La Federazione Italiana Pubblici Esercizi richiede un chiarimento sulla normativa a seguito della recente sentenza del Consiglio di Stato a beneficio di un'attività commerciale romana che fa consumare sul posto prodotti alimentari.
"Quando si parla di somministrazione serve chiarezza per evitare distorsioni della concorrenza tra attività che fanno lo stesso mestiere - è il commento di Giancarlo Deidda, Vice Presidente di Fipe - Federazione Italiana Pubblici Esercizi e Commissario di Fipe Roma -. Se la differenza tra un negozio alimentare, una pizzeria al taglio e un pubblico esercizio passa per l'assenza di camerieri che fanno il servizio al tavolo allora la gran parte degli oltre 130mila bar italiani non sono pubblici esercizi".

La Federazione Italiana Pubblici esercizi chiede alle Istituzioni di garantire una concorrenza leale nel mercato. Per firmare la petizione: https://forms.gle/7bKTBVQyCdttszxQ7  
Fipe, Federazione Italiana Pubblici Esercizi, lancia un appello alle istituzioni Italiane, chiedendo che venga garantita una competizione leale nel mercato. Di seguito il testo del Manifesto per la petizione, tra i firmatari oltre 80 chef, tra cui Claudio Sadler, Carlo Cracco e Filippo Giordano.

La Federazione: “Avanti per garantire la concorrenza leale in tutto il settore” 
Il Manifesto “Per non mangiarsi il futuro” promosso da Fipe – Federazione Italiana pubblici Esercizi, sta raccogliendo grande consenso: sono centinaia le firme di ristoratori e pubblici esercenti raccolte alla pagina www.fipe.it/pernonmangiarsiilfuturo.html  e direttamente ai telefoni della Federazione. Tra i firmatari, accanto a grandi chef di fama internazionale, ristoratori grandi e piccoli, gruppi della ristorazione commerciale, di città d’arte e di piccoli centri, senza distinzione. Perché la concorrenza senza regole rappresenta una ferita per tutto il settore.

L’organizzazione sta incontrando le amministrazioni comunali per chiedere controlli più serrati sulla somministrazione non autorizzata 

DALLA CASSAZIONE VINCOLI AI CIRCOLI PRIVATI SULLA SOMMINISTRAZIONE. 

Si mangia e si beve dappertutto. Questo è il contesto che caratterizza oramai i centri storici delle nostre città. Take away, negozi alimentari, artigiani, minimarket: una miriade di attività senza servizio, senza personale, senza spazi. Non hanno il bagno, obbligatorio per bar e ristoranti, pagano in alcuni casi la metà o un quarto di quanto pagano bar e ristoranti per lo smaltimento dei rifiuti, se danno da bere ad un minore di 16 anni o ad un cliente in stato di ebbrezza la sanzione non è penale come per bar e ristoranti ma amministrativa e non rischiano la chiusura dell’attività.
Se le regole hanno un ancora un senso, la stessa attività presuppone che si applichino le stesse regole. Questa è la posizione che Fipe ha voluto riportare nel manifesto/appello lanciato alle Istituzioni e che ti invitiamo a firmare.

Che il trend della Sharing Economy sia in crescita è sotto gli occhi di tutti.
Ne sono indici il proliferare delle piattaforme web specificatamente dedicate, la forte attenzione mediatica, nonché le proposte di legge avanzate nel corso delle ultime legislature in ordine alle diverse attività coinvolte. 
Fra i settori del mercato in cui il fenomeno in commento si riverbera, non è estraneo neppure quello della ristorazione.

La Federazione il 10 ottobre è stata audita dalla IX Commissione del Senato sul disegno di legge recante “norme per la valorizzazione delle piccole produzioni agroalimentari di origine locale”, e, in tale sede, ha espresso la propria contrarietà alle disposizioni che prevedono che gli imprenditori agricoli possano effettuare anche attività di somministrazione.  

Il Tar Lazio, con le sentenze nn. 5195/2019 e 5321/2019 torna ad effettuare una dettagliata disamina sulla corretta individuazione dei criteri distintivi dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande con quella di consumo immediato.

Il Collegio, in particolare, contesta con fermezza la decisione del Consiglio di Stato n. 2280/2019, con la quale, in estrema sintesi, si affermava che l’elemento distintivo fra la somministrazione di alimenti e bevande (effettuata dai pubblici esercizi) ed il consumo immediato (consentito ad esercizi di vicinato, artigiani e panificatori) risiedesse unicamente nella presenza, per i primi, dei camerieri.