Lunedì, 30 Marzo 2020 10:42

Stoppani - Intervista a Italia a Tavola

Stoppani: bisogna evitare il disastro di una ripresa senza bar e ristoranti 

Per il presidente di Fipe-Confcommercio l'obiettivo prioritario è di salvaguardare le imprese del turismo che rappresentano il 15% del Pil. Chiesto al Governo il blocco degli sfratti per morosità. La responsabilità di rappresentare un comparto frazionato e strutturalmente debole. È fondamentale fare squadra e puntare sull'unità.

Il rischio più grosso per la ripresa del dopo epidemia è che a quel tempo potremmo aver perso pezzi fondamentali del nostro sistema turistico: i nostri ristoranti e bar a conduzione famigliare che sono il simbolo dell’accoglienza tipicamente italiana, attenta al territorio e ai suoi prodotti. Locali che ci caratterizzano nel mondo e che sono un motivo di richiamo per turisti di ogni Paese e che sono i più efficaci terminali per la promozione della nostra filiera agroalimentare di qualità grazie al “fattore umano”. Col rischio di perdere anche tutto il valore che negli anni eravamo riusciti a costruire attorno alla “Cucina”». Non ha dubbi Lino Stoppani nel delineare con assoluta lucidità contro cosa bisogna lottare in questi che sono i giorni più critici del Paese da almeno sett'anni.

Per il presidente di Fipe-Confcommercio, l’unica associazione che oggi è in grado di rappresentare concretamente e nei fatti la categoria oggi più colpita in questa guerra contro il “mostro” invisibile che sta devastando economia e stili di vita in tutto il mondo: «il turismo rischia tutto». Stiamo parlando di aziende che pesano per almeno il 15% del pil nazionale e che avevano gradi possibilità di grande sviluppo, mentre ora l’obiettivo è di salvarne il più possibile da una possibile moria.

«Se si avvereranno le previsioni più ottimistiche di Prometeia – aggiunge Stoppani - a maggio potremmo avviare una ripresa lenta e selettiva (e magari “generazionale” come avverte il sindaco di Milano, Giuseppe Sala), ben che vada sul campo avremo perso almeno 4 punti di Pil e 52 miliardi di euro, rischiando anche la chiusura di un’impresa su dieci. Occorreranno però almeno 4 o 5 mesi di accompagnamento e solo a fine ottobre potremo realisticamente sperare di essere fuori dal tunnel. E solo allora si potranno fare i conti dei danni subiti, oltre che della tragedia dei morti. Il comparto più a rischio secondo tutti gli studi fatti è in ogni caso quello del turismo. E noi ne siamo i protagonisti con gli albergatori».

Purtroppo non ci sono molti dubbi sul fatto che a pagare un prezzo altissimo di questa crisi saranno da subito proprio gli esercizi pubblici e gli hotel. C’è chi azzarda almeno 50mila chiusure, o meglio, “non riaperture”.

«Le ragioni sono molte e una tempesta come l’attuale trova strutture in genere “deboli” e facili da abbattere. «Il nostro comparto sconta due debolezze frutto di eccessive liberalizzazioni che negli anni hanno portato troppa gente a pensare di fare con facilità questo mestiere. In primo luogo non c’è marginalità, perché molti locali vivono dei flussi di cassa. Non c’è un patrimonio, le aziende sono sottocapitalizzate e non c’è modo di investire per innovazione e personale qualificato. In secondo luogo, al di là di alcune sigle di ristorazione collettiva o franchising, le aziende sono medio piccole e con un colpo di vento un raffreddore può diventare una polmonite. E in questa situazione drammatica sono moltissime quelle a rischio. Se poi aggiungiamo un tasso di mortalità troppo elevato, che fra 3 i 5 anni, andava da 25 al 37%, si può ben capire come la nostra organizzazione sia oggi impegnata in una sorta di corsa contro il tempo per concordare col Governo interventi per mettere in sicurezza quante più aziende possibile».

La previsione è dunque quella di una sicura crisi generalizzata del turismo?

«Beh questa è nei fatti. I turisti non ci sono nella misura in cui i cittadini del mondo non possono muoversi. Oggi non si può nemmeno uscire di casa. Il rischio vero è che domani i turisti esteri torneranno, ma se non interveniamo adesso a tutelarli, magari non ci saranno più molti dei nostri esercenti».

