Roma, 12 novembre 2025

Il 2025 mette insieme per noi due celebrazioni importanti: da una parte, l’anniversario degli 80 anni della Federazione e, dall’altra, l’Anno Giubilare. Questo ha ispirato la scelta del tema per questa Assemblea, dedicata al ruolo sociale delle imprese, che accanto al valore economico, sono state nel tempo uno strumento sociale di enorme impatto sulle persone e sulle comunità.

80 anni di attività

Partiamo dagli anniversari, dando innanzitutto merito e riconoscenza agli illuminati e visionari imprenditori che, nel 1945, fondarono la Federazione, con l’obiettivo di tutelare, sostenere e promuovere le imprese della ristorazione, del turismo e dell’intrattenimento, in un’Italia che cercava di rialzarsi.

Allora come oggi, la missione era chiara: dare dignità all’impresa e al lavoro, valorizzando chi, ogni giorno, con impegno e sacrificio, offre servizio, costruisce relazioni, crea occupazione, diffonde cultura e migliora la qualità della vita delle persone.

FIPE racconta, da sempre, una storia italiana. Perché dentro i pubblici esercizi ci sono le anime più caratteristiche del nostro Paese: l’accoglienza, il sorriso, il gusto, lo stile, la convivialità.

C’è la capacità tutta italiana di trasformare un mestiere in un’arte, un servizio in un’esperienza, un’impresa in una comunità.

In 80 anni abbiamo accompagnato le trasformazioni economiche, sociali e culturali più significative del Paese: la ricostruzione post-bellica, il boom economico, le battaglie sindacali, i conflitti sociali con le tragedie del terrorismo, la scolarizzazione, la globalizzazione, la terziarizzazione dell’economia, il dramma della pandemia Covid-19.

Ogni volta, FIPE è stata presidio di seria rappresentanza e di corretto confronto istituzionale, accompagnando le trasformazioni della società e dei consumi, sostenendo le imprese nei momenti difficili, difendendo i valori dell’impresa e del lavoro, promuovendo la crescita e lo sviluppo del Paese.

L’emergenza pandemica è stata il momento in cui abbiamo davvero capito cosa significasse l’aggettivo “pubblico” della denominazione “Pubblico Esercizio”.

Chiusi infatti i pubblici esercizi, si sono spente le città, e con esse una parte fondamentale della vita quotidiana: i momenti di incontro, di dialogo, di socialità che costituiscono il collante delle nostre comunità.

Il Paese si è improvvisamente reso conto che bar, ristoranti, locali da ballo, stabilimenti balneari, non erano soltanto imprese, luoghi di ristoro, incontro e divertimento.

I Pubblici Esercizi erano un “bene comune”, perché lì si aggregava la comunità, si esprimeva la socialità, si riconosceva una cultura nazionale.

In quei mesi, il nostro settore non è stato solo vittima di restrizioni e chiusure, con i danni economici conseguenti, ma è diventato simbolo della resilienza sociale ed economica, dimostrando la propria centralità nella struttura sociale del Paese, avendo avuto anche la capacità di filtrare il grave disagio sociale che ha interessato anche i nostri imprenditori.

FIPE – la Federazione Italiana Pubblici Esercizi – è per questo più di un’associazione di categoria: è una rete di imprese e di persone che condividono un’idea di futuro, fatto di innovazione, sostenibilità, responsabilità, qualità, visione.

Lavoriamo ogni giorno per trasformare i bisogni e le esigenze delle imprese in azioni di politica economica, capaci di generare ricchezza, benessere ed utilità sociale.

Lavoriamo ogni giorno per rendere più competitivo e qualificato il sistema delle nostre imprese, per modernizzare le regole, per favorire il miglior ricambio generazionale e il pieno coinvolgimento femminile nell’economia, per promuovere un lavoro sicuro e dignitoso ed un’economia sostenibile.

E lo facciamo con un principio chiaro: l’impresa di Pubblico Esercizio è un bene comune, non solo perché crea valore economico, ma perché genera coesione e inclusione sociale, identità e prospettive.

Questo impegno richiede equilibrio, competenze, responsabilità, valori umani e anche la forza di preferire, alle (facili) proteste, la più difficile opera di elaborazione di proposte praticabili, entrando nel merito dei problemi, conoscendone anche i condizionamenti del contesto economico, istituzionale e sociale.

