Se per il nostro settore il 2025 era finito con i botti di festa, coronati dal riconoscimento Unesco per la Cucina Italiana, ci siamo risvegliati nel 2026 in un incubo con la notizia della strage di giovanissime vite di Crans Montana che ha inevitabilmente portato alla ribalta i temi della sicurezza nei locali pubblici.

I media -anche per mettere ordine nel dolore insopportabile che un fatto del genere suscita nelle coscienze- hanno cercato di chiarire le cause, verificare gli errori, sondando i limiti strutturali del locale anche in relazione al tipo di attività che era in corso di svolgimento e le possibili carenze della normativa elvetica, facendo anche un confronto con quella italiana per arrivare a chiedersi: “nel nostro Paese sarebbe potuto succedere?”

L’esito di questi approfondimenti ha dato garanzia sui sistemi di individuazione, prevenzione, riduzione/eliminazione dei rischi in Italia: anche grazie al D.Lgs. 81/08 (Testo Unico Sicurezza sul Lavoro), disponiamo di un assetto che ha reso obbligatoria la valutazione dei rischi per ogni datore di lavoro, con la redazione del DVR -Documento di Valutazione dei Rischi-, diventato lo strumento per identificare i pericoli aziendali, pianificare le misure di prevenzione e protezione, tutelare le persone e garantire un miglioramento continuo della sicurezza, con l’aggiunta di sanzioni per le omissioni e per le eventuali trasgressioni.

Questo impianto normativo ha avuto un impatto culturale sul Paese, ma non ha purtroppo debellato il dramma degli incidenti sul lavoro, che presentano ancora dati inaccettabili, tanto che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto più volte appello alla “cultura della prevenzione” e ad un responsabile “impegno corale”.

Tuttavia, questa differente attenzione alla sicurezza è la misura più efficace per impedire che fatti come la trappola di fuoco di Crans Montana possano accadere in un locale italiano che rispetti le regole vigenti.

Quanto accaduto tragicamente nel locale svizzero pone nondimeno una riflessione di natura sindacale. Infatti, l’attività di intrattenimento danzante oggi in Italia viene svolta nei locali ad essa deputati -discoteche e locali notturni principalmente- autorizzati con specifica licenza che impone l’osservanza di stringenti normative in termini di capienza, di materiali ignifughi, di strumenti di prevenzione, di adeguati piani di emergenza e obblighi formativi per gli operatori.

Eppure, in occasioni speciali come Capodanno, è consentito che questa attività di intrattenimento possa essere svolta anche in altri Pubblici Esercizi senza specifica autorizzazione. Le occasioni speciali, poi, nel tempo, si sono andate moltiplicando (rendendo l’eccezione la regola), con la conseguenza che molti Pubblici Esercizi svolgono sistematicamente attività di intrattenimento danzante in aggiunta a quella di somministrazione, senza le onerose prescrizioni imposte ai locali da ballo e sfruttando la debolezza dell’attività di controllo degli Organi della Vigilanza. A queste zone “grigie”, si aggiunge poi chi svolge questa attività abusivamente.

L’impossibilità di accettare tali tragici avvenimenti rischia di generare un’isteria collettiva e una poco utile “caccia alle streghe”, laddove invece un sano equilibrio tra controlli e svolgimento dell’attività imprenditoriale si basa proprio sul principio della proporzionalità, evitando, cioè, di trasformare una giusta attività di prevenzione in complicazioni superflue.

Ciò detto il nostro settore si deve porre la domanda se questa asimmetria di regole possa essere ancora accettata, oppure se non sia il momento per avviare un responsabile confronto, considerando la sicurezza un valore imprescindibile e parte integrante della qualità dell’offerta.

Il Presidente della CEI, il Cardinal Zuppi, ha commentato a margine della straziante commemorazione bolognese di uno dei ragazzi di quella notte: “Soltanto l’amore può vincere qualcosa di così tragico”.

Ecco, proprio per amore e per rispetto verso quei 40 ragazzi (e le loro famiglie), morti in una notte in un locale pubblico per incuria, negligenza e superficialità altrui, diventa per la FIPE ancora più importante presidiare questo tema con serietà e continuità, prendendoci un impegno di divulgazione e consapevolezza che certo c’era anche prima, ma da questo 1° gennaio diventa un imperativo morale.