Carlin Petrini è già stato ricordato e onorato, con testimonianze provenienti da una platea di estimatori molto eterogenea, che ben rende l’idea del trasversale impatto della sua opera e della sua filosofia di vita: politici, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, cuochi, attivisti e gente comune hanno manifestato gratitudine e riconoscenza, alle quali si è unita anche Fipe-Confcommercio, non solo per esprimere profondo cordoglio, ma anche per raccogliere il suo lascito valoriale, con l’impegno a praticarlo ed onorarlo.
Con Carlin Petrini scompare un intellettuale che, meglio di chiunque altro, ha saputo far emergere la componente culturale del cibo, e se oggi la filiera enogastronomica italiana ha l’importanza che merita lo deve in buona parte alla sua illuminata visione.
Basti pensare a quanto sia stata moderna e “anticiclica” la sua intuizione di fondare il movimento Slow-Food nel 1986: era l’anno dello scandalo del metanolo nel vino e il periodo in cui venivano inaugurati i primi “fast-food” in Italia. “Fast vs Slow” diventerà poi l’antitesi per eccellenza degli ultimi 40 anni della contemporaneità, nella necessità individuale e sociale di recuperare e assaporare il tempo e le relazioni che sembrano consumarsi molto più velocemente dentro la globalizzazione e l’avvento del digitale.
Molto prima che il cibo -e la coreografia che lo ha poi celebrato- diventasse argomento centrale, se non addirittura nazional-popolare, Carlin Petrini già parlava di filiera corta, di sostenibilità, di spreco alimentare, di tutela delle produzioni locali o di educazione alimentare, aprendo scenari fino ad allora inimmaginabili, che hanno generato una scia lunga di ispirazioni: da “Expo Milano 2015” con la tematica “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, all’enciclica di Papa Francesco “Laudato Si”, fino al recente riconoscimento UNESCO per la cucina italiana. Anche la stessa “Carta dei Valori della ristorazione italiana” e l’istituzione nel calendario civile della “Giornata della Ristorazione”, promosse da FIPE, devono una paternità simbolica proprio a Carlin Petrini e alla sua intuizione di cibo come qualità, consapevolezza e veicolo di valori.
Anche dal punto di vista più prettamente economico, Slow-Food e la derivata prima “Terra Madre” non parlano solo di tavola, ma anche della filiera che sta a monte, promuovendo la dignità del lavoro dei contadini e rafforzando il concetto della sovranità alimentare, superando il rischio di idealizzare le tradizioni rurali, comprendendo anche la complessità dell’agricoltura contemporanea.
Nella visione di Carlin Petrini c’era dunque questa tensione vitale tra attenzione al passato e spinta alla modernità, che ne spiega anche paradossalmente il successo: se infatti Slow Food criticava l’eccesso di capitalismo nell’economia, esso ha potuto crescere grazie ad un benessere diffuso, con una nuova borghesia colta che ha trascinato un nuovo pubblico disposto ad investire tempo e denaro in vini territoriali, nei presidi gastronomici e nei prodotti autentici.
Nella filosofia di Carlin Petrini c’era una indubbia matrice politica che faceva dell’alimentazione e del cibo un tema di lotta e costruzione di senso collettivo, eppure le sue battaglie per un “cibo buono, pulito e giusto” non hanno solo unito difesa dell’ambiente e dignità delle persone, ma hanno anche costruito un comune sentire in fatto di buona alimentazione.
Mons. Domenico Pompili, alle esequie di Petrini, lo ha definito: “capace di gustare la vita e di trasformare il sapore in sapere”, qualità che con sintesi perfetta descrivono certo Carlin, ma ispirano le generazioni a venire e danno anche una nuova prospettiva sindacale.