Ecco perché, come Presidente della Federazione, ritengo giusto e doveroso esprimere riconoscenza e gratitudine ai tanti soggetti che si sono assunti, in questi decenni, la responsabilità di svolgere il gravoso ruolo sindacale, oltre che quello di ribadire il delicato e strategico ruolo che i Corpi Intermedi svolgono, non solo nell’interesse delle imprese rappresentate, ma anche del Paese.

Ottant’anni sono una grande eredità, ma anche l’inizio di un grande futuro. Nel tempo – e in questi ultimi anni con più intensità – sono cambiate profondamente le abitudini di consumo, le tecnologie, le modalità di relazione, il contesto.

Tuttavia, le novità non possono spaventare un settore che, pur riconoscendo profondamente il valore della tradizione e dei valori che la attraversano, ha fatto della capacità di adattamento la sua forza e la corrispondenza alla vita reale delle persone la base da cui partire.

Sappiamo bene che c’è del vero nell’affermazione di Ferruccio De Bortoli, quando ha scritto in un articolo sul Corriere della Sera: “nella rappresentanza degli interessi, e soprattutto dei bisogni, non conta più essere in tanti. E ancora di meno avere qualche ragione. Decisivo è il potere di farsi sentire di più. E’ cioè il “fattore grida””.

Questo perché la Politica oggi ricerca spesso i compromessi sulle tante questioni in cui è impegnata, considerando più la capacità di mobilitazione dei suoi interlocutori, piuttosto che il merito o la sostanza delle questioni, disconoscendo l’utilità, i valori e i ruoli del confronto istituzionale.

Tuttavia, se il cambiamento non ci spaventa, c’è una cosa su cui siamo convinti non si possa derogare: essere Corpi Intermedi seri, affidabili, autorevoli e, soprattutto, utili, capaci cioè, se necessario, di andare anche controcorrente.  

Corpi Intermedi di questa affidabilità certamente non si improvvisano: hanno bisogno di tempo per maturare e rafforzare competenze e capacità organizzativa, di processi lunghi per qualificarsi nelle relazioni, di grandi numeri per contare nei fatti e di risorse anche economiche da investire nelle attività.

In questi 80 anni i Corpi Intermedi hanno vissuto periodi storici e subito azioni contrastanti, tra chi li considera un ostacolo alle riforme del Paese, ritenendoli portatori di interessi parziali spesso in conflitto con quelli generali, cavalcando anche il fenomeno della disintermediazione alimentata dalle trasformazioni tecnologiche, e quanti, invece, come l’ex Premier Mario Draghi, li considerano attori protagonisti del cambiamento per la loro capacità di farsi portatori di richieste e proposte da avanzare e discutere con le Istituzioni, funzione ancora più importante in una società dove la solitudine prevale e i cittadini sono sempre più lontani dalle istituzioni”.

Fipe non può non riconoscersi in queste parole, tanto più considerando che quella funzione di contrasto alla solitudine è implicita dentro allo stesso concetto di “bene comune” con il quale abbiamo titolato, non a caso, questa nostra assemblea.

Impresa, Bene Comune

Questo titolo non intende essere uno slogan. Piuttosto, è una direzione di marcia, per riflettere sul significato più autentico del fare impresa, con la sua funzione economica e sociale e la capacità di costruire coesione, dignità e benessere.

Abbiamo innanzitutto scelto il termine “impresa” e non solo “pubblico esercizioperché il primo grande passaggio per gli esercizi che la FIPE rappresenta è stato, in questi 80 anni, riconoscersi, come direbbe il Presidente Sangalli, “nella dignità di impresa”.

Viviamo in un tempo in cui il concetto di “bene comunesembra talvolta smarrito tra le pieghe di un individualismo esasperato, di una competizione senza regole, di un’economia che dimentica il suo fine originario: migliorare la vita delle persone.

Eppure, come sa bene il Presidente Giuliano Amato, la nostra Costituzione all’articolo 41, lo richiama con limpida chiarezza: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

Da un lato, questo richiamo della Costituzione sembra essere sempre più unamissione impossibile, in un mondo dilaniato da tensioni e crisi planetarie soverchianti, che vanno ben oltre qualsiasi capacità di tutelare la sicurezza, la libertà e la dignità.

Dall’altro lato, invece, questo richiamo della Costituzione è confortante, perché recupera la funzione sociale delle imprese e con essa il desiderio di ricercare ideali, valori, responsabilità, senza le quali si rafforzano le disuguaglianze, il disagio sociale, il degrado morale, i disvalori e le tensioni, che non proiettano un grande futuro.

