di Lino Enrico Stoppani, Presidente FIPE-Confcommercio

L’Europa si appresta a compiere un passo storico con l’introduzione dell’Euro digitale. Tuttavia, affinché questo progetto non resti un esercizio teorico confinato nei corridoi di Francoforte o Bruxelles, è necessario un bagno di realismo economico. Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di ammettere una premessa fondamentale: l’Euro digitale non nasce da una domanda spontanea del mercato, né da una richiesta impellente dei consumatori. Nasce, piuttosto, da una precisa ed indifferibile esigenza politica: rafforzare la sovranità economica dell’Unione e garantire l’autonomia strategica nel settore dei pagamenti, oggi dipendente da operatori privati extra-europei.

Se l’obiettivo è dunque “pubblico” e strategico, la sua declinazione operativa non può essere scaricata interamente sulle spalle del tessuto produttivo privato, in particolare sulle piccole e medie imprese. La vera sfida per la diffusione della nuova moneta, infatti, si giocherà “nell’ultimo miglio”: al bancone del bar, alla cassa del ristorante, nel negozio di vicinato. È qui che avvengono quotidianamente milioni di interazioni economiche che costituiscono l’ossatura dell’economia reale.

I dati della Banca Centrale Europea ci offrono una fotografia inequivocabile. Nei punti vendita fisici del nostro continente, oltre il 50% dei pagamenti riguarda importi pari o inferiori a 20 euro. Se scendiamo sotto la soglia dei 10 euro, l’utilizzo di carte e app crolla al 32,5%, lasciando al contante un predominio quasi assoluto. Perché accade questo? Non per arretratezza tecnologica, ma per una semplice logica di costi e benefici. Oggi le piccole imprese pagano commissioni sui pagamenti elettronici che sono mediamente tre o quattro volte superiori rispetto a quelle sostenute dalla grande distribuzione organizzata.

In questo scenario, pensare di introdurre l’Euro digitale aggiungendo un ulteriore onere, o replicando i modelli di costo dei circuiti privati, significa condannarlo all’irrilevanza sin dalla nascita. Se la moneta digitale della BCE non sarà percepita come vantaggiosa – anzi, come “più competitiva” – rispetto alle attuali carte di debito o credito, gli esercenti non avranno alcun incentivo a promuoverla. E senza l’adesione convinta della rete di accettazione, l’abitudine al suo utilizzo non si radicherà mai tra i cittadini.

Per questo motivo, la proposta emersa a Bruxelles di azzerare le commissioni a carico degli esercenti per le transazioni in Euro digitale di basso importo non è una richiesta corporativa, ma una misura di politica economica necessaria. Prevedere un periodo iniziale, ipotizzato in cinque anni, in cui i micropagamenti siano liberi da commissioni, è l’unica leva in grado di scardinare l’oligopolio attuale. Ricordiamo che oggi il mercato europeo dell’acquiring è concentrato nelle mani di 12 operatori che controllano il 78% delle transazioni, e quasi la metà di questi non ha sede nell’Unione Europea.

L’Euro digitale deve aspirare a diventare l’equivalente digitale del contante: pubblico, universalmente accettato e, per le piccole spese, privo di frizioni economiche. Se l’Eurosistema vuole che questa valuta diventi “parte integrante della vita quotidiana”, deve renderla conveniente per chi batte lo scontrino di un caffè. È una questione di sostenibilità per le imprese, certo, ma soprattutto di successo per l’intero progetto europeo. Senza la gratuità sui piccoli importi, rischiamo di costruire un’autostrada digitale bellissima, ma deserta.