, non ha prodotto i temuti disordini ed ha tramutato questa esperienza in un “caso Firenze” positivo e da imitare.

Si tratta allora di rivedere la filosofia di base di un mercato libero volto alla libera concorrenza dell’offerta gastronomica se non si vuole avere una situazione ingestibile se non vogliamo che i pubblici esercizi paghino un conto insostenibile per il settore.

Il Ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia, grintosamente difende i prodotti italiani in tutti i modi e vede nei pubblici esercizi un importante sbocco commerciale ed elemento di valorizzazione di molte piccole produzioni locali.

Anche il Ministro degli Interni, Roberto Maroni, ci assegna un ruolo importante nelle integrazioni degli immigrati e nella collaborazione per interventi di attenzione ai fenomeni sociali di devianza sull’alcol e sulle droghe.

Non chiediamo privilegi, ma di fare, insieme, percorsi di apertura verso un mercato e un consumatore che cambia, che ha altre esigenze e anche altre possibilità economiche, intervenendo però con provvedimenti non improvvisati o imposti, perché altrimenti si rischia di fare danni e di non ottenere i risultati attesi.

Chiediamo solo una politica circoscritta al fenomeno. È inutile avanzare divieti che riguardano l’intera società se il bersaglio da colpire è solo quello di una particolare fascia della popolazione. Per questo è necessario rimuovere il divieto di alcol dopo le due di notte, a patto di aumentare i controlli sulle strade e, soprattutto, la certezza della pena: chi sbaglia deve essere punito in maniera esemplare.

Esistono molte soluzioni più efficaci dei divieti. Molte di queste sono anche già allo studio, ma non sono prese in considerazione. Le case automobilistiche, per esempio, hanno progettato dispositivi elettronici capaci di bloccare automaticamente il motore nel caso in cui il guidatore abbia un tasso alcolemico fuori dagli standard. Non è fantascienza. È realtà. Anche se il nome della casa automobilistica, per ovvii motivi, non può essere citata.

L’alcol è un fenomeno sociale vero e grave, che va affrontato con responsabilità, perché tocca soprattutto la parte più importante della Società, rappresentata dai giovani, patrimonio del nostro futuro.

La nostra posizione contraria ai divieti è sempre e solo tradotta come espressione di un interesse di parte.

I divieti non servono! Lo diciamo noi, ma anche altri più autorevoli e neutrali esponenti della società civile (scienziati, medici, psicologi, magistrati, etc.), che invitano a percorrere le strade di approfondimento dei veri motivi del disagio giovanile, che non nasce al bar, ma cresce nelle famiglie, nell’educazione, nei cattivi esempi che arrivano dalla TV, nel modo di vivere la parte più bella della vita, con una gioventù spesso impigrita e appiattita nel benessere, senza ideali, passioni, obiettivi e vere relazioni sociali.

Incominciamo ad educare i giovani, responsabilizzandoli da subito, coinvolgendo tutti i protagonisti del problema (famiglie, scuola, educatori, istituzioni pubbliche, anche noi), rafforzando il sistema dei controlli e solo allora, valutati i risultati, interveniamo anche con i divieti, che solo allora avrebbero un significato.

L’argomento gestito solo con i divieti, invece, dà l’impressione di molta improvvisazione, di disimpegno su un problema vero e l’individuazione di un facile bersaglio nel nostro settore.

Abbiamo una grande responsabilità che sta nel mandato che abbiamo volontariamente accettato, da onorare  con tutte le migliori energie e da non deludere nelle attese.

Non è facile, non dipende solo da noi, ma questa Federazione sa come e cosa fare.
 

Grazie
Lino Enrico Stoppani
Mercoledì, 24 Febbraio 2010 01:00

24-02-2010 Assemblea Fipe

Relazione del Presidente
Lino Enrico Stoppani

Assemblea 2010
Roma, 24 febbraio 2010

 

In occasione dell’Assemblea elettiva, al Presidente in scadenza di mandato spettano essenzialmente due compiti:

- Fare il rendiconto del mandato ricevuto, per dovere e rispetto verso l’Assemblea e non per celebrarsi, enfatizzando cioè sui fatti positivi e sui risultati e sorvolando, invece, su quelli negativi e sulle mancanze;

- Nell’ipotesi di ricanditatura al ruolo, come nel mio caso, fare una esposizione sui programmi futuri, sui quali raccogliere eventualmente nuovo consenso e comunque informare circa la direzione politica che dovrebbe caratterizzare il nuovo mandato.
 

Per quanto riguarda, quindi, il primo aspetto – il rendiconto finale – va fatto preliminarmente un inciso sul momento storico in cui è maturata, quattro anni fa, la mia designazione alla Presidenza della Federazione, che ha visto un radicale cambiamento negli Organi all’interno dei quali si sviluppa la vita associativa.

Il richiamo non è fatto per riaprire una ferita o per chiedere benevolenza di giudizio.
 

La ferita è ancora aperta, soprattutto nel cuore di quanti, come me, avrebbero voluto che il necessario rinnovamento della Federazione venisse fatto con le attenzioni e il rispetto che il mio predecessore meritava, da un punto di vista umano prima e poi per i tanti meriti che aveva seminato, tutti dimenticati e travolti dagli errori finali e da una forte voglia di cambiamento.