Senza impresa, infatti, non c’è lavoro, senza il quale, a sua volta, emergono i danni sociali, come l’abbandono dei luoghi, la deriva sociale, l’illegalità, l‘insicurezza, la perdita della dignità delle persone, il venir meno del senso e dovere civico, oltre al ritardo nella formazione delle nuove famiglie, ingigantendo così anche i problemi demografici.

E questo ruolo sociale ha ancora più valore nella misura in cui la Persona è al centro della buona economia, quella, cioè, capace di combinare con i giusti obiettivi economici, la ricerca dei valori umani, sociali, etico-morali, affettivi o ambientali, traducendo l’approccio umanistico insegnato da Papa Francesco, quando predicava “l’Economia della speranza e della cura”.

Su questo tema, oltre alle Aziende, anche i Corpi Intermedi hanno un preciso e forte duplice ruolo.

Da una parte, quello di far crescere nelle Imprese sensibilità e attenzione sui temi della Responsabilità Sociale, diffondendo l’importanza del concetto di “bene comune”, dove Fipe affronta seriamente i temi della legalità, della coesione e inclusione sociale, del contrasto a patologie come lo spreco, le dipendenze da gioco e alcol, rafforzando l’impegno e gli sforzi che gli operatori che rappresenta devono fare su questi fronti.

Dall’altra parte, il secondo ruolo che i Corpi Intermedi esercitano, sta nella promozione del welfare settoriale, come la previdenza e la sanità complementare, la formazione, il piano casa per i lavoratori, la natalità, impegno finalizzato non solo a rafforzare l’attrattività del comparto, ma anche a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei propri collaboratori.

Per fare questo è importante saper metter al centro l’impresa e non solo la proprietà, perseguendo obiettivi sovraordinati rispetto ai pur legittimi interessi degli imprenditori, ricercando anche la qualità del giusto profitto.

Perché esiste un profitto fecondo e un profitto sterile, un profitto che giova all’impresa e un profitto che la danneggia, un profitto che alimenta conflitti e un profitto che tiene insieme più interessi, anche sociali.

Differenza non semplice da trasferire, soprattutto se osserviamo che i tradizionali parametri di valutazione (Pil, tassi di occupazione, interesse o di cambio, inflazione, prezzo del petrolio, etc.), sui quali si costruiscono scenari e piani industriali, trascurano aspetti fondamentali per la persona e gli ecosistemi, includono attività che danneggiano la vita delle Persone (armi, inquinamento o attività che inducono ai vizi) ed escludono aspetti di giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

È forse il momento di rivedere e superare questo sistema di misurazione.

Al riguardo, è lodevole che l’ONU abbia affidato ad un gruppo di lavoro, che comprende anche un italiano (il Prof. Enrico Giovannini), l’incarico di elaborare nuovi metodi di valutazione del benessere, mentre l‘ISTAT rassegna il rapporto BES, di cui domani verrà presentata la nuova edizione, e le stesse imprese, più o meno obbligatoriamente, devono ora dotarsi del loro rating di sostenibilità ed integrare i loro rendiconti annuali con la DNF– Dichiarazione Non Finanziaria.

E’ evidente che le azioni di rimedio richiedono volontà politica, impegno delle persone, spinte più o meno gentili, ma soprattutto un salto culturale, proprio per accompagnare uno sviluppo sostenibile, attento al benessere anche delle persone, consapevoli che la libertà economica non deve mai essere disgiunta dalla responsabilità sociale.

Ecco perché oggi, quando parliamo di “impresa, bene comune”, non ci riferiamo solo ad un modello economico, ma anche ad una cultura d’impresa che restituisce senso, dignità e orgoglio a chi, ogni giorno, apre la serranda di un locale, accende una macchina del caffè o prepara un piatto che racconta un territorio.

Lo stesso progetto “Cucina italiana – Patrimonio immateriale dell’umanità” con il riconoscimento Unesco, di cui siamo convinti sostenitori, non candida tanto le ricette tradizionali, i prodotti tipici, le tecniche di preparazione o le creazioni dei cuochi stellati, bensì propone di considerarepatrimonio dell’umanità” il significato culturale e sociale del cucinare, la sua funzione valoriale nella nostra quotidianità.

Attraverso la cucina, infatti, ci si prende cura delle persone, si condividono momenti importanti della vita, si genera una dimensione di edificazione identitaria, di superamento dei confini e delle barriere, di dialogo ininterrotto di persone, luoghi e tempi, generando un patrimonio collettivo che appartiene a tutti.

