Luglio, mattino presto, in una Milano accaldata, un ristoratore del centro apre il suo locale e sulla soglia d’ingresso, coricato sullo zerbino, dorme un senzatetto. Il titolare del locale lo sveglia dolcemente -“forza, è l’ora di svegliarsi, devo aprire”-, gli dà il tempo di riprendersi e gli offre un caffè.L’ospite” recupera le sue poche povere cose, ringrazia e se ne va. Una scena che ho visto con i miei occhi, confermandomi quanto il settore sia intriso di quotidiana, diffusa, a volte minuta, ma fondamentale, umanità e sensibilità.

Certo, i Pubblici Esercizi sono a pieno titolo aziende e proprio una delle nostre battaglie come FIPE-Confcommercio è proprio quella di trasmettere questa dignità d’impresa ad attività che spesso non sono state trattate come tali.

Le aziende non sono onlus o istituti filantropici e la loro missione è quella di generare profitto, lavoro, ricchezza diffusa. Nondimeno, tuttavia, le imprese, e forse in modo particolare quelle della ristorazione, interpretano una irrinunciabile funzione sociale, che si manifesta ad esempio anche nella loro capacità di combattere -a fianco delle Istituzioni- fenomeni sociali o rischi gravi come l’alcolismo, le droghe, le ludopatie, la mala-movida, le malattie alimentari e le tante forme di illegalità.

Nelle imprese dei Pubblici Esercizi tante barriere sociali e culturali cadono nella comune missione del “servizio”: donne e uomini, vecchi e giovani, italiani e stranieri, lavorano naturalmente fianco a fianco, con l’obiettivo di completarsi reciprocamente, aiutandosi, coltivando rapporti umani che vanno spesso oltre le gerarchie o i vincoli professionali e analogamente, per i nostri operatori i clienti sono innanzitutto persone, con le quali interagiscono in alcuni degli aspetti più intimi del vivere: il cibo e il tempo libero.

Ecco perché Fipe-Confcommercio ha deciso di dedicare nel 2025 la sua Assemblea annuale al “Ruolo Sociale dei Pubblici Esercizi”, nella convinzione che le tensioni, i profondi cambiamenti della società e le transizioni in atto, impongano una seria riflessione condivisa su cosa significhi fare impresa oggi nella sua globalità e complessità, assegnando anche nuove e precise responsabilità ad operatori come i Pubblici Esercizi, che peraltro hanno la loro funzione pubblica addirittura incorporata nella loro stessa denominazione.

“La libertà non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell’avere il diritto di fare ciò che si deve” ci ha insegnato S. Papa Giovanni Paolo II, richiamo che per noi significa trasferire e rafforzare non solo il ruolo economico delle imprese rappresentate, ma anche il loro forte ruolo sociale, testimoniato ogni giorno dal loro modo di servire le nostre comunità, fatto di ascolto, di servizio, di attenzione, di inclusione e di rispetto.

Le stesse celebrazioni del Giubileo 2025 hanno visto confronti e dialoghi sui temi dell’economia e del lavoro, con l’attualizzazione dei principi della dottrina sociale della Chiesa, che educa sul concetto del giusto profitto, che include la componente etica del guadagno, senza però demonizzare la ricchezza, ancora considerata uno strumento di progresso del mondo. Come peraltro fa la Costituzione, che nel sancire la libertà d’impresa, precisa che questa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo di recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”.

Parole e concetti importanti, che devono ispirare un percorso di crescita personale, soprattutto in un momento storico in cui la velocità delle informazioni e dei cambiamenti non lasciano spazio alla riflessione, portando a decisioni non sempre meditate soprattutto sulle conseguenze che determinano. Insomma, “per tutti è l’ora di svegliarsi” e, insieme, trovare la vera “forza” delle nostre imprese nella sua anima più autentica e generosa, quella che nasce dalle persone e alle persone si rivolge.