Che si può fare allora? Rispetto a quanto stanziano Germania e Franci per la loro economia, noi sembriamo avere proprio poche risorse a disposizione…

«Il Governo è intervenuto col decreto Cura Italia ponendo alcune garanzie che come Fipe avevamo subito chiesto di fronte allo stato di crisi: la cassa integrazione in deroga per tutti (che copre almeno temporaneamente anche il personale di ristoranti e bar) e una moratoria fiscale che abbiamo chiesto sia spostata almeno al 30 settembre e con dilazioni di 24 mesi. Abbiamo anche ottenuto l’incremento dei fondi di garanzia che dall’80 al 90%. Per non parlare dei 600 euro per gli autonomi che, anche se poco più che simbolici, sono soldi importanti. Ma certo tutto ciò non è sufficiente e stiamo collaborando con diversi Ministeri per interventi più a lungo temine e mirati per il decreto di aprile. Lavoriamo per sostenere in questo periodo attività di consegna a domicilio dei pasti, il delivery. Ora dovevamo affrontare la prima emergenza e considerando la situazione è andata meno peggio del previsto».

Si parla di altri 25 miliardi almeno da mettere sul tavolo…

«Se basteranno. Bisognerà garantire la prosecuzione degli ammortizzatori sociali per tutti e trovare forme concrete ed efficaci di indennizzo e incentivi per le aziende (un po’ come negli anni passatoi si era fatto per gli hotel che oggi saranno purtroppo gli ultimi a ripartire…), che devono essere messe nelle condizioni di poter ripartire, sia pure con la gradualità che decideranno le autorità sanitarie. Fra i punti caldi che chiediamo siano previsti poi c’è quello, assolutamente centrale per la tenuta del nostro sistema, del blocco degli sfratti in caso di morosità per chiusura visto che molti locali non potrebbero pagare gli affitti per mancanza di ricavi in questo periodo».

C’è poi il versante Europa, dove sembra si proceda fra alti e bassi che sembrano mettere in forse la stessa Unione.

«Io mi limito a sottolineare che nei fatti abbiamo avuto lo svincolo dalle rigidità di bilancio, la Bce dopo un’iniziale incertezza si è schierata per la difesa dei debiti pubblici dei diversi Paesi e infine c’è stato l’intervento di Mario Draghi ha posto a tutti gli Stati l’imperativo categorico di salvare economia e convivenza civile. Sono novità di non poco conto che ci permettono di guardare con un minimo di ottimismo ai prossimi mesi».

Di fatto come Fipe vi trovate nella non facile situazione di essere la più rappresentativa realtà del comparto e al tempo stesso partner insostituibili delle istituzioni. Come ci si senti con questo peso e responsabilità addosso?

«Sappiamo bene che è in momenti come questi che il gioco il valore della rappresentatività: si devono cogliere i bisogni per generare dei sostegni efficaci. Questo è un grosso rischio, ma come Fipe mettiamo in campo centinaia di persone che, fra dirigenti territoriali, funzionari e dipendenti, lavorano ogni giorno con le istituzioni e i tecnici governativi per ridurre al minimo possibile i danni. Personalmente sono stato per 43 anni in trincea diretta come imprenditore e sono bene cosa significa non dormire di notte pensando ai problemi dell’azienda. Come federazione sentiamo il dovere di cercare ogni strada per garantire un futuro a tutti gli esercenti».

Non crede che in un momento cosi drammatico il mondo della ristorazione sia un po’ più debole anche per la frammentazione fra tante sigle e gruppi a volte solo autoreferenziali?

«Sono da sempre convinto che serve unità e spirito di squadra. Figuriamoci se non è fondamentale oggi di fronte alla tragedia dei nostri imprenditori che non sanno se e quando potranno riaprire. Serve una casa unica e per questo la Fipe ha aperto porte e finestre. Sul nostro sito tutti i documenti e le pratiche che possono essere utili ad un bar o a un ristorante sono disponibili per chiunque: era un nostro dovere anche perchè nessuno in Italia ha la nostra rappresentanza e la nostra struttura organizzativa. Cosi come vale per l’Europa, in cui i singoli Stati si potranno salvare solo se saranno uniti, così nel comparto ci potremo salvare solo se staremo tutti insieme».

Nel frattempo però in Italia sorgono gruppi più o meno spontanei, dalla Brianza alle Marche, che presentano programmi e chiedono di essere ascoltati…

«Sono iniziative importanti che sono da rispettare perché spesso sono il sintomo di una disperazione vera. Comprendo questi movimenti e cerchiamo di interpretare al meglio le loro esigenze, mano a mano che ce le presentano. In discussione oggi non è però quanto si può contare in un comune o in una provincia. Ciò che importa è la capacità di fare sintesi di interessi a livello nazionale, perché solo così si può rappresentare il nostro mondo nei confronti del Governo e delle Regioni ed essere interlocutori efficaci. Che è poi il compito della Fipe che a tutti i livelli tiene conto anche delle richieste e delle proposte anche più minute, svolgendo in questo quel compito di raccordo generale che è l’unico modo per tentare di salvarci oggi».

 

 

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