Le aziende non sono onlus o istituti filantropici e la loro missione è quella di generare profitto, lavoro, ricchezza diffusa.

Nondimeno le imprese, e forse in modo particolare quelle di Pubblico Esercizio, interpretano una irrinunciabile funzione sociale, che si manifesta anche nella loro capacità di valorizzare corretti stili alimentari, promuovere il buono e il bello del nostro Paese, offrire a tanti giovani, tante donne, tanti immigrati un veicolo per accedere al lavoro e costruirsi un futuro

Su 1.142.427 lavoratori dipendenti nel settore (dati INPS), il 50,3% (ca. 575.000) sono donne, il 28% (ca. 320.000) sono stranieri, il 39,9% (ca. 456.000) sono giovani con meno di 30 anni.

Altri numeri significativi: 94.347 (28,8%) sono le imprese gestite da donne, 47.347 (14,5%) quelle guidate da stranieri e 40.407 (12,3%) quelle infine in mano a giovani under 35.

Nelle imprese dei Pubblici Esercizi tante barriere sociali e culturali cadono nella comune missione del “servizio”: donne e uomini, vecchi e giovani, italiani e stranieri, lavorano naturalmente fianco a fianco, con l’obiettivo di completarsi reciprocamente, aiutandosi, coltivando rapporti umani che vanno spesso oltre le gerarchie o i vincoli professionali e analogamente, per i nostri operatori, i clienti sono innanzitutto persone, con le quali interagiscono in alcuni degli aspetti più intimi del vivere: il cibo e il tempo libero.

Siamo convinti che le tensioni, l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, i profondi cambiamenti della società e le transizioni in atto, impongano una seria riflessione condivisa su cosa significhi fare impresa oggi nella sua globalità e complessità, assegnando anche nuove e precise responsabilità agli operatori dei Pubblici Esercizi.

“La libertà non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell’avere il diritto di fare ciò che si deve” ci ha insegnato Papa Giovanni Paolo II, richiamo che per noi significa rafforzare non solo il ruolo economico delle imprese rappresentate, ma anche il loro forte ruolo sociale, testimoniato ogni giorno dal loro modo di servire le nostre comunità, fatto di ascolto, di servizio, di attenzione, di inclusione e di rispetto.

È la direzione che la FIPE intende percorrere, affinché le imprese non si chiudano dentro i loro confini economici, ma partecipino consapevolmente alla costruzione del bene comune, valorizzando persone, territori e comunità.

Dietro ogni impresa del nostro comparto, ci sono persone che danno corpo a questo ideale: 330.000 imprenditori che investono e rischiano, oltre 1 milione di lavoratori che si impegnano, migliaia di fornitori che collaborano, milioni di clienti che, ogni giorno, condividono un’esperienza.

È una catena di valore umano che, nel suo insieme, rappresenta una delle forme più autentiche di bene comune del nostro Paese.

L’impresa, in questa prospettiva, non è un fine, ma uno strumento: serve a creare valori e valore, cultura, legami, fiducia.

Allo stesso modo è fondamentale il contributo offerto dai Pubblici Esercizi nel mantenere vive le città e i territori, presidi di legalità e sicurezza, punti di incontro, scambio e coesione.

E qui la FIPE, con la forza della sua rappresentanza e la credibilità della sua storia, ha un ruolo da protagonista: testimoniare che i Pubblici Esercizi italiani sono una componente importante dell’economia e un pilastro del tessuto sociale del Paese.

Nel nostro settore questo significa tante cose molto concrete.

Significa affrontare la sfida ambientale, investendo in modelli di consumo e produzione più rispettosi delle risorse naturali, riducendo lo spreco alimentare, migliorando l’efficienza energetica, valorizzando le filiere corte e le produzioni locali.

Significa ripensare i modelli organizzativi per promuovere un lavoro di qualità, stabile, dignitoso, basato sulla formazione continua e sulla valorizzazione del merito. Il lavoro, nel nostro comparto, non è un semplice fattore produttivo, è una scuola di vita, dove molti giovani, e non solo, iniziano il loro percorso professionale e umano.

Significa, infine, coltivare il valore della legalità, combattendo con forza la concorrenza sleale, l’abusivismo, le infiltrazioni malavitose nel tessuto economico, l’irregolarità contrattuale, tutto ciò che offende la dignità delle imprese e delle persone oneste.

