Le recenti pagelle dell’Agenzia delle Entrate riferite alle dichiarazione dei redditi 2023, definite la “mappa dell’infedeltà fiscale degli italiani” per l’alto tasso di evasione che sembrerebbe emergere, non hanno restituito una buona immagine dei nostri settori, con il 75% dei ristoratori che dichiara di aver guadagnato in media solo 15 mila euro e con voti ISA (Indice Sintetico di Affidabilità Fiscale) che descrivono un tasso di inaffidabilità (voto inferiore a 8 rispetto al punteggio massimo di 10) che riguarderebbe il 55% delle partite IVA.

Pur con tutti i distinguo (i dati non comprendono chi applica la flat tax, non considerano la stagionalità delle attività, non valutano i danni del Covid del biennio precedente, mischiano contribuenti minimi, ditte individuali e società, solo per citare alcuni elementi), il quadro evidenzia impietosamente la fragilità dei nostri settori, con operatori che dichiarano redditi imponibili al limite della soglia di povertà assoluta. E’ una fragilità preoccupante sia nell’ipotesi che i dati siano reali, sia che siano condizionati dall’evasione fiscale: nel primo caso si tratta di attività che non hanno sostenibilità economica, nel secondo di attività che non hanno sostenibilità sociale.

Sul tema la FIPE ha una posizione chiara: l’evasione fiscale fa male. Fa male alle imprese perché toglie risorse alla loro patrimonializzazione, fa male agli imprenditori perché il sommerso alimenta soprattutto i vizi, fa male al mercato perché genera concorrenza sleale, fa male allo Stato perché fa mancare gettito da destinare ai bisogni della collettività.

Compito di una seria rappresentanza delle imprese è quello di far crescere una cultura imprenditoriale che passi dalla diligenza amministrativa e fiscale e nasca da un senso di dovere civico, che andrebbe altresì alimentato dallo Stato con una seria gestione della spesa pubblica.

Tuttavia, rappresentare le imprese significa anche segnalare che per molti nostri imprenditori evasione fa rima con disperazione e, lontana dall’essere una scelta o una scusante, è spesso una necessità di sopravvivenza, in un momento in cui l’equilibrio dei conti sta diventando sempre più una faticosa corsa ad ostacoli.

Nel raccogliere, quindi, i disarmanti dati pubblicati, vanno ricordate le caratteristiche di un settore, frammentato, diffuso e spesso organizzativamente fragile, con un livello di concorrenza esasperato, aggredito da attività che beneficiano di un’asimmetria di regole che ledono il principio “stesso mercato, stesse regole”, con difficoltà operative di ogni genere, combinazioni che hanno portato all’abbattimento degli indici di produttività e marginalità, testimoniato dagli alti tassi di mortalità e di turnover del settore.

Inconcludente e irriguardoso suggerire a questi imprenditori di chiudere le attività e di riciclarsi come dipendenti, perché significherebbe non capire che dietro ogni impresa ci sono investimenti spesso fatti con il sangue dei risparmi di una vita, debiti da onorare, famiglie da mantenere, la dignità delle persone e le speranze da tenere vive, tutti aspetti e valori che meritano profondo rispetto e sensibilità, soprattutto da chi li rappresenta.

Lina Merlin, il cui nome è legato alla lotta contro la prostituzione in Italia, in una intervista a Oriana Fallaci sosteneva che “quando i non onesti trionfano, gli onesti lasciano” e la moria di attività commerciali ha proprio in tal senso un significato che le statistiche sui redditi purtroppo non intercettano.