 

Abbiamo corso il rischio di naufragrare, non solo per le difficoltà dell’impegno sindacale, gravoso e complicato per definizione, ma anche per la debolezza e l’inesperienza della classe dirigente che il traumatico rimpasto aveva generato.

Dirigenti della più importante Federazione del sistema Confcommercio non ci si improvvisa, ma richiede un percorso di graduale crescita nel ruolo, che va preparato nel tempo, con la partecipazione, con l’assunzione di incarichi di responsabilità intermedi, con applicazione e spirito di servizio alla funzione, anche con un minimo di ambizione, che non considero un difetto, se utilizzata correttamente.

Mi sono, quindi, trovato a guidare una macchina complessa, con notevoli problemi di meccanica, con il patentino da motociclista!

Ho usato allora prudenza, per conoscere la macchina, motore, percorso e passeggeri, cercando di non sbandare.

Certamente non ho completato il percorso, ma non ho fatto altri incidenti o danni, ho preso confidenza nel ruolo, prendendo le necessarie lezioni di guida, ho fatto benzina e riparato la macchina, ho condiviso guida e percorso con una squadra affiatata, e riconsegno oggi all’Assemblea una Federazione viva, forte, consapevole del suo ruolo, pronta al salto di qualità.

Uscendo dalla metafora, abbiamo avuto in questo primo mandato un ruolo defilato rispetto al mondo istituzionale di riferimento, perché avevamo bisogno di presentarci in ordine,  organizzati, preparati, con l’autorevolezza e l’accreditamento che i fatti pregressi avevano azzerato.

Avevamo bisogno di far conoscere il nuovo stile della Federazione, che non poteva più essere come quello che ci siamo lasciati alle spalle, basato su un sistema di potere non sempre rispettoso delle regole, a volte lontano anche dai bisogni degli Associati, naufragato nel modo che sappiamo tutti.

Il nuovo corso, quindi, doveva essere ricostruito, non limitandosi a correzioni di facciata, ma incidendo sulle fondamenta organizzative ed operative sulle quali si appoggia La Federazione.

Lo stile rispecchia, poi, quello della Persona che guida la Federazione, cioè il mio, con i suoi difetti e le debolezze, ma anche con qualche valore che mi ero portato da casa; quindi, rispetto delle persone e del loro ruolo, buona educazione, trasparenza, lealtà, serietà, responsabilità, determinazione a perseguire obiettivi sindacali e altri valori, che spero siano stati recepiti e apprezzati e che hanno proiettato la nuova immagine della Federazione.

Chi mi è stato vicino, in particolare il Comitato di Presidenza e la Direzione Esecutiva, dopo il necessario rodaggio, si è allineato a questa impostazione, offrendo un contributo qualificato per il rilancio della Federazione.

La partecipazione e la condivisione delle scelte non sono stati solo auspici o proclami fini a se stessi, ma il modo di operare in tutte le occasioni associative, nelle quali, dopo l’ascolto e il confronto, usciva la linea politica delle Federazione, forte e chiara, espressa dal Presidente.

Abbiamo oggi una Federazione organizzata, con tanti problemi ancora da risolvere, ma che ha la forza di consolidare un percorso di rilancio che abbiamo tracciato, ricompattando anche le tante e diverse anime che la compongono, ognuna portatrice di aspettative, esigenze, problematiche e interessi diversi, a volte anche contrapposti, ma che hanno trovato il modo per una costruttiva equilibrata convivenza.

Anche le tensioni che avevano caratterizzato le passate elezioni, con correnti o schieramenti tra loro in conflitto, sono state ripianate, non grazie ad accordi o accomodamenti di facciata, ma con il dialogo, il rispetto delle idee degli altri, con la conoscenza delle persone, con il richiamo alla etica e alla responsabilità associativa che devono sempre privilegiare i bisogni rappresentati e mai gli interessi e le ambizioni personali.

In questo contesto di serietà, quindi, è stato possibile uscire dalle numerose difficoltà e affrontare i tanti problemi, sui quali si è sempre cercata la soluzione più appropriata.

Dal punto di vista interno, quindi, una volta chiarite posizioni, ruoli e anche i malintesi, si è instaurato un clima di collaborazione e di partecipazione che ha favorito l’attività sindacale.

Ne sono testimonianza la qualità dei momenti associativi, con Consigli Direttivi partecipati ed animati, ricchi di contenuti e di proposte e il costruttivo confronto su temi di interesse della categoria.

Tra i risultati raggiunti, il risanamento economico della Federazione va segnalato tra quelli importanti.

Per quattro anni consecutivi, la Federazione ha registrato avanzi di gestione, trasferiti al Fondo di Dotazione, che l’hanno rafforzata patrimonialmente, e la stessa cosa è successa nella partecipata Fuoricas@ S.r.l.

Fare utili non è lo scopo della Federazione, ma senza i conti in ordine non si va da nessuna parte, perché l’impegno sindacale va sostenuto anche economicamente, migliorando e gratificando la struttura esecutiva, promuovendo convegni e incontri pubblici, tessendo relazioni istituzionali, raccogliendo contributi esterni con consulenze tecniche, investendo cioè risorse economiche, oltre che umane, professionali e intellettuali.

Abbiamo oggi una Federazione solida anche dal punto di vista economico-patrimoniale, fatto che ha consentito di avviare un’operazione politica di grande significato sindacale, come il piano straordinario di regolarizzazione offerto ai Soci che abbiamo licenziato oggi, nella precedente Assemblea amministrativa.


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