In questa direzione va la battaglia della Federazione, che si unisce a quella della Confcommercio, sui temi del dumping contrattuale, affrontata con profondo riguardo ai diritti dei lavoratori, ma anche alla giusta pretesa di rigoroso rispetto del principio della leale concorrenza tra le imprese, che l’attuale giungla dei “contratti pirata” impunemente disapplica.

Vanno individuati meccanismi condivisi per la misurazione della cosiddetta “rappresentatività comparata in un mercato che confonde la libertà sindacale e di associazionismo, sacrosanta e costituzionalmente tutelata, con l’efficacia della contrattazione, che va sostenuta da una rappresentatività ampia, diffusa e misurata, che richiede anche una diversa convinzione delle Istituzioni per arginare un fenomeno che vanifica sforzi e produce danni al sistema economico.

Lo stesso vale per la battaglia che la FIPE ha intrapreso contro le recensioni on-line fraudolente, false, acquistate o sponsorizzate, che stanno facendo danni economici e reputazionali gravissimi a tanti operatori, impotenti e senza difesa rispetto ad un fenomeno di vera inciviltà, che solleva anche una questione etica, perché inquina i valori sociali di onestà, affidabilità e trasparenza, confondendo la libertà di critica con la libertà di offendere.

Un’economia che non rispetta le regole, infatti, non è libera, ma disordinata e un mercato senza etica non crea benessere, ma solo disuguaglianze.

Se ci si considera la propria “impresa” un “bene comunediventa allora naturale riconoscersi in una comunità di imprese che condivide questa prospettiva, come la FIPE, un presidio di civiltà economica e sociale, dove la rappresentanza non si limita a difendere interessi, ma costruisce un’identità collettiva, promuove cultura, educa al valore dell’etica imprenditoriale.

Per questo dobbiamo continuare a rafforzare il nostro ruolo di ponte tra istituzioni e società, tra imprese e territori, tra mercato ed etica, investendo su una comunità di imprenditori che condivide valori, visioni e responsabilità.

Siamo la casa comune di migliaia di imprenditori che ogni giorno, con fatica e passione, tengono viva l’Italia dell’accoglienza, dell’ospitalità, del gusto e del lavoro.

Il nostro compito non è soltanto reagire ai problemi, ma anticipare il futuro, indicare strade, costruire alleanze, generare fiducia, in una visione d’insieme capace di unire le filiere del turismo, dell’enogastronomia, dell’accoglienza, della produzione agroalimentare, in un grande patto per la crescita sostenibile del Paese.

Nel nostro lavoro quotidiano, dentro i Pubblici Esercizi, ovunque in Italia, noi vediamo ogni giorno che il “bene comune” non è un concetto astratto: è un caffè servito con un sorriso, un posto di lavoro salvaguardato, una tradizione culinaria tramandata, un giovane che impara un mestiere, un territorio che trova valore nei suoi prodotti.

Questa è l’Italia vera, quella che lavora e che crede in qualcosa che va oltre il proprio bancone, la propria vetrina, il proprio dehors.

Quella che non urla, ma costruisce. Quella che non si lamenta, ma resiste, si rinnova, e si rialza sempre.

E allora possiamo dire con orgoglio che l’impresa, quando è fatta con coscienza e responsabilità, è davvero un bene comune e che la Federazione, con la sua storia, la sua rappresentanza e la sua credibilità istituzionale, continuerà ad esserne testimone e custode.

*  *  *  *

In questi ottant’anni abbiamo imparato che l’impresa è molto più di un’attività economica. È un atto di fiducia. Fiducia nel lavoro, nelle persone, nel Paese.

FIPE continuerà a essere la casa di questa fiducia. Una casa che accoglie, che rappresenta, che unisce. Una casa che ogni giorno, da ottant’anni, dà voce a chi – alzando una serranda, accendendo le luci, servendo un caffè – tiene viva l’Italia e cerca di contrastare una negatività diffusa, che avvelena i rapporti, alimenta il pessimismo, impigrisce e frena ambizioni.

Noi continueremo a promuovere le capacità e le potenzialità del Paese in ogni campo, impegnandoci a credere e a voler bene all’Italia, coltivando con il nostro lavoro il piacere di vivere in questo Paese, promuovendo gli ideali per credere nella sua grandezza, offrendo opportunità di un buon lavoro e provando a mantenere una visione complessiva e unitaria per un futuro di prosperità.

Grazie a tutti Voi per essere parte di questa storia e grazie a chi, con orgoglio e dedizione, è stato o continuerà a scriverla con noi, ogni giorno.